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“Mi è venuto un impeto di pianto: la notizia mi è giunta inaspettata”. Così appunta nei suoi Taccuini Benedetto Croce, quando la figlia Elena gli comunica che Adolfo Omodeo è morto. Era il 28 aprile 1946. E di lì a poco l’Italia, anche per mano sua, sarebbe diventata una Repubblica.

Eroe della Prima Guerra Mondiale, Rettore della “prima delle Università martiri liberate”, membro del Comitato di Liberazione Nazionale, anima del Partito d’Azione, ministro della Pubblica Istruzione del secondo governo Badoglio; studioso rigoroso, poliedrico e “grande storico”, Omodeo è, fuor d’ogni retorica, una delle personalità più significative che la cultura italiana ha espresso nel corso del Novecento. Cionondimeno, come in un mattatoio, è caduto quasi per intero nel dimenticatoio (forse perché stretto, fino ad essere schiacciato, dai due dioscuri della filosofia italiana – Benedetto Croce e Giovanni Gentile).

Allievo di Giovanni Gentile

Secondogenito di tre figli, nasce il 18 agosto 1889 nel quartiere popolare di Ballarò a Palermo. Che è la città nella quale, pur non avendo a lungo vissuto, vive momenti cruciali per la sua biografia intellettuale. È nel capoluogo siciliano, infatti, al liceo “Garibaldi”, che nel 1906 incontra Eugenio Donadoni, maestro della sua giovinezza, che suscitò in lui il primo interesse per le origini cristiane. E, sempre nella sua città natale, come studente della Facoltà di Lettere, frequenta in modo appassionato i corsi di Giovanni Gentile con cui, nel 1917, si laurea discutendo una tesi su Gesù e le origini cristiane. Al filosofo siciliano Omodeo è legato da profondo e sincero affetto filiale, tanto che non manca di chiamarlo “Maestro” neanche quando, allievo ormai “sconfessato”, nel 1929 prende commiato dal suo “buon Professore”, ormai ostinato e impenitente sodale del fascismo.  A Palermo e al filosofo dello spirito come atto puro Omodeo deve anche l’incontro con Eva Zona, che sposa nel 1914, pochi giorni dopo che in tutta Europa era rimbombato il colpo di tuono che annunciava l’inizio della fine del mondo di ieri.

Omodeo e La Grande Guerra

Quando poi l’Italia per non “arrossire” sotto il regime di una pace giolittiana entra in guerra, il giovane storico, come molti della sua generazione, si arruola volontario e parte per il fronte come sottufficiale di artiglieria. Qui, sotto una pioggia di ferro, in un paesaggio diventato ormai da officina, si fa soldato. Ma lungo le linee segnate dal Piave e dall’Isonzo, nonostante “il lampeggiare d’infinite vampe d’artiglieria”, cerca, nella sua “angusta barracchetta”, di far convivere il tenente d’artiglieria con lo storico. E allora, tra i fischi dei proiettili, lo scoppio degli shrapnels e il crepitio delle mitragliatrici abbozza il Paolo (che insieme col Gesù e i Prolegomeni alla storia dell’età apostolica andrà, a guerra finita, a costituire l’imponente trilogia sulla Storia delle origini cristiane) e traduce l’Apocalisse. Dell’esperienza bellica recano indelebile traccia le oltre quattrocento lettere inviate alla moglie dal fronte e il volume Momenti della vita di guerra (1934), in cui “sepolto in una bruma grigia”, impaludato nel “fango e nell’acqua gelida”, segna le “stazioni ideali” di un “lungo calvario”, in cui il presente, come coronamento del Risorgimento, si congiunge al passato e, per il tramite pio del “retaggio dei morti”, si sugella nel futuro.

L’esperienza dei campi di battaglia, di quella mala danza che aveva fatto della vita una mondiale sagra della morte, accompagnerà Omodeo per tutta quanta la sua vita.

