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Donald Trump torna a scuotere il dibattito sull’Alleanza atlantica, rilanciando l’ipotesi di un disimpegno americano dalla Nato e alimentando nuovi interrogativi sulla tenuta del legame tra Washington e gli alleati europei. Airpress ne ha parlato con Paolo Alli, presidente di Alternativa Popolare ed ex presidente dell’Assemblea parlamentare della Nato, per capire le reali implicazioni di queste dichiarazioni e gli scenari che si stanno prospettando per l’Europa e per l’Alleanza.

Presidente, le parole di Donald Trump sulla Nato vanno considerate una reale minaccia per l’Europa oppure come una provocazione da contestualizzare?

Vanno lette con equilibrio, non come un dramma imminente, ma nemmeno come semplici provocazioni da archiviare. Il punto non è soltanto la Nato in sé, ma il segnale politico che Trump continua a mandare, quello di un progressivo allentamento del patto transatlantico e, più in generale, di un attacco all’impianto multilaterale costruito nel dopoguerra. In questo senso, le sue parole si inseriscono in una linea coerente, che privilegia rapporti bilaterali e una logica di forza. Rispetto al primo mandato, inoltre, oggi Trump appare circondato da figure meno in grado di contenerlo e più inclini ad assecondarne l’impostazione, rendendo questo scenario più delicato.

Quanto possono pesare le elezioni di midterm, considerando che un’eventuale uscita degli Stati Uniti dalla Nato dovrebbe comunque passare dal Congresso?

Le elezioni di medio termine saranno un passaggio importante, anche se non necessariamente decisivo soltanto sul dossier Nato. Un’eventuale uscita formale dall’Alleanza richiederebbe infatti il coinvolgimento del Congresso e questo rappresenta già di per sé un limite politico e istituzionale alle spinte più radicali della Casa Bianca. Non si intravede, nel mondo repubblicano e parlamentare americano, un consenso ampio su una rottura definitiva con l’Europa. Più in generale, i midterm conteranno perché potranno ridimensionare Trump, specie se il suo calo di popolarità dovesse consolidarsi. Ma a orientare il voto saranno soprattutto economia, lavoro e immagine internazionale degli Stati Uniti, più ancora della sola questione Nato.

Quanto hanno inciso, nelle parole pronunciate da Trump, i recenti attriti con gli alleati europei, dalla posizione dura della Spagna al caso italiano, che ha avuto contorni diversi e meno apertamente conflittuali con Washington?

Trump aveva già quella posizione sulla punta della lingua e gli episodi recenti sono stati, semmai, occasioni utili per far emergere una linea già presente. La posizione della Spagna è stata letta come una presa di distanza netta, anche legata alla politica interna di Sánchez, mentre il caso italiano è stato diverso, meno ideologico, più legato a passaggi tecnici e istituzionali, ma comunque interpretato da Trump come un segnale di mancata disponibilità piena da parte degli alleati. In questo quadro, da tempo i partner europei vengono sottoposti a una sorta di stress test, per capire chi sia davvero fedele e fino a che punto i governi europei siano disposti a seguire Washington. I casi spagnolo e italiano, pur molto diversi tra loro, rientrano quindi in questa pressione più ampia esercitata sugli alleati.

Su una materia come la Nato, quanto sarebbe necessaria una maggiore unità politica in Italia, tra governo e opposizione, superando la campagna elettorale permanente e i conflitti interni?

È un punto essenziale. Su dossier di questa portata bisognerebbe riuscire ad andare oltre la contrapposizione quotidiana tra maggioranza e opposizione e oltre la logica della campagna elettorale permanente che spesso domina il confronto politico italiano. Ma il tema riguarda anche l’Europa nel suo complesso. L’Unione sta mostrando una tenuta forse superiore alle attese, ma ha bisogno di esprimersi con una voce sola. Questo vale tanto sul piano politico quanto su quello strategico e industriale, anche perché uno dei nodi che irritano Trump è proprio il fatto che gli europei stiano ragionando sempre più su una difesa comune europea e su investimenti orientati a rafforzare capacità continentali, invece di limitarsi a comprare americano. Per questo servono coesione, visione comune e capacità di iniziativa condivisa.

Ritiene necessaria una sede politica Nato più incisiva, come un’assemblea interparlamentare capace di essere più efficace del solo confronto tra governi?

L’Assemblea parlamentare della Nato, pur avendo un ruolo importante di indirizzo, non è un organo decisionale dell’Alleanza e non può assumere scelte vincolanti. Per questo la risposta non può passare da lì. Piuttosto, la strada più efficace sarebbe una richiesta politica formale dei partner europei per convocare il Consiglio Atlantico ai sensi dell’articolo 12 del Trattato di Washington, cioè il meccanismo che consente agli alleati di riunirsi per valutare eventuali modifiche o aggiornamenti del trattato alla luce dei nuovi scenari. Sarebbe il modo migliore per costringere Trump a chiarire davvero la sua posizione e, al tempo stesso, per mostrare che l’Europa sa usare un linguaggio di forza e compattezza. Non una sfida simbolica, ma un’iniziativa politica concreta capace di rimettere il confronto dentro il quadro istituzionale dell’Alleanza.

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