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Tanto per capirci: se un governo è in debito d’ossigeno perché i numeri traballano, ogni atto sottoposto al voto del parlamento diventa una stazione dolorosa da calvario nella settimana Santa. Ciò detto, ci sembra che si stia spargendo troppa enfasi sull’ordalia che attenderebbe al varco Conte mercoledì (o giovedì) con il voto del Senato sulla Relazione del ministro Bonafede sull’amministrazione della giustizia per l’anno 2020.
Stiamo parlando di un adempimento ai sensi di un Regio Decreto del 1941 (per la precisione l’art. 86, R.D. 30 gennaio 1941, n.12), cui è tenuto il ministro all’apertura dell’anno giudiziario. Certo, anche questo adempimento richiama un voto parlamentare su una risoluzione della maggioranza che l’approva, in genere al cospetto di aule sonnacchiose, diradate e distratte (l’anno scorso la relazione di Bonafede era di 284 pagine).
Ma non siamo troppo oltre un adempimento tinto più di amministrazione che di politica, appunto: nulla a che vedere col voto di fiducia. Si capisce che i media, agguantato il thriller dei dieci piccoli indiani (che sarebbero, con qualche numero in meno, i senatori che vanno e vengono nella conta) continuano a macinare pagine e titoli, in cui viene data dovizia di particolari su costruttori, edili, curuli, segugi, banditori, e wharoliani conquistatori del quarto d’ora. Ma forse non è del tutto fuori posto ricordare che il voto di mercoledì (o giovedì) sulla relazione del ministero prevede solo una maggioranza semplice tra i presenti, e che l’anno scorso la relazione è passata con 146 sì.
Il ministro era lo stesso. Il voto di fiducia è fresco (156 sì) ancorché risicato al Senato. È stato archiviato solo da qualche giorno e, francamente non si capisce perché si stiano ascoltando richieste di un nuovo governo piuttosto che di un modesto rimpasto: come potrebbe un Conte III riuscire a raccogliere un consenso più largo del Conte bis, visto che tutti gridano a gran voce che con Renzi non si può più.
Non entro nel merito della complessa fenomenologia della renzità, ma mi riesce alquanto difficile comprendere come si possa allargare la base del consenso a forze nuove (dunque che prima non portavano il sostegno al governo) se al massimo vengono celebrati come nuovi alla Camera quelli che (tranne poche eccezioni come la Polverini) già votavano per il governo (dunque somma zero, o uno), mentre al Senato non si vede ombra, anzi si perde qualche pezzo.
Insomma: la storia della Repubblica italiana, specie nella seconda edizione, è piena di partitini nati e morti in Parlamento senza lasciare traccia nella società. Nessuno si adonterebbe se anche questa volta ci fosse un’andamento simile. Solo che in questo caso occorrerebbe qualcosa di più sostanzioso, nelle Aule parlamentari e nella società per poter rivendicare la presenza di un popolo oltre le sigle. Allora non si comprende come potrebbe essere utile oggi la salita al Colle del premier per chiedere una nuova investitura: sono cadute pregiudiziali e veti reciproci nei confronti di Renzi? Non ci pare.
C’è un gruppo politico, intendo un’entità altra, chesso’, come Forza Italia, che lascia l’opposizione per entrare in maggioranza? No. E allora, qual è il disegno? Azzerare la platea dei ministri per convincere tangibilmente qualche responsabile in più e qualcuno che già c’è? È probabile che la relazione di Bonafede alla fine venga votata dalla maggioranza dei presenti. E non sarà un voto di fiducia, ma solo un consenso al ministro e all’amministrazione del suo dicastero. Il futuro? Rileggere prego qualche pagina di Andreotti.

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