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Gli inglesi utilizzano un termine – incumbent – che getta un ponte tra il lessico politico e quello dell’economia. Nel primo caso indica il politico in carica che si sta o vuole ricandidarsi. Nel campo dell’economia, invece, identifica l’azienda leader che già domina un determinato mercato e possiede una posizione di forza consolidata rispetto ai nuovi concorrenti. Esiste poi una terza accezione (come obbligo morale o responsabilità) che nel nostro caso, tuttavia, non rileva.

Applicando gli schemi logici che sono sottesi a queste definizioni è facile svelare il presunto mistero che ha portato alla bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, in materia di legge elettorale. Bocciatura che ha premiato soprattutto l’opposizione, alla perenne ricerca di quella buccia di banana su cui far scivolare il governo in carica. Obiettivo che tuttavia ha solo offuscato l’esistenza di problemi comuni con la maggioranza. Cosa più che ovvia, considerando che la legge elettorale rappresenta l’ossatura della politica, per cui i meccanismi della rappresentanza interessano trasversalmente tutte le forze in gioco.

Che la maggioranza abbia subito il colpo maggiore è più che evidente. Sua era stata l’iniziativa legislativa in materia, mentre l’opposizione si era opposta ferocemente. Atteggiamento, per la verità, tutt’altro che nuovo. Ma questo è il limite della politica italiana, in cui non esistono avversari, ma nemici da crocefiggere. Che poi tutto ciò si risolva in una negazione del bene comune è fin troppo evidente. Dalla nascita della Seconda Repubblica, gran parte delle scelte iniziali del governo appena subentrato furono soprattutto una sorta di tela di Penelope. Con i nuovi inquilini vogliosi soprattutto di annullare le scelte del precedente governo.

In questo schema malato, che purtroppo continua, mentre il mondo tutto intorno sta conoscendo una crisi sconvolgente, è facile vedere chi sono stati gli incumbent. Vale a dire tutti coloro che non volevano rendere contendibile la propria posizione. Da questo punto vista non c’è distinzione tra élite e peones, per rimanere nell’ambito del Parlamento, né tra i diretti rappresentanti del popolo e coloro che, dall’esterno, guidano o pensano di guidare le danze. Per non fare torto a nessuno, si pensi a qualche potenza straniera – la Russia di Putin? – così interessata a rompere quel sistema di alleanze costruito con tanta fatica intorno alla figura di Zelensky.

La cosa più scoperta è stata forse la posizione assunta da un gruppo di deputate donne, che non condividevano il carattere, a loro dire, fin troppo maschilista, nella struttura delle liste da sottoporre successivamente al voto popolare. Duplice la preoccupazione: il voler difendere una posizione ideale, che da tempo ha fatto breccia nella cultura politica italiana. La consapevolezza del rischio che restringendo quella rosa, anche la loro posizione di preminenza potesse subire contraccolpi non voluti. Un conto erano le probabilità di essere rielette in un agone ampio, un’altra in uno più ristretto marcato, appunto, da una posizione culturale consolidata.

Sul fronte opposto, quello maschile, la preoccupazione principale è stata quella di voler difendere l’esistente. Meglio di ogni altra cosa sarebbe stato il metodo delle liste bloccate. Sarebbe stata la segreteria politica di ciascun partito ad indicare vincitori e perdenti, collocando il singolo nella giusta posizione in lista, essendo grosso modo prevedibile (salvo possibili shock) la performance d’ogni singolo collegio elettorale. Evitare lo stress della competizione con le eventuali new entries sarebbe stato salutare e gratificante. Al tempo stesso avrebbe premiato la fedeltà nei confronti del capo. Che, sua volta, circondato da fedelissimi, avrebbe ottenuto una riconferma del proprio ruolo.

Per coloro che, in quest’ultimo periodo hanno seguito le vicende politiche italiane, sanno benissimo valutare quali siano i casi più ricorrenti. All’interno del centrodestra la sola Giorgia Meloni sembra essere immune da un simile pericolo. Molto meno Matteo Salvini, segretario della Lega che deve vedersela con una doppia inquietudine: al Nord come al Sud. O lo stesso Antonio Tajani, costretto, come si ricorderà, a rinnovare, suo malgrado, i capi gruppo: sia al Senato che alla Camera, dopo il deciso intervento di Marina Berlusconi. La quale, tuttavia, a sua volta, potrebbe rischiare, in un sistema elettorale basato sulle preferenze. Non avrebbe, infatti, garanzia alcuna di poter ancora continuare ad incidere sul movimento creato da suo padre.

Se questi sono i triboli del centrodestra, l’altro schieramento vive solo apparentemente giorni migliori. In quel caso, poi, è addirittura la leadership del “campo largo” ad essere indefinita. Ed intorno a questo problema si muovono oltre ai diretti interessati, i maggiorenti delle diverse forze e correnti di un variopinto schieramento. In queste circostanze nessuno ha interesse a fare entrare degli outsider. Alcuni dei quali come Alessandro Di Battista, attendono dietro l’uscio. Meglio allora puntare “sull’usato sicuro”, come si diceva una volta. E quindi ridurre al minimo l’incognita legata alla partecipazione popolare. Che le candidature restino un rito riservato a pochi eletti. E la partecipazione elettorale una semplice pratica burocratica.

Il voto della Camera dei deputati, al Senato si vedrà, ha fatto emergere, quindi, la forza dell’autoreferenzialità. L’opposizione ha brindato, ma quel che si è verificato somiglia maledettamente ad una vittoria di Pirro. Al di là del gioco politico tra maggioranza ed opposizione, nel nostro sistema costituzionale si è verificata un’ulteriore smagliatura. Quest’ultimo, com’è noto, non si pronuncia sul sistema elettorale, ma all’articolo 67 vieta il “mandato imperativo”. Ed un sistema elettorale, senza preferenze, non fa altro che aumentare la dipendenza. Sia che si tratti di garantire al sesso debole un’adeguata rappresentanza, sia di difendere le prerogative degli incumbent maschi contro ogni outsider che non sia un predestinato, designato dalle segreterie di partito. Tutto bene, per carità. Ma poi non ci si meravigli se la metà dell’elettorato non va a votare.

Vi racconto la vittoria di Pirro degli incumbent contro le preferenze. Il commento di Polillo

Un sistema elettorale, senza preferenze, non fa altro che aumentare la dipendenza. Sia che si tratti di garantire al sesso debole un’adeguata rappresentanza, sia di difendere le prerogative degli incumbent maschi contro ogni outsider che non sia un predestinato, designato dalle segreterie di partito. Tutto bene, per carità. Ma poi non ci si meravigli se la metà dell’elettorato non va a votare. Il commento di Gianfranco Polillo

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