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Nel nome della libertà. Ancora, 250 anni dopo. Ieri sera, a Villa Taverna, sotto i fuochi d’artificio che rischiarano il cielo, ci si sentiva un po’ tutti nati il 4 luglio.

Le parole dell’ambasciatore Tilman J. Fertitta gettano ulteriore acqua sul fuoco dello scontro fra Donald Trump e Giorgia Meloni, che sembravano essersi tanto amati.

“L’amicizia tra Italia e Stati Uniti è profonda, lunga e va al di là di qualche battibecco fra leader”, dice Fertitta al punto stampa.

Un concetto ribadito anche durante il suo discorso, più evocativo. Un intervento che parla di libertà e ricorda i campi dove biancheggiano le croci dei soldati alleati che hanno combattuto per restituire dignità al nostro Paese dopo la macchia del fascismo.

Il sorvolo degli elicotteri delle Forze armate italiane (“my dear friend Guido”, il ministro della Difesa Crosetto viene ringraziato più volte) è il tributo dal cielo che porta inevitabilmente tutti a volgere lo sguardo all’insù, distogliendo per qualche istante gli invitati dal caldo che, prima del tramonto, avvolge la residenza dell’ambasciatore statunitense.

I bicchieri con il logo della ricorrenza dei 250 anni sono un gadget efficace e funzionale, specie quando sono pieni.

Sul palco, tra le note di Jerry Lee Lewis e dopo la marcia dei bersaglieri, si alternano i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini.

L’uno più istituzionale, pur ribadendo che “l’Occidente deve marciare unito” e sottolineando la centralità dell’alleanza transatlantica.

L’altro rilancia sul punto, ricorrendo agli ottavi di finale del Mondiale per club: “Martedì prossimo si affronteranno Stati Uniti e Belgio. Voi potete immaginare dove batterà il mio cuore”.

Salvini aveva appena detto che il discorso “preparato dal mio consigliere diplomatico” era stato “superato” da quello del collega Tajani. Restava il campo da calcio.

Ma è il presidente del Senato, Ignazio La Russa, anche ricordando il tour “con la sua barca” (di Fertitta) nei porti italiani (“parte dalla Sicilia, e questo è importante”), a sgomberare il campo da ogni residuo di dubbio che ancora poteva esserci sul rapporto Italia-Usa: “La mia premier, Giorgia Meloni, stasera non c’è fisicamente. Ma è qui con lo spirito”.

A proposito di chi c’era e chi no.

Nonostante annunci più o meno strumentali di defezioni, alla fine, sotto il cielo a stelle e strisce, la politica si è presentata quasi al completo.

Anche a sinistra.

Dal capogruppo del Pd, Francesco Boccia, al leader di Italia Viva Matteo Renzi, passando per l’ex ministro Lorenzo Guerini e l’eurodeputato Brando Benifei, atterrato poco prima da Bruxelles.

La segretaria Elly Schlein non c’era. Così come non c’era Giuseppe Conte.

Fratelli d’Italia schiera Arianna Meloni e una folta rappresentanza parlamentare. Per Forza Italia ci sono Maurizio Gasparri, Raffaele Nevi, Paolo Barelli e Valentino Valentini.

Paolo Formentini, della Lega, non manca all’appuntamento: lo troviamo insieme a Giglio Vigna in coda per gli hamburger.

Si sono visti, tra gli altri, anche i ministri Valditara, Pichetto Fratin e Schillaci.

Persino le previsioni meteo più infauste sono state smentite. La serata ha concesso clemenza e, in qualche angolo del parco, persino fugaci momenti di freschezza.

Si sprecano le foto al backdrop presidiato dai Marines.

Strette di mano, sorrisi, battute.

Tra un hot dog e un Jack Daniel’s.

La serata è ancora giovane quando lo spettacolo pirotecnico sopra il parco sancisce idealmente il rompete le righe. Contestualmente iniziano ad accendersi i fari delle auto blu, schierate in via Rossini.

Quel che resta della notte è sintetizzato nelle parole pacate ma efficaci che l’ambasciatore pronuncia dal palco, al centro della villa: “Il rapporto con gli alleati, come l’Italia, è una delle pietre miliari della forza e della leadership degli Stati Uniti. Questa sera celebriamo la nostra partnership. Per questo sono particolarmente onorato di avere con noi tanti cari amici del governo italiano”.

God bless America.

Duecentocinquanta anni dopo. E, nelle intenzioni dei padroni di casa, almeno altrettanti davanti.

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