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I primi segnali emersi dal summit tra Donald Trump e Xi Jinping suggeriscono che Pechino stia riconsiderando i costi — ma non necessariamente i fondamenti — della propria relazione con l’Iran dopo che la scelta di Teheran di militarizzare lo Stretto di Hormuz si è scontrata con gli interessi energetici cinesi e ha complicato le dinamiche dell’operazione lanciata dagli Stati Uniti contro l’Iran.

A colpire è soprattutto il tono insolitamente esplicito del readout diffuso dalla Casa Bianca dopo l’incontro. Nel testo si afferma che Xi ha “espresso chiaramente l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre pedaggi per il suo utilizzo”, ha mostrato interesse ad acquistare più petrolio americano “per ridurre la dipendenza cinese dallo Stretto” e ha concordato sul fatto che “l’Iran non possa mai ottenere un’arma nucleare”.

L’insolita specificità nel linguaggio utilizzato è una notizia di per sé, anche perché normalmente i readout americani evitano di attribuire direttamente a Xi formulazioni così precise.

Perché conta

La Cina è stata il principale canale di sopravvivenza economica dell’Iran negli anni delle sanzioni, acquistando soprattutto idrocarburi. Che Pechino però compra anche dal resto del Golfo, con circa il 40-50% delle importazioni cinesi di greggio passa attraverso Hormuz. Il summit Trump-Xi ha evidenziato la crescente preoccupazione di Pechino per l’instabilità nel Golfo e la vulnerabilità energetica cinese. Ma Pechino sembra ancora lontana dall’abbandonare Teheran, anche perché il sostegno “indiretto” alla Repubblica islamica continua ad avere costi relativamente contenuti.

La crisi di Hormuz sembra aver reso molto più difficile l’equilibrio che la Cina ha cercato di mantenere negli ultimi anni nel Golfo.

Pechino era riuscita a combinare più obiettivi contemporaneamente: importazioni di greggio iraniano scontato attraverso le raffinerie “teapot”; relazioni stabili con le monarchie del Golfo; distanza politica da un coinvolgimento diretto nei conflitti regionali; un sostegno limitato ma concreto a Teheran.

Questa formula è diventata più fragile nel momento in cui Hormuz stesso è entrato al centro dello scontro. Ma il quadro che emerge non è quello di un allineamento strategico tra Washington e Pechino contro l’Iran.

Theo Nencini, research fellow di ChinaMed, ritiene che la Cina resti orientata a mantenere quello che definisce un sostegno “indiretto” alla Repubblica islamica: acquisti di petrolio da parte delle piccole raffinerie cinesi, una copertura diplomatica distante e un supporto operativo limitato.

“Non vedo perché questo sostegno dovrebbe venir meno”, spiega Nencini, secondo cui continuare a sostenere Teheran costa relativamente poco a Pechino e permette alla leadership cinese di preservare leve strategiche nella regione.

Secondo Nencini, questo sostegno comprende anche attività limitate di intelligence, capacità satellitari — incluso il possibile utilizzo militare iraniano del sistema BeiDou — e alcune componenti utilizzabili per la produzione di combustibile missilistico.

Il messaggio di Xi a Trump

“Dal punto di vista cinese non è l’Iran il vero responsabile della situazione attuale”, osserva Nencini. Secondo il ricercatore di ChinaMed, Xi si sarebbe presentato al summit con la postura di un attore rimasto politicamente e strategicamente “esterno al conflitto”, ma deciso a segnalare a Washington che un prolungamento dell’instabilità nello Stretto finirebbe per creare problemi diretti all’economia e alla sicurezza energetica cinese.

“Se non risolvi rapidamente la situazione a Hormuz, mi troverò in difficoltà. E se non vuoi aggravare ulteriormente le tensioni reciproche, ti consiglio di trovare un accordo con Teheran”, sarebbe stato, nella lettura di Nencini, il messaggio implicito di Xi a Trump.

Per questo, aggiunge Nencini, il leader cinese avrebbe spinto Trump a individuare uno “spazio negoziale” con Teheran invece di proseguire lungo una traiettoria di pura escalation. “Non bisogna mai dimenticare che tutte le parti restano costantemente in relazione”, osserva ancora Nencini. “Nonostante il cessate-il-fuoco, il perimetro di un vero negoziato con l’Iran sembra ancora poco definito.”

Energy first

La dimensione energetica è ormai al centro dell’equazione tra Stati Uniti, Cina e Iran. Pochi giorni prima del summit, il Tesoro americano ha sanzionato Hengli Petrochemical, uno dei maggiori raffinatori cinesi e noto processore di greggio iraniano soggetto a sanzioni.

