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Taipei – Il tema non viene affrontato apertamente nei toni dell’allarme, ma nel dibattito strategico taiwanese una domanda sta diventando sempre meno teorica: quanto spazio reale avrà Taiwan nelle priorità strategiche di Donald Trump, mentre Washington è assorbita dalla guerra con l’Iran e contemporaneamente tenta di costruire un equilibrio pragmatico con la Cina?

A riaccendere le preoccupazioni dopo le giornate complicate che hanno seguito l’incontro Trump-Xi di Pechino, stavolta sono state le dichiarazioni del segretario ad interim della Marina statunitense Hung Cao, che durante un’audizione al Senato ha confermato la sospensione di un pacchetto di vendita di armamenti a Taiwan del valore di circa 14 miliardi di dollari. Una pausa motivata, secondo Cao, dalla necessità di preservare le scorte americane di munizioni dopo mesi di operazioni militari legate al conflitto con Teheran.

“Al momento stiamo facendo una pausa per assicurarci di avere le munizioni di cui abbiamo bisogno per Epic Fury”, è stata la risposta di Cao a Mitch McConnell, storico senatore repubblicano, tra i leader del partito che politicamente supporta la Casa Bianca. “Ci stiamo solo assicurando di avere tutto, ma poi le vendite militari estere continueranno quando l’amministrazione lo riterrà necessario“, ha aggiunto Cao. E qui sta un punto: il segretario alla Guerra Peter Hegseth ha sempre sostenuto che non ci sono preoccupazioni sulle munizioni. Mentre il presidente Trump aveva fatto riferimento alle forniture militari a Taiwan che potrebbero diventare anche uno strumento negoziale nei rapporti con Pechino.

Dopo il viaggio in Cina e il confronto con Xi Jinping, Trump aveva parlato della questione taiwanese come di un tema discusso “in grande dettaglio”, aggiungendo che una decisione definitiva sarebbe arrivata “a breve”. Poi ha detto di essere pronto a parlare in qualsiasi momento con il presidente taiwanese, Lai Ching-te, rompendo un protocollo che lui stesso aveva parzialmente rotto nel 2016, quando come presidente-appena-eletto (per il primo mandato) aveva ricevuto la telefonata dell’allora presidente Tsai Ing-wen – che ha preceduto Lai. I leader statunitensi e taiwanesi non parlano direttamente dal 1979 – quando Washington ha tagliato i legami formali con Taiwan per riconoscere il governo cinese a Pechino. Già la telefonata tra Trump e Tsai aveva prodotto le ire di Pechino.

Negli ultimi mesi l’isola aveva cercato di rafforzare il rapporto con l’amministrazione Trump, puntando soprattutto sul concetto di deterrenza: una Taiwan più armata e più resiliente dovrebbe ridurre il rischio di un’avventura militare cinese nello Stretto, avrebbe permesso a Taipei di essere più autonoma nella propria difesa (scaricando in parte Washington da un ruolo di protezione su cui vige l’ambiguità strategica), avrebbe accontentato Trump che chiede ad alleati e partner di provvedere alle proprie necessità di difesa indipendentemente (ma acquistando prodotti statunitensi). Ma le parole di Cao, sommate alle recenti dichiarazioni dello stesso Trump, stanno alimentando la sensazione che il dossier taiwanese possa essere subordinato ad altre priorità americane.

A Taipei, più che le dichiarazioni in sé, pesa il contesto strategico in cui vengono pronunciate. Da una parte gli Stati Uniti sono impegnati a sostenere un equilibrio regionale sempre più fragile in Medio Oriente, con consumi elevatissimi di missili intercettori, Tomahawk e sistemi avanzati anche per proteggere i partner regionali. Dall’altra, la Casa Bianca sembra voler evitare un’escalation simultanea con la Cina, soprattutto in una fase in cui Washington sta cercando di stabilizzare almeno parzialmente il rapporto con Pechino.

Il risultato è che Taiwan teme di trovarsi nel mezzo di una gerarchia delle crisi in cui il proprio dossier rischia di perdere centralità operativa, pur restando strategicamente cruciale. Non è un caso che, nelle ultime ore, i rappresentanti taiwanesi abbiano intensificato gli appelli pubblici a favore della prosecuzione delle vendite di armi americane. Il rappresentante di Taipei a Washington, l’ambasciatore Alexander Yui, ha ribadito che il modo migliore per prevenire una guerra è garantire a Taiwan la capacità di difendersi autonomamente. Una linea ormai consolidata nella narrativa taiwanese: la deterrenza come assicurazione contro il conflitto.

A Taipei, mentre si continua a gestire la situazione con freddezza (business as usual, almeno per ora), si osserva con attenzione crescente la possibile evoluzione della posizione trumpiana verso la Cina: meno ideologica, più transazionale e potenzialmente disposta a utilizzare diversi dossier – commercio, tecnologia, sicurezza regionale – come elementi di una negoziazione più ampia con Xi Jinping. L’isola teme che la propria sicurezza possa trasformarsi da pilastro strategico americano a variabile tattica dentro un equilibrio globale definito altrove. E in una città dove la normalità quotidiana continua quasi immutata – mercati notturni affollati, metropolitane efficienti, skyline illuminati, super aziende tecnologiche al lavoro costante – la sensazione che qualcosa stia cambiando nei calcoli strategici di Washington resta ancora difficile da verbalizzare apertamente. Sebbene inizi a essere difficile da ignorare.

Anche perché, in controluce, a Taipei si osserva soprattutto il crescente intreccio tra il dossier iraniano e quello taiwanese. Trump aveva cercato da Xi Jinping un aiuto sulla crisi con Teheran senza ottenere, almeno pubblicamente, risultati concreti. Ora però i due piani tornano a sovrapporsi: Washington ha interesse a chiudere il fronte iraniano e preservare risorse militari, mentre Pechino ha interesse a complicare o rallentare il rafforzamento difensivo di Taiwan. Non serve un accordo esplicito perché sull’isola cresca la percezione che le due dinamiche stiano iniziando a influenzarsi reciprocamente.

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