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Può il Paese più inquinante del mondo essere anche il maggior dispensatore di tecnologie e infrastrutture per le rinnovabili? Sì, la Cina può. Quando si parla di transizione è pressoché impossibile non soffermarsi, almeno per un istante, sul Dragone. Il quale rifornisce mezzo pianeta di pannelli solari, pale eoliche grazie al catalogo green più grande del mondo. Non è sempre un buon affare, perché a volte ci va di mezzo la sicurezza dei dati sensibili, la qualità delle tecnologie e persino lo spionaggio. Lo dimostra la montante e costante crisi di rigetto dell’Europa, sempre più mal disposta all’acquisto di prodotti cinesi legati alla transizione.

Tutto ciò premesso, la Cina non così green come si crede. Per carità, il Dragone è incline ai bluff, basta guardare ai miliardi di investimenti spacciati per carburante per la crescita e il benessere. In Africa ne sanno qualcosa e forse non solo lì. C’è un dato che vale la pena citare, per dare un volto alla transizione energetica cinese. Preambolo, solo nel 2025 Pechino ha aggiunto quasi 450 gigawatt (GW) di capacità di energia pulita, una quantità di energia solare superiore e una quantità di energia eolica doppia rispetto al resto del mondo messo insieme.

Il Paese ha raggiunto l’obiettivo di aggiungere 1.200 GW di capacità eolica e solare alla rete entro il 2030, con cinque anni di anticipo rispetto alla scadenza prevista. Eppure, ecco il punto, il boom delle energie pulite non ha soppiantato il carbone, il combustibile fossile più inquinante per antonomasia. La Cina, infatti, rimane il maggiore emettitore mondiale di anidride carbonica e continua a sfruttare le sue vaste riserve di carbone per raggiungere l’autosufficienza energetica. Di più, oggi il Dragone consuma oltre il 50% della produzione globale di carbone, in parte perché è l’unico combustibile fossile che non deve importare.

E allora, non stupisce il fatto che solo nei mesi di gennaio e febbraio 2026, Pechino abbia aggiunto ben 20 gigawatt di capacità di produzione di energia elettrica da centrali a carbone, quasi la metà della quantità di nuove energie rinnovabili aggiunte nello stesso periodo. Questo spiega in parte perché il Paese non sia sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di neutralità carbonica entro il 2060. Una contraddizione al centro del più recente piano quinquennale cinese, un programma politico che plasmerà l’economia fino al 2031 e determinerà se il Paese sarà in grado di rispettare i propri impegni climatici e contribuire a frenare il riscaldamento globale. E sebbene il presidente cinese Xi Jinping abbia promesso nel 2021 di illustrare nel dettaglio una riduzione dell’uso del carbone nel piano 2026-31, quest’ultimo non contiene un reale piano di riduzione graduale chiaro, né un limite preciso all’utilizzo dei combustibili fossili. Un bel dilemma.

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