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Un placido accento romanesco srotola la scena: da piccolo, in un paese vicino a Novara, di sera la nonna radunava intorno al focolare tutta la famiglia e cominciava a raccontare storie avvincenti, spesso inventate sul momento. Si emozionava talmente da restare a bocca aperta e desiderare di saper raccontare anche lui storie che «ti tiravano dentro con tutte le scarpe».
Chiedo a Luca Di Fulvio: «Ma perché ambientare questo romanzo nel Risorgimento?». Un periodo che non suscita molta curiosità. «Una sfida», confessa. Proprio come succede quando ci si intrufola nel backstage di un film, arriviamo al primo segreto da narratore: nascono prima i personaggi e dopo la trama: «Sono proprio loro che comandano, non la storia», come se camminassero tracciando linee ben definite dal loro carattere, dalle passioni, come se sfuggissero alla penna e avessero una vita propria. «Inutile assegnare scene: il personaggio non le farà se non è nella sua natura».
Questo romanzo storico d’avventura, ambientato nel 1870, inizia e si snoda qualche mese prima della presa di Porta Pia, dal Nord a Roma, nello Stato Pontificio, dove tutti i protagonisti intrecciano i loro destini e iniziano a tessere la trama. Ecco la contessa Silvia di Boccamara, che di contessa ha solo il titolo. Lei che, dopo la morte del marito, per sfuggire ai creditori, scappa dalla sua villa di campagna in Piemonte e raggiunge le porte di Roma nelle vesti di una donna del popolo. Portando con sé Pietro, un sedicenne preso in un orfanotrofio, il “figlio” che aveva sempre voluto e che a Roma, tra mille vicissitudini, troverà la sua passione e anche l’amore.
A Roma, infatti, arriva anche la giovane Marta, scampata a una terribile fine grazie a Melo, un ex cavallerizzo del circo. Anche se in maniera contraddittoria, lo considera come un padre e, spinta proprio da lui, sosterrà fin dall’inizio la causa dei rivoluzionari per l’Italia libera.
È un romanzo corale, in cui ogni ceto sociale del periodo è rappresentato: abbiamo Ludovico, un giovane della Roma nobile che farà la sua parte, così come l’Albanese, assassino, truffatore, un “malacarne” senza pietà, il cattivo dei cattivi. E poi Leone Pompei, ufficiale giudiziario del papato, psicopatico e vile. Henry, il nano del circo, che vivrà finalmente il suo momento di gloria. E l’ufficiale francese che amerà in segreto gli ideali di libertà dei “nemici italiani”. Ciascuno dei protagonisti inizia il suo personale viaggio, nella consapevolezza del cambiamento non solo politico e storico, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, ma anche del proprio percorso di crescita e di scoperta personale, di odio e di amore.
Sullo sfondo compaiono anche personaggi realmente esistiti, come Giacomo Segre, il capitano al comando della quinta batteria del nono reggimento di artiglieria che sparò il primo colpo di cannone per aprire la Breccia nelle Mura aureliane; e un giovane Edmondo De Amicis, nelle vesti di giornalista militare mentre fa da cronista, non proprio obiettivo, durante la presa di Roma.
Ed ecco un altro segreto del mestiere: far salire la suspense su più livelli, focalizzando ora un pericoloso evento, ora uno sguardo e un incontro misterioso tra i personaggi, ora instillando dubbi e sviscerando misteri nelle loro vite. Creando forti aspettative nel lettore, anche nei confronti dei diversi antagonisti, da quelli terribilmente perfidi ai più ingenui. La mente proietta il film, le scene scorrono come sul grande schermo. E proprio Roma, la città dell’autore, s’innalza sopra la storia e diventa la vera protagonista. Putrida e affascinante, densa di passato, di palazzi e chiese, trucidamente misera e violenta, eppure magica e carismatica come una donna sensuale ma crudele

La Ballata della Città Eterba, Luca Di Fulvio, Rizzoli, pp. 640, €20

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista La Freccia di Febbraio 2021

Il libro del mese di Febbraio: "La ballata della città eterna" di Luca di Fulvio

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