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Taipei sta progressivamente ridefinendo il proprio modo di stare sulla scena internazionale. Non si tratta solo di reagire alla pressione crescente di Pechino, ma di costruire una postura più assertiva, visibile e multilivello che intreccia comunicazione strategica, sicurezza, economia e tecnologia. Le recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri Lin Chia-lung e del presidente Lai Ching-te mostrano come Taiwan stia cercando di trasformare la propria vulnerabilità geopolitica in un elemento di mobilitazione internazionale.

Il confronto verbale con il capo della diplomazia cinese Wang Yi, avvenuto con la Conferenza sulla sicurezza di Monaco sullo sfondo, non è stato un semplice scambio retorico. Taipei ha colto l’occasione per denunciare quella che considera una contraddizione strutturale tra la narrativa usata contro Tokyo da Pechino – che si presenta come pilastro di stabilità regionale – e le attività militari e coercitive condotte nello Stretto di Taiwan. In questa fase, la comunicazione diventa parte integrante della deterrenza: contestare pubblicamente la versione cinese dei fatti significa cercare di plasmare la percezione internazionale della crisi.

Parallelamente, l’amministrazione Lai sta promuovendo una diplomazia “a valore aggiunto”, fondata non solo sulla condivisione di principi democratici ma sulla capacità concreta di contribuire alla sicurezza e alla prosperità dei partner. Taiwan è infatti un nodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento, in particolare per i semiconduttori avanzati, e un attore sempre più rilevante nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie emergenti. L’accordo commerciale con gli Stati Uniti, accompagnato da ingenti investimenti nell’industria dei chip americana, rafforza questa interdipendenza strategica e si inserisce nello sforzo occidentale di rendere più resilienti le supply chain ad alta tecnologia.

Sul piano della sicurezza, la postura taiwanese si sta evolvendo verso una strategia di negazione basata su resilienza e capacità asimmetriche. Negli ultimi dieci anni, di fronte all’accelerazione militare cinese e all’incertezza sull’intervento diretto statunitense, Taipei ha progressivamente abbandonato l’idea di poter contare principalmente su un sostegno esterno, puntando invece a rendere qualsiasi tentativo di invasione lungo, costoso e politicamente rischioso. La cosiddetta “porcupine strategy” mira a trasformare i vincoli geografici dell’isola in un fattore di attrito per l’aggressore, integrando dimensione militare, civile e infrastrutturale.

Tuttavia, la dimensione americana resta decisiva. Le discussioni negli Stati Uniti sulle future vendite di armi e sulla validità delle “Six Assurances” del 1982 evidenziano quanto Taiwan sia ormai al centro della competizione strategica tra Washington e Pechino, e quindi viva i rischi connessi all’azione transazionale di Donald Trump. Anche solo l’ipotesi che l’isola possa diventare oggetto di negoziazione con la Cina ha suscitato allarme tra legislatori ed esperti, segno della delicatezza dell’equilibrio nello Stretto.

Nel complesso, Taiwan sta cercando di passare da oggetto della competizione tra grandi potenze a soggetto attivo capace di influenzarne l’esito. La combinazione di diplomazia, tecnologia e difesa suggerisce che la questione taiwanese non riguarda più soltanto l’Asia orientale, ma l’architettura della sicurezza globale e la stabilità delle economie avanzate.

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