Il cristianesimo come “rivoluzione”

Nel 1919, quando ormai congedato ritorna finalmente a casa, per meglio comprendere le condizioni spirituali di un mondo che gli pare preda di uno sciagurato miscuglio di stupidità e irritazione, avverte il bisogno di riconsiderare i suoi canoni storici e filosofici. Disperso e disorientato, dunque, va ora alla ricerca di un nuovo “posto di combattimento”. Che trova solamente nel 1923, quando sale sulla cattedra di “Storia della Chiesa” nell’Università di Napoli. In quell’occasione, infatti, pronuncia una prolusione sul Valore umano della storia cristiana, che imprime un nuovo andamento alla sua riflessione e un nuovo passo alla sua azione. Indicando l’indirizzo storicistico della sua filosofia, e anticipando più di qualche motivo del noto saggio crociano su Perché non possiamo non dirci “cristiani”, Omodeo definisce qui il cristianesimo come una “rivoluzione spirituale”, “un rovesciamento della visione del mondo ben più radicale di quello di Copernico o di Kant”. Dunque, compimento del mondo antico e cominciamento dell’era nuova, la religione dell’Uomo-dio e del Dio-uomo è per lui il perno intorno a cui ruota tutta quanta la nostra storia. Che è allora, lo sviluppo di quel “primo umanesimo”, che gli fa dire, prima di Croce: la storia cristiana Ça est à moi. Questa professione di fede laica in una religione universale e umana diventa, sempre di più con l’incalzare dei tempi e degli eventi, la cifra che imprime allo storicismo omodeiano un’originale curvatura umanistica.

Contro i fascismi e la tirannide

Col delitto Matteotti, la rottura definitiva con Gentile e l’avvicinamento a Croce – che nonostante le divergenze l’avrebbe voluto primo direttore del suo Istituto Italiano per gli Studi storici – l’elemento umanistico del suo storicismo diventa, infatti, sempre più definito e definitivo. La storia nelle sue molteplici opere (Alfredo Loisy storico delle religioni, Letà del Risorgimento italiano, L’opera politica del conte di Cavour, La cultura francese nell’età della Restaurazione, ecc.), assume l’andamento d’un dramma umano, che trova nella libera personalità il suo Massimo Fattore. Sicché, quando le furie tornano sulla terra e da più parti si celebra l’apologia del “disumano” e si canta dell’uomo come animale “rapace”; quando si intona la finis Europae e s’ode il coro che dice viene la fine-la fine viene, Omodeo afferma, ancor più che per l’innanzi, l’assoluto umanesimo della storia. Di contro alle derive disumananti delle filosofie dell’assoluto; contro i cultori dell’azionismo e i promoter del fare per il fare, il professore di storia antica rintraccia allora, nel limite l’unica possibilità per continuare a restare umani. Che è quanto afferma, con voce ferma, nel 1943, tra le macerie dell’antico ateneo napoletano.

Solo l’umanità ci salverà

All’indomani dell’Armistizio, infatti, quando le truppe tedesche prima di ritirarsi usano cannoni, mitragliatrici, fucili e bombe a mano per irrompere nell’Università di Napoli, Adolfo Omodeo, da poco nominato Rettore, pronuncia parole che risuonano ancora oggi potenti. Ed è così perché per scongiurare il “maleficio della tirannide”, rivolgendosi ad ogni “coscienza umana”, fa appello alla comune Umanità degli uomini.

A chi aveva provato a spegnere “ogni vestigia del pensiero” per creare “mandrie brute di servi”; a chi aveva levato il vessillo della “razza” e in suo nome aveva infranto i vincoli dell’Umanità, l’antico allievo di Giovanni Gentile ricorda che “la civiltà è collaborazione”.

Provato dai lunghi anni di belligeranza, non abbandonò mai il suo posto di combattimento. Nel 1945, nonostante la non giovane età, si arruola, come volontario, per combattere i nazifascisti. Ma, di lì a poco, a metterlo a riposo sopraggiunge la morte. Che non lo trovò in ozio stupido.

Oggi, a ottant’anni dalla sua scomparsa in un mondo di nuovo pericolosamente in bilico; in giorni in cui sembrano svanite le speranze umane della nostra civiltà e serpeggia un dilagante pessimismo sul genere umano, Omodeo torna a dire che solamente tenendo a mente quello che ci fa simili potrà “rifiorire il mondo”. E potremo ricostruire la comune “patria umana”.

Contro il maleficio della tirannide. Ricordo di Adolfo Omodeo

Di Maria Della Volpe

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