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Battere il ferro finché è caldo. Perché magari tra qualche settimana la musica cambierà. Con lo scoppio della guerra in Iran, la Russia è improvvisamente tornata al centro del grande gioco dell’energia. Certo, il greggio di Mosca continua a essere pressoché clandestino e con un mercato decisamente più piccolo rispetto a quello precedente l’invasione dell’Ucraina. La prova è che sia la Cina, tanto l’Iran, stanno ancora centellinando le importazioni di oro nero, proprio per timore di esporre troppo il fianco alle sanzioni. Eppure, l’impennata del prezzo del petrolio, ha avuto due effetti piuttosto impattanti sul Cremlino.

Primo, Mosca si è ritrovata improvvisamente con un ritrovato potere contrattuale: se il greggio che arriva dall’Iran costa di più, la Russia è pronta a vendere il suo Ural a chi ne fa domanda. Persino a quell’Europa, parole dello stesso Vladimir Putin, che da tre anni ha messo sotto embargo l’intero fianco ovest e che tra un anno circa avrà completato lo sganciamento dalle forniture di gas russo. Secondo, l’aumento del prezzo del petrolio non può che far del bene al disastrato bilancio statale russo, mai così tanto sotto pressione dopo mesi di calo costante delle entrate derivanti dalla vendita di idrocarburi.

Ed è proprio su questo che il Cremlino sta giocando la sua partita con le grandi compagnie nazionali. Quale? Quella legata all’enorme debito accumulato dalle stesse big oil proprio a causa del drastico crollo delle vendite di greggio, scaturito dal mix sanzioni-tensioni geopolitiche. Putin ha invitato i produttori di petrolio e gas del Paese a sfruttare proprio l’attuale aumento dei prezzi delle materie prime per ridurre i loro livelli di debito. Secondo Bloomberg Mosca punta a rafforzare la stabilità finanziaria all’interno del settore petrolifero russo, i cui margini si sono nel breve tempo tramutati in debito.

E dunque, con lo Stretto di Hormuz di fatto ancora chiuso e nel mezzo del conflitto in Medio Oriente, la produzione di petrolio globale “rischia di interrompersi completamente” entro un mese, ha dichiarato Putin in un incontro con funzionari governativi e dirigenti del settore energetico russo. Ci vorranno “settimane, se non un mese” per ripristinare la capacità di approvvigionamento di gas naturale liquefatto nella regione ed è “impossibile compensare rapidamente i volumi persi”, ha aggiunto il capo del Cremlino.

La Russia “deve comprendere che gli attuali prezzi elevati delle materie prime sono certamente temporanei” e deve procedere di conseguenza, ha affermato Putin. “I cambiamenti nell’equilibrio tra domanda e offerta di idrocarburi porteranno, ovviamente, a una nuova stabilità dei prezzi. Ciò accadrà inevitabilmente, quindi è importante che le compagnie energetiche russe sfruttino il momento attuale, anche utilizzando ulteriori proventi dalle esportazioni per ridurre il loro debito nei confronti delle banche russe”. Tra i partecipanti all’incontro c’erano il vice primo ministro Alexander Novak, che sovrintende al settore energetico nazionale, e la governatrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina, insieme agli amministratori delegati di Rosneft e Gazprom, rispettivamente Igor Sechin e Alexey Miller.

Tutto questo mentre l’Iran ha continuato a esportare petrolio verso la Cina attraverso lo stretto di Hormuz nonostante la guerra tra Stati uniti e Israele da una parte e Teheran dall’altra abbia compromesso i traffici nella strategica via marittima. Secondo la società di monitoraggio TankerTrackers, dall’inizio del conflitto il 28 febbraio almeno 11,7 milioni di barili di greggio iraniano sono stati inviati attraverso lo stretto e risultano diretti verso la Cina. La stima è in linea con quella della società di analisi dei trasporti marittimi Kpler, che calcola circa 12 milioni di barili transitati nello stesso periodo.

Gli analisti sottolineano che molte petroliere hanno spento i sistemi di tracciamento mentre attraversano l’area, dopo che Teheran ha minacciato di colpire le navi che tentassero di passare nel corridoio marittimo. Parallelamente, l’Iran ha ripreso a caricare petroliere anche nel terminal petrolifero di Jask, sul Golfo di Oman, a sud dello stretto di Hormuz. Il sito rappresenta l’unico punto di esportazione del greggio iraniano che consente di bypassare completamente lo stretto, anche se gli analisti ritengono che la capacità operativa del terminal resti limitata.

Le big oil russe sono piene di debiti. Ma dal petrolio arriva un salvagente

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