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«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza» (articolo 1, Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948)

Tra l’8 e il 9 gennaio 2026, con internet oscurato dal regime, le forze di sicurezza iraniane e milizie mercenarie hanno ucciso decine di migliaia di manifestanti: oltre 22.000 morti secondo fonti ospedaliere interne, fino a 30.000 secondo il Time Magazine, in quarantotto ore. Cecchini sui tetti, esecuzioni negli ospedali, corpi sequestrati e restituiti alle famiglie solo dietro pagamento o firma di impegni al silenzio. Un dettaglio avrebbe dovuto colpire chiunque: il regime ha dovuto importare mercenari di lingua araba — milizie sciite irachene pagate 600 dollari a testa — perché le proprie forze di sicurezza si rifiutavano di sparare sul proprio popolo. È la prova plastica dello sfaldamento interno di una dittatura che non si fida più dei propri uomini.

Eppure questo massacro ha ricevuto una copertura mediatica in Europa enormemente inferiore a quella dedicata ad altri conflitti. Il confronto con Gaza è inevitabile, e non è fatto per sminuire la sofferenza dei civili palestinesi. È fatto per interrogarsi su un meccanismo che determina quale sofferenza merita indignazione duratura e quale viene archiviata in fretta. Quel meccanismo non è neutro, e non è casuale.

La spiegazione più diffusa — che la diaspora palestinese in Occidente sia più organizzata di quella iraniana — non regge ai dati. La diaspora iraniana è numericamente molto più grande: tra gli otto e i dieci milioni nel mondo, oltre un milione e mezzo nei soli Stati Uniti. Le manifestazioni degli esuli iraniani dopo il gennaio 2026 sono state pacifiche e composte in tutte le capitali occidentali. Quelle pro-palestinesi, spesso animate da reti di attivismo ideologico più che da rifugiati di origine diretta, hanno in alcuni casi registrato episodi di violenza e scontri con le forze dell’ordine. Eppure hanno prodotto più eco e più pressione istituzionale. Il motivo non sta nei numeri né nell’organizzazione.

Il meccanismo è culturale e storico, ma oggi è diventato trasversale all’intero sistema mediatico e all’opinione pubblica, indipendentemente dall’orientamento politico. Vale ricostruirne la genealogia per capire come si è sedimentato. Una parte della cultura progressista ha ereditato dal terzomondismo degli anni Settanta l’idea che il valore morale della sofferenza dipenda dall’identità di chi la infligge: i carnefici percepiti come “anticoloniali” godono di tolleranza implicita. Una parte della cultura nazionalista ha invece ereditato un antiamericanismo e talvolta un antisemitismo strutturale che producono, per strade opposte, lo stesso effetto: un’attenzione morale selettiva concentrata su un solo antagonista. Il regime degli ayatollah ha saputo sfruttare questa doppia copertura per decenni, presentandosi agli uni come baluardo anticoloniale e agli altri come potenza sovranista che resiste all’egemonia occidentale.

Ciò che colpisce oggi è che queste radici storicamente distinte abbiano prodotto un riflesso comune, incorporato nei meccanismi ordinari dell’attenzione mediatica. Media e opinione pubblica si influenzano in un circolo che si autoalimenta: le redazioni seguono ciò che percepiscono come rilevante per il proprio pubblico, il pubblico orienta i propri giudizi su ciò che i media amplificano. Il doppio standard non è più il prodotto di una scelta ideologica consapevole: è diventato un automatismo sistemico che testate di orientamento opposto condividono, su questo punto, senza distinzione.

C’è infine una variabile che nessuno enuncia ma che pesa: l’interesse economico. L’opinione pubblica europea è più sensibile all’apertura dello Stretto di Hormuz e al prezzo della benzina di quanto non lo sia al destino dei giovani iraniani che muoiono in strada. Un accordo tra Washington e Teheran che stabilizzi i flussi energetici vale, nell’economia dell’attenzione mediatica, molto più di un massacro documentato. La realpolitik dei consumi quotidiani produce indifferenza morale più efficacemente di qualsiasi ideologia.

Se i valori di libertà e democrazia sono universali, devono valere per tutti, indipendentemente da chi è il carnefice. Non si può invocare la dignità umana per i palestinesi oppressi dal governo israeliano e tacere sulla stessa dignità calpestata dagli ayatollah — ai danni di giovani laici, donne, minoranze — senza incorrere in una contraddizione che ha un nome: ipocrisia. I valori che si applicano solo quando è comodo non sono universali. Sono strumenti di una narrativa selettiva. E una narrativa selettiva non tutela le vittime: le usa.

Il doppio standard di media e opinione pubblica sull’Iran e la gerarchia delle vittime

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Se i valori di libertà e democrazia sono universali, devono valere per tutti, indipendentemente da chi è il carnefice. Non si può invocare la dignità umana per i palestinesi oppressi dal governo israeliano e tacere sulla stessa dignità calpestata dagli ayatollah, ai danni di giovani laici, donne, minoranze, senza incorrere in una contraddizione che ha un nome: ipocrisia. La riflessione di Alberto Pagani

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