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Il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato mercoledì da Ursula von der Leyen è stato indubbiamente di grande valore e, inevitabilmente, complesso. La Presidente della Commissione europea ha provato a tenere insieme competitività, sicurezza, autonomia strategica e difesa della democrazia, dossier che l’Europa non può più considerare separati. Più che soffermarsi sull’elenco delle iniziative, conviene però cogliere due proposte politiche: l’apertura al Canada come primo Paese associato all’Unione e la creazione di un Consiglio europeo di sicurezza. Sono segnali della ricerca, ancora incompiuta, di una forma europea della potenza.

Il rapporto con Ottawa parte da una base solida. Il Ceta (l’accordo di libero scambio siglato con l’Ue) ha costruito un’integrazione economica stretta ed è applicato in larga parte in via provvisoria dal 2017, benché il Parlamento italiano non lo abbia ancora ratificato. L’associazione evocata da von der Leyen avrebbe però un significato squisitamente politico, andando a ipotizzare un’intesa su questioni strategiche come difesa, energia, materie prime critiche, tecnologia e sicurezza dell’Artico.

Ad una lettura non approfondita, qualcuno lo ha visto come una risposta a Donald Trump e alle provocazioni sul Canada “cinquantunesimo Stato” americano. Tuttavia, sarebbe una interpretazione riduttiva: Ottawa non può e non vuole recidere gli strettissimi legami con gli Stati Uniti. Avvicinare il Canada all’Europa non significa dunque allontanarlo da Washington: a contrario, significa irrobustire lo spazio transatlantico, nell’attesa che tornino tempi migliori anche per quanto riguarda le relazioni con gli Usa. Un’Europa più forte non è l’alternativa all’America; può essere la condizione per conservare un’Alleanza atlantica credibile.

La stessa logica vale per il Consiglio europeo di sicurezza. Se ben concepito, potrebbe offrire una sede ristretta e operativa nella quale coordinare crisi, minacce ibride e scelte di difesa, coinvolgendo anche Regno Unito e Norvegia, oltre a Canada e Ucraina. Non si tratterebbe di duplicare la Nato, ma di organizzarne meglio il pilastro europeo. Una nuova sigla, naturalmente, non basta: senza procedure decisionali chiare, risorse comuni e capacità interoperabili, anche il Consiglio rischierebbe di diventare l’ennesimo luogo di consultazione. Servirebbe invece un organismo snello e agile, in grado di intervenire tempestivamente laddove necessario. Pensiamo ad esempio a quanto sta accadendo sul fianco orientale: nei Paesi baltici si sta rafforzando la minaccia dalla Russia attraverso droni, sabotaggi, attacchi informatici, mine e vulnerabilità dei cavi sottomarini. L’abbattimento nei cieli lituani di un drone da parte di un velivolo italiano impegnato nella missione Nato mostra quanto sia sottile la linea tra incidente, provocazione e aggressione.

In questo caso, l’Italia non sarebbe un semplice spettatore. Dispone di tecnologie e competenze decisive nella difesa aerea integrata (dai radar ai sistemi franco-italiani Samp/T) e nelle operazioni antimina, essenziali in un mare chiuso e strategico come il Baltico. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ben coadiuvata dai Ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, dovrebbe mettere a disposizione questa capacità industriale e operativa nel nuovo disegno europeo, mantenendo insieme i due riferimenti che non sono contraddittori: maggiore responsabilità dell’Unione e piena coesione della Nato.

La questione più urgente resta però l’Ucraina. L’inverno si avvicina e la Russia sta intensificando, come ogni anno, la pressione sulle infrastrutture e sulle difese aeree di Kiev; al tempo stesso, Mosca mostra difficoltà economiche e militari crescenti e Vladimir Putin sa che il tempo inizia a stringere. Dall’altra parte, Volodymyr Zelensky affronta una fase complicata, sia sul campo che sul piano interno con l’aumento delle pressioni affinché si tengano le elezioni presidenziali. Mentre a Washington l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato aumenta l’interesse di Trump a presentarsi come il Presidente capace di ottenere una tregua. Esistono dunque incentivi convergenti a congelare almeno il conflitto. Ma un’intesa non può ridursi a un accordo a tre fra Stati Uniti, Russia e Ucraina. L’Unione Europea e i suoi Stati membri, considerati insieme, sono il principale sostegno finanziario e politico di Kiev e saranno chiamati a sostenere le garanzie di sicurezza e il processo di ricostruzione.

Infine, l’Europa non ha soltanto un fianco orientale. La recente dichiarazione dei Brics al termine del summit che si è tenuto in India parla di “Asia occidentale”, dove noi continuiamo a vedere il “Medio Oriente”: anche le parole rivelano che il punto di osservazione del mondo sta cambiando. Mayyun, il piccolo isolotto di Bab el-Mandeb passato sotto il controllo degli Houthi, ricorda che la geografia è ancora più potente di un drone o di una portaerei nel controllare le arterie del commercio mondiale. Se a questo si aggiungono le tensioni a Hormuz, la sicurezza dell’Europa e del Mediterraneo dipende da passaggi che si trovano molto oltre i confini dell’Unione.

Insomma, il Soteu ha indicato una direzione giusta. Ora occorre trovare la volontà politica per trasformare le formule in strumenti basandosi su una nuova struttura istituzionale europea e nuove regole a partire da quella sulla unanimità: il primo test potrebbe essere un’associazione con il Canada che rafforzi l’Atlantico, un Consiglio di sicurezza capace di decidere, investimenti comuni e una presenza europea al tavolo sull’Ucraina. La domanda non è se l’Europa (e con essa l’Italia) debba scegliere tra autonomia e alleanza con gli Stati Uniti. È se saprà assumersi abbastanza responsabilità da rendere entrambe possibili.

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