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Può l’Unione europea garantire la propria sicurezza senza dipendere in modo strutturale dagli Stati Uniti? È da questa domanda che prende forma l’intervento di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, deciso a riportare al centro del dibattito una scelta che l’Europa ha finora evitato. La proposta di una forza militare comune da centomila uomini non nasce da un esercizio teorico, ma dalla lettura di un contesto strategico segnato dalla guerra in Ucraina, dall’incertezza sul futuro della presenza americana nel continente e dal progressivo indebolimento della cornice di sicurezza garantita per decenni dalla pax americana.

Il limite strutturale della frammentazione

Nel suo intervento a una conferenza sulla sicurezza in Svezia, Kubilius ha indicato nella frammentazione il limite strutturale della difesa europea. Oggi l’Unione dispone di 27 eserciti nazionali, con politiche, bilanci e priorità diverse, una condizione che rallenta le decisioni e riduce l’efficacia operativa. In questa cornice ha chiarito che l’Unione non può comportarsi come un attore unitario finché resta strutturata come una somma di eserciti nazionali, richiamando la distanza tra le ambizioni politiche dell’Europa e gli strumenti di cui realmente dispone.

Il paragone americano come chiave di lettura

Per rendere evidente il paradosso, il commissario ha fatto ricorso a un confronto diretto con il modello americano, chiedendosi se gli Stati Uniti sarebbero più forti “se avessero 50 eserciti a livello statale invece di un unico esercito federale”, accompagnati da “50 politiche di difesa e 50 bilanci diversi invece di una sola strategia e di un solo budget”. La risposta, ha osservato, è chiaramente negativa. E lo stesso ragionamento, implicitamente, vale per l’Europa, chiamata a interrogarsi sul proprio grado di autonomia in un momento in cui l’ombrello strategico statunitense non può più essere dato per scontato.

Dalla diagnosi alla proposta operativa

Da questa diagnosi nasce la proposta di una capacità militare europea permanente. Non un esercito federale in senso tradizionale, ma una struttura pronta all’uso, in grado di garantire deterrenza e risposta rapida alle crisi che coinvolgono direttamente la sicurezza del continente. Senza una massa critica di uomini e mezzi, ha avvertito Kubilius, l’Unione continuerà a dipendere da decisioni prese altrove. È in questo quadro che il commissario ha parlato della necessità di un cambio di passo netto, un approccio di rottura rispetto al passato, definito come un vero e proprio big bang della difesa europea.

Il nodo delle decisioni e della governance

Accanto alla dimensione militare, il commissario ha posto l’accento sul nodo delle decisioni, sottolineando come anche le capacità più avanzate rischino di restare inefficaci se l’Unione non è in grado di decidere in tempi compatibili con la natura delle crisi. Da questa valutazione deriva l’esigenza di una governance più snella e responsabile, capace di tradurre le scelte politiche in azione concreta e di accompagnare l’aumento delle capacità con una reale assunzione di responsabilità comuni.

La difesa come misura della maturità europea

La riflessione di Kubilius mette in evidenza una contraddizione che accompagna da tempo il progetto europeo. L’Unione ambisce a un ruolo strategico, ma continua a muoversi con strumenti pensati per una fase storica diversa, in cui la sicurezza poteva essere in larga misura esternalizzata grazie alla pax americana. La proposta di una forza comune e di una governance più efficace non scioglie automaticamente i nodi politici, ma rende più esplicita la scelta che attende gli Stati membri. La difesa diventa così il terreno su cui misurare la distanza tra integrazione dichiarata e integrazione praticata, in un contesto internazionale che lascia sempre meno spazio all’ambiguità.

Centomila uomini per l’autonomia europea? Il piano di Kubilius

L’intervento di Andrius Kubilius riapre il nodo irrisolto della difesa europea in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dal ridimensionamento della protezione americana. La frammentazione in 27 eserciti nazionali limita credibilità e rapidità d’azione dell’Ue. Da qui la proposta di una forza comune permanente e di una governance più snella

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