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Non è chiaro in che direzione stia andando il negoziato tra Donald Trump e l’Iran. Non è nemmeno troppo chiaro se un negoziato reale sia davvero in corso, sebbene la rimozione di due alti funzionari della leadership iraniana – il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e lo speaker parlamentare Mohammad Baqer Qalibaf – dalla killing list israeliana, su pressione di Washington dopo le sollecitazioni del Pakistan, indichi che qualcosa di consistente si stia muovendo. Nelle stesse ore in cui Washington parla di colloqui “produttivi” e di un possibile punto di svolta, da Teheran arrivano però segnali opposti: smentite, rifiuti e l’avvertimento che nuovi fronti potrebbero aprirsi, incluso il Mar Rosso. Il risultato è una dinamica opaca, quasi contraddittoria, in cui la narrazione del negoziato oscilla tra apertura e negazione, mentre sul terreno la pressione militare continua ad aumentare.

Secondo funzionari statunitensi, i contatti tra Stati Uniti e Iran proseguono attraverso mediatori, con l’obiettivo di individuare una possibile via d’uscita dal conflitto. L’amministrazione americana starebbe lavorando anche all’organizzazione di un incontro in Pakistan, in prima linea per occupare una posizione internazionale. Washington continua a presentare i negoziati come “in corso” nonostante il rifiuto iraniano di un piano articolato in 15 punti.

Teheran descrive lo stesso processo in termini radicalmente diversi. Il ministro degli Esteri Araghchi ha confermato lo scambio di messaggi indiretti, che coinvolge anche Egitto e Turchia, però cerca di spingere la narrazione pubblica secondo cui il cambio di tono di Washington è un’ammissione di fallimento, dopo settimane in cui gli Stati Uniti avevano chiesto la resa incondizionata della Repubblica islamica. La divergenza narrativa non è solo retorica: riflette due obiettivi strategici differenti e, in parte, incompatibili.

Nel frattempo, la guerra prosegue e si intensifica. L’aviazione israeliana ha colpito infrastrutture chiave in diverse aree dell’Iran, mentre Teheran continua a rispondere con attacchi che raggiungono il territorio israeliano. Le vittime civili aumentano, e gli episodi di impatto diretto nelle città alimentano la percezione di un conflitto sempre meno contenuto.

Il rischio principale è l’allargamento geografico della crisi. Fonti vicine all’Iran indicano che gli attori legati all’“asse della resistenza”, in particolare i ribelli Houthi nello Yemen, sarebbero pronti a entrare direttamente nel conflitto. Il controllo dello stretto di Bab al-Mandab – uno dei passaggi più strategici al mondo per il commercio globale – viene descritto come un obiettivo raggiungibile. Un simile sviluppo aggraverebbe ulteriormente le già gravi interruzioni nel traffico marittimo nel Mar Rosso, trasformando il conflitto in una crisi sistemica per le catene di approvvigionamento tra Europa, Asia e Africa.

In questo scenario, l’Indo-Mediterraneo emerge come lo spazio più esposto alla “caoticizzazione” del conflitto: un’area in cui sicurezza energetica, flussi commerciali e infrastrutture critiche si intrecciano, amplificando gli effetti di ogni escalation.

Parallelamente, si moltiplicano i segnali di un’ulteriore escalation militare diretta. Gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza nella regione con l’invio di circa 7.000 tra soldati e marines, inclusi reparti della 82ª divisione aviotrasportata. La mossa, pur non configurando formalmente un imminente intervento terrestre, aumenta significativamente la leva negoziale di Washington – ma anche il rischio di un salto qualitativo del conflitto.

Al centro delle preoccupazioni strategiche vi sono alcuni nodi critici del sistema energetico iraniano. Kharg Island, da cui transita circa il 90% delle esportazioni di petrolio del Paese, è considerata un obiettivo chiave in caso di operazioni statunitensi. Ma l’attenzione degli analisti si concentra sempre più su Larak Island, un punto nevralgico nello Stretto di Hormuz che consente ai Pasdaran (che vi hanno piazzato strutture militari) il controllo del traffico marittimo e potenzialmente la sua interdizione.

