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A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala, il rischio nucleare legato alla guerra in Ucraina continua a essere evocato ciclicamente tra allarmi, accuse e narrativa strategica. Ma al di là della retorica, come si è evoluta realmente la minaccia? Per fare un punto sulla situazione, partendo da alcune delle ultime notizie relative a questo specifico settore, Formiche.net si è rivolta a Polina Sinovets, direttrice dell’Odesa Center for Nonproliferation presso l’I.I. Mechnikov National University e visiting scholar dell’Istituto Affari Internazionali.

Nelle scorse settimane il capo di Rosatom ha parlato di un aumento del rischio militare legato alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, mentre l’Institute for the Study of War ha suggerito la possibilità di un’operazione false-flag da parte russa con la stessa centrale di Zaporizhzhia come obiettivo.  Rispetto all’inizio del conflitto, crede che il rischio nucleare nel suo complesso sia più alto o più basso?

Credo che sia più basso rispetto al 2022. Certo, tutto può succedere, ma nel complesso la situazione mi sembra ben diversa. A partire dal fatto che Putin sta già optando per obiettivi più limitati. Recentemente, durante un forum con imprenditori russi, ha detto loro di sacrificare i profitti per combattere per il Donbass e raggiungere il controllo completo di quell’area. Questo suggerisce che è un obiettivo reale, non un’ambizione “massimalista” per realizzare la quale una “leva nucleare” potrebbe essere utile. In secondo luogo, non credo che la Russia voglia contaminare il Donbass con materiale nucleare o provocare un disastro in una centrale. Dopo aver conquistato il territorio, dovrebbero mandarci persone, investire, ricostruire. Contaminare l’area sarebbe totalmente controproducente. Un’operazione sotto falsa bandiera sarebbe più realistica, ma siamo comunque ben lontani dalla situazione che c’era nell’autunno del 2022.

A febbraio il Cremlino ha accusato Londra e Parigi di voler fornire a Kyiv delle capacità nucleari. Sarebbe uno scenario veramente fattibile?

Francamente, mi sembra piuttosto assurdo. È una narrativa che non regge. Prima di tutto, la Francia è estremamente attenta al controllo delle proprie testate nucleari. Non riesco a immaginare uno scenario in cui le consegni a qualcun altro senza mantenere il controllo. Anche nei dibattiti sull’estensione della deterrenza nucleare in Europa, Parigi chiarisce che le armi resterebbero sempre sotto controllo francese. Non esiste alcuna discussione sul trasferimento anche solo di una minima parte del controllo ad altri Paesi. Sarebbero armi francesi, controllate dalla Francia, anche se dispiegate altrove. A questo poi si aggiungono altri fattori.

Quali?

Ad esempio, il fatto che una testata nucleare è progettata per uno specifico vettore. Nel caso a cui hai fatto riferimento si parlava di testate per missili balistici lanciati da sottomarini. Ma l’Ucraina non ha né sottomarini né sistemi compatibili con simili vettori. Quindi come verrebbe utilizzata la testata? Infine, anche se venisse fornita una sola testata, quale sarebbe il senso? Sarebbe facilmente individuabile e distruggibile. E se venisse usata, la risposta russa sarebbe totale. Non avrebbe alcuna logica strategica. A questo si aggiungono dettagli pieni di contraddizioni.

Ce li può indicare?

Si parlava anche di una “dirty bomb” fornita dalla Francia, ma una “bomba sporca” è un esplosivo convenzionale con materiale radioattivo, qualcosa che può essere costruito facilmente anche da gruppi non statali. L’Ucraina ha già accesso a materiale nucleare nelle sue centrali e capacità industriali, e non avrebbe alcun bisogno di riceverla dall’estero. E poi si diceva che Francia e Regno Unito stessero pianificando insieme, ma che la Germania si era tirata indietro. Ma la Germania non è una potenza nucleare, e non avrebbe nulla da offrire.

Come leggere, dunque, la cosa?

La tempistica della notizia è sospetta. Il fatto che sia uscita proprio il 24 febbraio, esatto anniversario dell’inizio della guerra, non è casuale. Questo suggerisce che probabilmente si trattava di propaganda destinata al pubblico interno russo o a segmenti dell’estrema destra europea, per alimentare sfiducia e polarizzazione nel secondo caso, e per distrarre dall’anniversario e dalle responsabilità della leadership russa nel primo.

All’inizio dell’anno il trattato New Start è scaduto, ma per il momento sembra che entrambe le parti vogliano continuare a rispettarlo informalmente. Possiamo aspettarci cambiamenti nella postura nucleare russa?

Non credo che cambierà molto nel breve periodo, perché la Russia ha già modificato la propria postura e al momento sembra soddisfatta. Probabilmente continueranno a restare entro i limiti del trattato finché sarà conveniente, magari ancora per uno o due anni. Poi è possibile che gli Stati Uniti inizino un rafforzamento, anche in risposta alle mosse della Cina e alle evoluzioni tecnologiche, e la Russia dovrà adeguarsi. La decisione di restare entro i limiti del trattato è probabilmente legata a una questione di risorse. La guerra in Ucraina assorbe enormi quantità di denaro, e la Russia non può contemporaneamente finanziare un’espansione nucleare significativa. Quindi si tratta di prendere tempo, ritardare una nuova corsa agli armamenti e sperare di chiudere il conflitto in Ucraina, liberando risorse. Inoltre, un contesto post-bellico renderebbe più facile negoziare un nuovo trattato con gli Stati Uniti. In sintesi, si tratta di una pausa tattica, più che di una stabilità strutturale.

Tante parole, poca sostanza. La minaccia nucleare nel conflitto ucraino secondo Sinovets

Nonostante le notizie e gli allarmi provenienti tanto da Est quanto da Ovest, il rischio nucleare nel conflitto in Ucraina sembra essere decisamente meno concreto rispetto al 2022, anche se il tema atomico continua ad essere impiegato per fini di comunicazione. Intervista con Polina Sinovets, direttrice dell’Odesa Center for Nonproliferation presso l’I.I. Mechnikov National University e visiting scholar dell’Istituto Affari Internazionali

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