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La rimozione improvvisa di un memoriale dedicato alle vittime delle repressioni staliniane nella città siberiana di Tomsk riaccende lo scontro tra Russia e diversi Paesi europei sul terreno, sempre più sensibile, della memoria storica. Al centro della controversia non c’è solo un monumento scomparso durante la notte, ma una visione opposta del passato sovietico e del suo ruolo nel presente geopolitico.

Secondo quanto riportato, i residenti di Tomsk hanno scoperto la demolizione del complesso commemorativo che sorgeva su una presunta fossa comune di vittime dell’Nkvd, la polizia segreta sovietica responsabile delle purghe staliniane, e rappresentava uno dei principali luoghi di memoria locale dedicati alle repressioni degli anni Trenta. Una prima spiegazione fornita dalle autorità cittadine, poi rapidamente ritirata, faceva riferimento a presunti rischi strutturali legati a un edificio vicino. Da allora, il silenzio ufficiale ha alimentato sospetti e reazioni internazionali.

Le ambasciate di Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania hanno condannato con forza l’accaduto, parlando di un tentativo deliberato di cancellare la memoria dei crimini di Josef Stalin. In una dichiarazione congiunta i quattro Paesi, storicamente segnati dall’occupazione sovietica nel secondo dopoguerra, hanno chiesto il ripristino immediato del memoriale, sottolineando come la conservazione della memoria sia essenziale per evitare il ripetersi delle atrocità del passato.

La questione della memoria storica si inserisce in un più ampio e teso contesto. Mosca accusa da tempo gli stessi Paesi europei di aver distrutto monumenti dedicati all’Armata Rossa, interpretando tali azioni come una riscrittura ostile della storia della Seconda guerra mondiale. Per molti Stati dell’Europa orientale, tuttavia, l’ingresso delle truppe sovietiche nel 1944-45 segnò l’inizio di una nuova occupazione, più che una liberazione. A rafforzare i timori di una revisione storica in atto contribuiscono alcune recenti decisioni delle autorità russe. La Corte Suprema ha classificato come “organizzazione estremista” la storica Ong Memoria, impegnata nella documentazione delle repressioni sovietiche, di fatto vietandone le attività nel Paese. Parallelamente, il principale museo del Gulag di Mosca è in fase di riconversione verso una narrazione centrata sui crimini nazisti contro i cittadini sovietici.

In questo quadro si inserisce anche la richiesta del deputato nazionalista Andrei Lugovoi di verificare la legittimità della “Pietra delle Solovki”, uno dei più importanti monumenti alle vittime dello stalinismo nella capitale. Secondo Lugovoi, tali luoghi sarebbero strumentalizzati da attori occidentali per alimentare divisioni interne e delegittimare la Russia contemporanea.

A questo si aggiunge la firma del presidente Vladimir Putin al decreto per intitolare l’accademia dell’Fsb, erede diretto del Kgb, a Felix Dzerzhinsky, fondatore della polizia segreta sovietica e figura simbolo del Terrore Rosso. Più che un episodio isolato, quanto accaduto a Tomsk appare dunque come parte di una più ampia dinamica di ridefinizione della memoria storica in Russia. Una dinamica che, tra esigenze di legittimazione interna e confronto con l’Occidente, continua a trasformare il passato in uno strumento di politica contemporanea.

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