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La pace come priorità politica e spirituale. Ma anche la necessità di “ricucire” un mondo che, tra guerre e tensioni geopolitiche, rischia di smarrire il senso dell’incontro. Monsignor Vincenzo Paglia legge così il faccia a faccia tra il segretario di Stato americano Marco Rubio e Papa Leone XIV, un colloquio che arriva nel pieno delle fibrillazioni internazionali e che, secondo il presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, rappresenta molto più di una semplice tappa diplomatica. Sul tavolo non solo i rapporti tra Washington e Vaticano, ma le grandi fratture globali, da Cuba ai conflitti internazionali, passando per il ruolo del cristianesimo latinoamericano nel ridisegnare nuove traiettorie di dialogo.

Monsignore, che significato politico e simbolico ha avuto l’incontro tra Rubio e Papa Leone?

Papa Francesco disse una frase straordinaria a Sant’Egidio: quando ci si incontra vince l’incontro. E credo che questo sia il primo dato da cogliere. Incontrarsi è sempre più ricco delle parole che vengono pronunciate, perché dentro un incontro ci sono anche i silenzi, le intuizioni, ciò che si comprende senza dirlo apertamente. C’è stata una chimica particolare tra loro. Entrambi conoscono inglese e spagnolo, entrambi hanno legami profondi con l’America del Nord e con quella del Sud. E tutti e due portano sulle spalle una responsabilità universale, pur in modi differenti. Non credo però che il cuore del colloquio fosse una semplice ricucitura di rapporti diplomatici. Il tema vero è che oggi bisogna ricucire i popoli, le fratture del mondo, un pianeta che sta andando a pezzi. Serve ricostruire un sogno comune.

La pace è stata il primo capitolo dell’incontro. Dopo le dichiarazioni congiunte, cosa ne trae?

Credo che la comune matrice evangelica, segnata anche da un cristianesimo latinoamericano complesso e popolare, abbia fatto emergere con forza il primato della pace e dell’incontro rispetto alla logica della forza. Naturalmente faccio fatica a pensare che vi sia stata una totale convergenza su tutto. Sarebbe irrealistico. Però il fatto che la pace sia stata posta al centro è già un elemento molto importante.

Quali sono i punti di frizione nel rapporto fra Usa e Vaticano, al momento?

Penso per esempio a Cuba. Credo che lì ci siano ancora tensioni da oleare. Occorrerebbe un maggiore rispetto della popolazione cubana che vive sull’isola, distinta dalla componente dell’esilio, che naturalmente ha una posizione molto più dura nei confronti dell’attuale dirigenza cubana. Questo resta un grande nodo da sciogliere.

Lei ha spesso richiamato la figura di Felix Varela, per il quale lei si è speso. 

Sì, io fui postulatore della sua causa. Varela è una figura straordinaria, rispettata da tutti i cubani. È stato uno dei fondatori della diocesi di New York e rappresenta ancora oggi un possibile ponte tra Stati Uniti e Cuba. Certo, la situazione resta complessa. Rubio è figlio di esuli cubani ed è cresciuto dentro una storia di opposizione al regime dell’Avana. Ma Papa Leone ha riaperto i conventi agostiniani a Cuba e conosce molto bene quella realtà. La sua sensibilità suggerisce attenzione verso il popolo cubano prima ancora che verso gli equilibri politici.

Il colloquio tra Rubio e il Pontefice può rafforzare i rapporti tra Washington e Santa Sede?

Credo di sì. Il rapporto si è certamente irrobustito. La fase delle lacerazioni vissute negli anni di Trump era pericolosa. Oggi mi pare emerga una volontà diversa. Anche perché Rubio non è Trump. Ha una sua autonomia culturale e politica. Inoltre l’esperienza pastorale del Papa in America Latina è molto forte e questo aiuta enormemente il dialogo.

Che segnale dà il fatto che sia stato Rubio a chiedere la visita?

È un elemento molto significativo. Mostra un’urgenza di ascolto. Forse per spiegare alcune posizioni, ma anche per ascoltare davvero il Vaticano. E in un tempo come questo non è un dettaglio da poco. Perché il mondo ha bisogno di leader che tornino ad ascoltarsi reciprocamente.

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Monsignor Vincenzo Paglia legge l’incontro tra Marco Rubio e Papa Leone XIV come un passaggio cruciale per “ricucire” un mondo segnato da guerre e tensioni geopolitiche. Per il presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita il rapporto tra Washington e Vaticano esce rafforzato, anche grazie alla sensibilità latinoamericana del Pontefice e alla volontà di ascolto mostrata dal segretario di Stato americano

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