Nonostante l’intensità delle operazioni, sia Washington sia Teheran sembrano avere motivazioni per cercare una via d’uscita. Il presidente americano ha indicato che l’Iran starebbe cercando un accordo “disperatamente”, ma allo stesso tempo deve fare i conti con una crescente pressione interna. Recenti dati del Pew Research Center mostrano che il 61% degli americani disapprova la gestione del conflitto da parte della Casa Bianca (contro il 37% che approva), il 59% ritiene che l’uso della forza sia stata una decisione sbagliata (contro il 38% che la considera corretta) e il 45% giudica l’andamento della guerra negativo, a fronte di un 25% che lo valuta positivamente.

Anche il Congresso – inclusi esponenti repubblicani, in particolare membri della House Armed Services Committee – esprime insoddisfazione per la mancanza di chiarezza sugli obiettivi e sui tempi del conflitto.

Anche sul piano economico emergono segnali di tensione, come l’introduzione da parte del servizio postale statunitense di un sovrapprezzo dell’8% sui pacchi legato all’aumento dei costi energetici. A livello sistemico, le preoccupazioni sono ancora più ampie: secondo le stime dell’Ocse, la crisi in Medio Oriente potrebbe spingere l’inflazione negli Stati Uniti fino al 4,2% nel 2026, il livello più alto tra le economie del G7. In questo contesto, la necessità di un’uscita strategica diventa sempre più evidente per la Casa Bianca.

Un indizio in questa direzione potrebbe essere la decisione di riprogrammare a metà maggio la visita che porterà Donald Trump a Pechino per un faccia a faccia con il leader cinese, Xi Jinping. Il rinvio iniziale, motivato dall’impossibilità di concentrarsi sulla diplomazia durante la guerra, e la successiva calendarizzazione suggeriscono una certa fiducia sul fatto che il conflitto possa essere almeno contenuto entro quella data.

Tuttavia, l’agenda americana non coincide necessariamente con quella israeliana. Israele appare meno incline a una de-escalation e più orientato a proseguire e ampliare le operazioni, anche in altri teatri come il Libano. Questa divergenza introduce un ulteriore elemento di incertezza nella traiettoria del conflitto.

Sul versante iraniano, le dinamiche interne complicano ulteriormente qualsiasi prospettiva negoziale. L’eliminazione della Guida Suprema e di numerosi vertici politico-militari non ha provocato il collasso del regime, come alcuni avevano ipotizzato, ma ha invece rafforzato il peso delle componenti più radicali, in particolare all’interno dei Guardiani della Rivoluzione. Araghchi e Ghalibaf potrebbero non detenere un controllo sufficiente del Paese per condurre un negoziato efficace; segmenti dei Pasdaran, spinti da una crescente radicalizzazione, potrebbero agire autonomamente, orientando il conflitto verso un’ulteriore escalation.

Figure con esperienza nella guerra Iran-Iraq e una visione fortemente ideologica del confronto con gli Stati Uniti stanno assumendo ruoli centrali mentre le componenti più pragmatiche risultano marginalizzate. In questo contesto, la prosecuzione del conflitto viene vista non solo come uno strumento per aumentare la capacità deterrente e migliorare la posizione negoziale, ma anche come un elemento coerente con una visione ideologica in cui la resistenza alla pressione esterna rappresenta una condizione essenziale per la sopravvivenza stessa della Repubblica islamica – e, con essa, della rete di interessi politici, militari ed economici che da anni sostiene la leadership.

Il risultato è un equilibrio instabile: negoziati che esistono ma restano opachi, una guerra che si intensifica e si espande, e attori che, pur cercando una via d’uscita, continuano a prepararsi al peggio. In questa fase, più che una traiettoria definita, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sembra seguire una logica di accumulo del rischio – in cui ogni segnale di apertura convive con preparativi per un’ulteriore escalation.

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