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Il Medio Oriente sta portando il mondo intero in una nuova fase, attenti a non dedicare troppa attenzione al dito dimenticando di osservare la luna.

All’alba Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva congiunta di portata storica contro la Repubblica Islamica dell’Iran. L’operazione israeliana “Roaring Lion” e quella americana “Epic Fury” hanno colpito basi missilistiche, siti nucleari, comandi dei Pasdaran e, secondo fonti attendibili, anche residenze di vertice del regime. Teheran ha risposto con missili su basi Usa nel Golfo e su Israele. Donald Trump ha parlato esplicitamente di “regime change” e ha invitato gli iraniani a rovesciare i loro leader. Le ragioni ufficiali sono chiare: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica, distruggere la sua industria missilistica e neutralizzare una minaccia esistenziale per Israele e per gli interessi americani nella regione.

Ma fermarsi alla superficie sarebbe un errore grave. Questa non è “solo” una guerra all’Iran. È la mossa decisiva di una strategia più ampia, il cui vero obiettivo strategico è la Cina.

La logica è elementare e implacabile. Da anni Washington considera Pechino il suo unico rivale sistemico, l’unica potenza in grado di sfidare il primato americano nel lungo periodo. Per affrontarla con tutte le risorse necessarie – militari, economiche, tecnologiche, diplomatiche – gli Stati Uniti devono prima “liberare il tavolo” dagli altri fronti aperti. Il Medio Oriente, con i suoi proxy iraniani, è da decenni il principale distrattore. Stabilizzarlo (nei limiti del possibile) significa poter concentrare lo sforzo sul teatro indo-pacifico. E oggi, con l’Iran sotto attacco diretto, quel processo di stabilizzazione entra nella fase conclusiva.
Guardiamo i tasselli che compongono il mosaico.

In Siria, la caduta del regime di Bashar al-Assad (fine 2024) ha già rimosso una delle pedine più preziose dell’Iran e della Russia. Il nuovo governo di transizione, pur fragile, guarda a Occidente e a Israele per garanzie di sicurezza. Teheran ha perso la sua “profondità strategica” levantina.

In Libano, Hezbollah – braccio armato iraniano per eccellenza – è stato degradato da mesi di operazioni israeliane mirate. Il “partito di Dio” non è scomparso, ma ha perso capacità offensive, leadership e arsenale. Beirut non è più una piattaforma di lancio contro Israele.

A Gaza, dopo il crollo di Hamas come forza militare organizzata, si profila una ricostruzione che – nelle intenzioni di Washington e Tel Aviv – deve avvenire senza pedine iraniane e, soprattutto, senza i cinesi “a bordo”. Pechino aveva cercato di ritagliarsi un ruolo di mediatore e finanziatore post-conflitto, invocando il principio “Palestinians governing Palestine”. Quel tentativo viene ora neutralizzato sul campo.

Infine, il Venezuela. Qui il legame è ancora più esplicito. Nicolás Maduro, alleato storico di Teheran, Mosca e Pechino, è stato rimosso all’inizio dell’anno con un’operazione americana che ha mostrato la nuova dottrina Trump: intervento diretto nel “cortile di casa” per espellere potenze extra-emisferiche. La Cina perdeva così il suo principale partner petrolifero in America Latina (oltre l’85% delle esportazioni venezuelane finivano a Pechino) e un avamposto geopolitico di prima grandezza. Cuba, Nicaragua e altri “amici sudamericani” dell’asse Russia-Cina-Iran sono ora sotto pressione crescente. Washington sta sistematicamente smantellando la rete di avamposti secondari che permetteva a Pechino di tenere impegnato l’avversario su più scacchieri.

Il quadro è dunque coerente. L’Iran non è il fine, è lo strumento. Colpire Teheran oggi significa decapitare il principale finanziatore e coordinatore di tutti i teatri di crisi che, negli ultimi vent’anni hanno costretto gli Stati Uniti a disperdere forze, attenzione e risorse. Una volta neutralizzato l’Iran (e con esso i suoi proxy), il Medio Oriente potrà essere gestito con un impegno ridotto: alleanze con i sunniti del Golfo, presenza navale minima, deterrenza israeliana rafforzata. Il “fronte secondario” si chiude. Resta solo quello principale: la Cina.

Pechino lo sa perfettamente. Da anni investe miliardi nella Belt and Road in Medio Oriente e America Latina proprio per creare interdipendenze che rendano costoso, per Washington, un confronto frontale. Acquista petrolio iraniano sotto sanzioni, finanzia infrastrutture in Venezuela, media tra fazioni palestinesi, offre ricostruzione a Gaza. Ogni crisi regionale è per la Cina un’occasione per presentarsi come alternativa “responsabile” agli Stati Uniti. Oggi quelle leve vengono recise una dopo l’altra.

Trump ha capito che non si può combattere la grande sfida del XXI secolo con il fiato corto per i mille fuochi accesi da Teheran e dai suoi sponsor. La dottrina è semplice: “peace through strength” sui teatri periferici per avere mano libera su quello decisivo. Non è isolazionismo, è concentrazione di forze. Non è disimpegno dal Medio Oriente, è ridimensionamento razionale del perimetro.
L’Europa, come sempre, osserva preoccupata. Alcuni vedono solo il rischio di escalation energetica e migratoria. Pochi colgono la posta in gioco vera: se Washington riesce nel suo disegno, il contenimento della Cina diventerà più efficace e meno costoso. Se fallisce, Pechino guadagnerà tempo e spazio per consolidare la propria rete globale di influenza.

Oggi, mentre esplodono le prime bombe su Teheran, il Medio Oriente sembra in fiamme. In realtà, per la strategia americana, si sta compiendo un’opera di bonifica necessaria. Il vero campo di battaglia del futuro non è tra il Tigri e l’Eufrate, ma tra il Mar Cinese Meridionale e Taiwan. E per arrivarci con la forza necessaria, Washington ha deciso di chiudere prima tutti gli altri capitoli.

Teheran non è il vero obiettivo. Occorre guardare più a Est

Colpire Teheran oggi significa decapitare il principale finanziatore e coordinatore di tutti i teatri di crisi che, negli ultimi vent’anni hanno costretto gli Stati Uniti a disperdere forze, attenzione e risorse. Una volta neutralizzato l’Iran (e con esso i suoi proxy), il Medio Oriente potrà essere gestito con un impegno ridotto: alleanze con i sunniti del Golfo, presenza navale minima, deterrenza israeliana rafforzata. Il “fronte secondario” si chiude. Resta solo quello principale: la Cina

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