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Il lavoro non si difende più soltanto nei tavoli contrattuali. Oggi il suo destino si decide soprattutto nella competizione tra le grandi potenze, dove energia, innovazione, tecnologie strategiche, Intelligenza artificiale e materie prime sono diventate le vere leve del potere. In questo nuovo scenario la crescita dei salari non dipende più esclusivamente dalla contrattazione, ma dalla capacità di un Paese di aumentare produttività, investimenti e competitività.

È questa la sfida che l’Italia continua a rinviare. Da anni la Banca d’Italia e l’Ocse documentano la stessa anomalia: le retribuzioni reali ristagnano perché ristagna la produttività. L’inflazione provocata da pandemia e guerre ha soltanto aggravato un problema nato molto prima. Le cause sono note: riforme incompiute, ritardi nella formazione, insufficienza degli investimenti, debolezza della politica industriale e costi energetici tra i più elevati d’Europa.

Invece di aggredire questi nodi strutturali, larga parte della politica ha preferito rifugiarsi nella cultura del sussidio. Bonus, redistribuzione e assistenzialismo hanno spesso prevalso sugli investimenti in scuola, ricerca, infrastrutture, formazione tecnica ed energia. Anche la rinuncia ideologica al nucleare continua a presentare il conto alle imprese e alle famiglie, riducendo la competitività del sistema produttivo.

La geopolitica rende tutto questo ancora più urgente. Le grandi potenze utilizzano commercio, finanza, informazione e approvvigionamenti energetici come strumenti di influenza strategica. L’Europa è sottoposta a continue pressioni esterne e nessuno Stato membro possiede, da solo, la massa critica necessaria per competere efficacemente. Per questo la costruzione di una Federazione europea non rappresenta un ideale astratto, ma una necessità economica, industriale e democratica.

È in questa cornice che acquista un significato particolare quanto accaduto al congresso della Uil. Gli applausi rivolti a Giorgia Meloni quando ha rivendicato la detassazione del salario di produttività, la riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente, la promozione del lavoro regolare e l’inasprimento delle sanzioni contro chi viola le norme sulla sicurezza, insieme al giudizio costruttivo espresso dalla Cisl, raccontano un cambiamento che non può essere liquidato come semplice cortesia istituzionale. Segnalano che una parte importante del mondo del lavoro ricerca ormai soluzioni pragmatiche e non slogan.

È invece l’opposizione che appare in ritardo. Continuando a interpretare il lavoro con categorie novecentesche, fatica a comprendere che oggi salari più alti si conquistano soprattutto aumentando produttività, innovazione e qualità dello sviluppo.

La politica del lavoro del nostro tempo deve quindi saper coniugare crescita economica, sicurezza, riduzione della pressione fiscale, responsabilità nell’uso delle risorse pubbliche e valorizzazione del merito. Le nostalgie ideologiche non bastano più. Solo il coraggio delle riforme, dentro una prospettiva di integrazione federale europea e di salda appartenenza all’Occidente democratico, può garantire lavoro migliore, salari più dignitosi e un futuro più solido per l’Italia.

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