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Per bloccare un candidato italiano ritenuto troppo vicino a Washington, alcuni alleati europei hanno finito per affidare la guida ad interim dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina proprio a un funzionario del Dipartimento di Stato americano. È uno di quei paradossi diplomatici che valgono più di molte dichiarazioni ufficiali.

La decisione del Peace Implementation Council (PIC) di nominare l’americano Louis J. Crishock, vice di Christian Schmidt all’Office of the High Representative (OHR), come Acting High Representative, rinviando ancora una volta la scelta del successore di Christian Schmidt, rappresenta il sintomo di questa difficoltà. Più che risolvere il problema, lo congela. Il mandato di Crishock scade formalmente il 14 luglio, ma l’assenza di un accordo tra i membri del PIC rende possibile il protrarsi di una soluzione nata come temporanea. Nel frattempo, un’istituzione centrale per l’equilibrio della Bosnia-Erzegovina resta sospesa in una fase di incertezza che rischia di indebolirne la stessa autorevolezza.

La partita, infatti, non riguarda soltanto Sarajevo. Rivela qualcosa di più profondo: la crescente difficoltà dell’Occidente nel mantenere una linea comune su dossier apparentemente periferici, ma dall’alto riflesso strategico, proprio mentre la coesione transatlantica viene indicata come la principale risposta credibile alla competizione con Russia e Cina. Il rischio non è tanto la mancata nomina di un Alto Rappresentante, quanto il messaggio politico che ne deriva: se europei e americani faticano a trovare una sintesi perfino su una questione relativamente circoscritta, le divisioni interne rischiano di diventare esse stesse un fattore geopolitico.

Al centro dello stallo rimane la candidatura dell’ambasciatore Antonio Zanardi Landi, diplomatico di lunga data il cui curriculum rende indiscutibile la qualità della scelta, e anche per questo sostenuta apertamente dal segretario di Stato statunitense Marco Rubio, ma osteggiata soprattutto dalla Francia, seguita poi da altri partner europei. Ma proprio qui emerge l’aspetto più interessante dell’intera vicenda.

La candidatura italiana è progressivamente diventata il contenitore di tensioni che hanno poco a che vedere con la Bosnia. In una fase in cui il rapporto tra Washington e diverse capitali europee attraversa uno dei momenti più delicati degli ultimi decenni, il sostegno americano a un candidato è stato interpretato da alcuni governi non come un’opportunità di coordinamento, bensì come un elemento di diffidenza. Una nomina tecnica si è così trasformata in una prova di forza politica.

Eppure, osservando il contenuto del non-paper predisposto a sostegno della candidatura di Zanardi Landi, emerge un quadro molto diverso da quello suggerito dal confronto diplomatico informale. Il documento non proponeva alcuna revisione dell’architettura internazionale costruita dopo Dayton, né immaginava un rapido superamento dell’Office of the High Representative. Al contrario, delineava una linea largamente coerente con l’approccio discusso dagli stessi partner europei negli ultimi mesi: piena attuazione dell’agenda “5+2”, rafforzamento della responsabilità delle istituzioni bosniache, ricorso ai Bonn Powers esclusivamente come extrema ratio, maggiore coordinamento tra i membri del PIC e un progressivo ridimensionamento dell’OHR soltanto quando le condizioni politiche lo renderanno possibile.

In altre parole, il confronto si è concentrato molto più sull’identità geopolitica attribuita al candidato che sul merito delle proposte. Nel corso dei mesi, la candidatura è stata descritta, a seconda degli interlocutori, come filo-serba, troppo vicina a Washington o incompatibile con l’approccio europeo alla Bosnia. Paradossalmente, il documento a sostegno della candidatura dell’italiano rappresentava uno dei pochi tentativi di riportare la discussione sul terreno delle politiche concrete anziché su quello delle appartenenze geopolitiche. Ma il dibattito diplomatico ha finito per seguire la direzione opposta.

La vicenda racconta anche un fenomeno più ampio. Sempre più spesso le divergenze transatlantiche non emergono sui grandi dossier — dove il costo politico dello scontro è elevato — ma su quelli apparentemente secondari, nei quali diventa più semplice inviare segnali politici senza mettere formalmente in discussione l’alleanza. È una dinamica che produce un effetto cumulativo: ogni singolo episodio può sembrare marginale, ma nel loro insieme questi attriti alimentano un’immagine di frammentazione occidentale osservata con attenzione tanto a Mosca quanto a Pechino.

Per l’Italia, tuttavia, la questione assume un significato ulteriore. Il dossier è rimasto evidentemente fuori dal recente vertice di Antibes tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron, presentato come il rilancio del dialogo strategico tra Roma e Parigi. Eppure è una fotografia delle difficoltà europee. Per questo Roma difficilmente potrebbe decidere di ritirare la candidatura di Zanardi Landi. Farlo significherebbe certamente rinunciare a un candidato italiano costruito nel corso di mesi di lavoro diplomatico, ma soprattutto allontanarsi da una traiettoria indicata da Washington proprio nel momento in cui l’asse transatlantico su cui si muove Roma ha bisogno di posizioni sicure e condivise. La credibilità della postura italiana dipende anche dalla capacità di sostenere certe posizioni quando emergono resistenze all’interno dell’Unione europea.

È proprio questo il punto che rende la Bosnia un test politico più significativo di quanto le sue dimensioni possano suggerire. La questione non riguarda soltanto chi guiderà l’Office of the High Representative. Riguarda il modo in cui gli alleati occidentali gestiscono le proprie divergenze in una fase di competizione strategica sempre più intensa.

La prossima settimana i leader della Nato si riuniranno in Turchia con l’obiettivo di riaffermare unità e coesione davanti alle sfide poste dalla Russia, ma anche dalla Cina. Proprio per questo, la coesione su un dossier dei Balcani potrebbe assumere significato che va oltre alla dimensione regionale. Se un una questione di portata relativamente limitata finisce per trasformarsi in un terreno di confronto politico tra alleati, il problema non è la Bosnia. È il progressivo restringimento degli spazi nei quali gli europei riescono ancora a costruire consenso senza trasformare ogni decisione in una prova di forza reciproca. Ed è precisamente questa immagine di un Occidente più frammentato che Mosca e Pechino cercano da tempo di alimentare; immagine probabilmente non apprezzata nemmeno a Washington.

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