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C’è un momento, nel corso delle trattative politiche, in cui la moltiplicazione dei nomi comincia a raccontare esattamente il contrario di ciò che dovrebbe raccontare. Quando un candidato non c’è, se ne mettono sul tavolo una dozzina. Quando nessuno convince davvero, si apre contemporaneamente a più ipotesi. E quando il campo è largo ma la strada resta stretta, può persino accadere che il nome più ingombrante torni improvvisamente al centro della scena.

È il caso di Matteo Renzi.

Da giorni il centrosinistra sta giocando al risiko delle primarie. Nell’area che fa capo al senatore di Rignano si moltiplicano i nomi: Silvia Salis, Giorgio Gori, Gaetano Manfredi, Ernesto Ruffini. Poi altri nomi che circolano per il ruolo di possibile federatore, le suggestioni, i “papa stranieri”, le autocandidature più o meno esplicite. Nel frattempo, Elly Schlein e Giuseppe Conte restano i due poli intorno ai quali dovrebbe organizzarsi la competizione. Un quadro ancora largamente indefinito, nel quale la domanda più semplice – chi sfiderà chi? – non ha ancora una risposta convincente.

Ed è proprio dentro questa confusione che torna a circolare un’indiscrezione destinata a far discutere: e se, alla fine, fosse proprio Renzi a scendere in campo?

Non è una candidatura annunciata. Non è una decisione presa. E sarebbe sbagliato trasformare un retroscena in una certezza. Ma l’ipotesi non sembra più soltanto una provocazione estiva. Qualche giorno fa, Il Foglio l’ha messa nero su bianco, parlando della possibilità che l’ex premier possa misurarsi direttamente alle primarie contro Schlein e Conte. Del resto, dentro Italia Viva nessuno conferma e nessuno smentisce, mentre c’è chi considera tutt’altro che casuale la circolazione della suggestione.

E forse è proprio questo il punto.

Renzi, fin qui, si è “limitato” a interpretare il ruolo del regista. Ha indicato Salis come “nome forte” per le primarie, spiegando che la sindaca di Genova potrebbe sommare il voto organizzato di Italia Viva alla propria forza personale. Ha insistito sulla necessità di costruire un’area riformista capace di stare dentro la coalizione senza farsi assorbire da Pd, Movimento 5 Stelle e Avs. Ha ripetuto che senza il centro riformista il campo largo, semplicemente, non vince.

Ma il regista, a un certo punto, potrebbe anche decidere di entrare in scena.

La logica della mossa sarebbe tutt’altro che incomprensibile. Se Renzi ritiene che il problema del centrosinistra non sia soltanto trovare un candidato, ma decidere quale idea di centrosinistra proporre agli italiani, allora candidare un altro significa delegare ad altri la battaglia che considera decisiva: quella per il profilo politico della coalizione.

E qui torna il paradosso di queste settimane. Si cercano figure capaci di unire ciò che oggi appare diviso, ma ogni nome rischia di essere “bruciato” prima ancora di essere candidato. Salis viene tirata continuamente dentro e poi, un attimo dopo, fuori. Gori e Manfredi entrano nel borsino. Ruffini viene evocato. Altri nomi vengono fatti circolare. Persino l’ipotesi di un federatore esterno viene discussa. E più aumenta il numero delle possibilità, più diventa evidente che manca ancora un punto di equilibrio.

In questo scenario, Matteo Renzi avrebbe almeno un vantaggio: non avrebbe bisogno di presentarsi agli elettori delle primarie come una sorpresa. La sua posizione è già definita, la sua rete politica è conosciuta, la sua identità riformista è riconoscibile. E soprattutto potrebbe trasformare la primaria da semplice conta tra Schlein e Conte in una vera competizione sulla direzione strategica del centrosinistra.

Sarebbe una scommessa enorme, naturalmente.

Renzi conosce bene il prezzo delle primarie. Conosce altrettanto bene il vantaggio che possono offrire a chi riesce a trasformarle in una battaglia politica comprensibile. E sa che correre significherebbe esporsi personalmente, mettendo sul tavolo non soltanto la leadership della coalizione, ma anche il futuro del suo progetto centrista e riformista.

Proprio per questo, però, la candidatura avrebbe una sua razionalità.

Perché, se il campo largo deve davvero scegliere il proprio leader attraverso le primarie, prima o poi dovrà smettere di nascondersi dietro la lista dei possibili candidati e affrontare la questione politica vera: quale maggioranza vuole costruire? Con quale programma? Con quale collocazione internazionale? Con quale rapporto con il centro? E, soprattutto, con quale idea di governo?

Renzi potrebbe essere tentato di rispondere a queste domande direttamente, senza affidare la propria battaglia a un candidato terzo.

Non sarebbe nemmeno la prima volta che l’ex premier sorprende il tavolo quando tutti stanno ancora apparecchiando. La sua storia politica è fatta di mosse che, prima di diventare realtà, sono passate attraverso il territorio più ambiguo della politica: quello delle ipotesi, delle indiscrezioni, dei sondaggi informali, dei “mai dire mai”.

Per ora, dunque, resta un retroscena. Una voce che rimbalza nelle ultime ore e che non trova ancora una conferma ufficiale. Ma forse vale la pena non liquidarla troppo rapidamente.

Perché, dopo aver messo in fila tutti i nomi possibili, dopo aver cercato il sindaco, il civico, il riformista, il federatore e persino il “papa straniero”, il campo largo d’opposizione potrebbe riscoprire una soluzione molto più semplice: che a provarci, alla fine, sia proprio Matteo Renzi.

Anche perché, diciamocelo chiaramente, con la sua Italia Viva inchiodata nei sondaggi stabilmente sotto il 3 per cento, Renzi avrebbe ben poco da perdere. Probabilmente, solo da guadagnare.

La grande partita di Renzi nel campo largo. E se alla fine si candidasse alle primarie?

Renzi conosce bene il prezzo delle primarie. Conosce altrettanto bene il vantaggio che possono offrire a chi riesce a trasformarle in una battaglia politica comprensibile. E sa che correre significherebbe esporsi personalmente, mettendo sul tavolo non soltanto la leadership della coalizione, ma anche il futuro del suo progetto centrista e riformista. Proprio per questo, però, la candidatura avrebbe una sua razionalità. Il commento di Salvatore Di Bartolo

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