La mossa ha messo in evidenza una contraddizione sempre più difficile da gestire per Pechino: beneficiare del petrolio iraniano scontato cercando allo stesso tempo di proteggere le proprie aziende dall’esposizione alle sanzioni americane. In questo contesto, l’offerta di Trump di aumentare le esportazioni energetiche americane verso la Cina assume una valenza strategica più ampia.

Per anni il greggio iraniano a basso costo ha sostenuto il sistema industriale cinese. Ma quel petrolio porta con sé anche rischi crescenti: sanzioni, instabilità nel Golfo e pressione sulle aziende cinesi coinvolte nel commercio con Teheran. Maggiore accesso all’energia americana potrebbe offrire a Pechino una fonte alternativa meno esposta sia alle crisi di Hormuz sia all’enforcement delle sanzioni.

Nencini sottolinea però che lo scenario davvero significativo — anche se oggi appare meno probabile — sarebbe quello di un’offerta americana talmente vantaggiosa da convincere Pechino a prendere una distanza più concreta dalla Repubblica islamica. “Petrolio?”, suggerisce Nencini, indicando proprio l’energia come possibile contropartita di un eventuale riequilibrio cinese.

Tra le righe

La sequenza degli eventi successivi al summit suggerisce che Teheran abbia compreso rapidamente la pressione proveniente da Pechino. Le notizie secondo cui le autorità iraniane avrebbero iniziato a consentire il passaggio delle navi cinesi nello Stretto sono emerse quasi contemporaneamente alla diffusione del comunicato Trump-Xi.

Il punto centrale è che minacciando Hormuz in modo indiscriminato, Teheran ha finito per mettere sotto pressione la sicurezza energetica del proprio principale partner economico. Per anni la Cina aveva assorbito parte dei costi diplomatici e commerciali legati alla relazione con l’Iran perché quella relazione restava funzionale agli interessi cinesi. La crisi di Hormuz ha aumentato il prezzo di quell’equilibrio.

Il dossier nucleare

Il summit ha avuto implicazioni anche sul dossier nucleare iraniano. Il 10 maggio l’ambasciatore iraniano in Cina, Abdolreza Rahmani Fazli, aveva affermato che Pechino avrebbe potuto svolgere il ruolo di garante di un futuro accordo tra Iran e grandi potenze, sostenendo inoltre la necessità di un’approvazione finale del Consiglio di Sicurezza Onu.

Le dichiarazioni riflettevano la convinzione iraniana che la Cina restasse il principale ancoraggio diplomatico della Repubblica islamica. Il linguaggio utilizzato nel summit Trump-Xi ha però complicato questa aspettativa. Pechino ha ribadito il proprio sostegno alle attività nucleari civili iraniane, ma aderendo insieme a Washington al principio secondo cui l’Iran non può ottenere un’arma nucleare, la leadership cinese sembra aver segnalato minore disponibilità a offrire una copertura diplomatica incondizionata nel pieno di una fase di forte tensione regionale.

Allo stesso tempo, l’approccio cinese continua a sembrare guidato più dalla gestione del rischio che da una rottura con Teheran. Uno studio preparato per la U.S.-China Economic and Security Review Commission da CENTRA Technology osservava che i diplomatici cinesi hanno storicamente privilegiato una strategia di “ritardo e diluizione delle sanzioni piuttosto che di aperta ostruzione”, pur sostenendo alcune misure Onu contro soggetti collegati ai programmi nucleari e missilistici iraniani.

In sintesi

La Cina sembra ancora intenzionata a preservare la relazione con Teheran. Ma la crisi di Hormuz ha mostrato i limiti di una strategia costruita sull’idea di poter combinare contemporaneamente energia iraniana a basso costo, stabilità nel Golfo e protezione dalle sanzioni americane.

Cosa aspettarsi sull’Iran dopo l’incontro Trump-Xi

Il summit Trump-Xi suggerisce che Pechino stia rivalutando i costi dell’instabilità iraniana dopo la crisi di Hormuz, pur senza mettere in discussione il proprio sostegno “indiretto” a Teheran. Secondo Theo Nencini, research fellow di ChinaMed, la Cina continua a considerarsi “esterna al conflitto” e starebbe spingendo Washington a trovare uno “spazio negoziale” con la Repubblica islamica per evitare un’escalation capace di colpire direttamente gli interessi energetici cinesi

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