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Surplace, equilibrio immobile in attesa dello scatto vincente. Apparentemente si è concluso così il vertice di Pechino fra Xi Jinping e Donald Trump, con la sostanziale differenza che rispetto agli evidenti sforzi di bilanciamento negoziale e mediatico del tycoon, sugli scenari dei mercati mondiali la Cina è già da anni in fuga solitaria e registra record di crescita economica in tutti i settori, mentre gli Stati Uniti avvertono i crescenti contraccolpi dei mercati provocati dalla guerra all’Iran.

Le immagini da Pechino parlavano da sole: il leader cinese sicuro e con lo sguardo strategico, Trump alla ricerca del rapporto personale e di complimenti. Le strette di mano fanno percepire un nuovo equilibrio mondiale, con la Cina più in alto.

Con grande saggezza, nonostante la posizione di vantaggio, il leader cinese ha dato dimostrazione di lungimiranza, stando attentissimo non soltanto a non sovrastare Trump ma anche a non farlo sovraesporre. E accogliendolo nel quartier generale di Zhongnanhai, il sancta sanctorum del potere della Repubblica popolare cinese gli ha parlato di tutto. Taiwan ? attenti al lupo; l’Iran? la strada giusta è il dialogo; Hormuz? navigazione libera; Ucraina? Putin ci crede i russi meno; Europa? molte voci nessuna voce; microchip di Nvidia? vedremo; terre rare? pagate e vi sarà dato; acquisto aerei Boeing? quanto basta. Il tutto con serenità senza un tono fuori posto.

E mentre Trump ha poi dovuto fare i conti con le speranze deluse dei paperoni dell’economia globale che si era portato al seguito, a Xi è bastato un accenno a Tucidide per fare scrivere ai media di tutto il mondo della caratura culturale cosmopolita del Presidente cinese, che spaziava da Platone e Socrate, a Dante, Petrarca e Marx, e come e quanto avesse studiato e vissuto negli Stati Uniti.

Niente di tutto ciò è stato tuttavia fatto intuire al tycoon, al quale Pechino ha apparecchiato una scenografia imperiale da leader mondiale. Una scenografia che lo equiparava al padrone di casa.

“L’immagine delle due superpotenze sullo stesso piano era esattamente ciò che Xi mirava a ottenere dal vertice. Una dinamica geopolitica che i cinesi desideravano da tempo e a cui gli americani si erano finora opposti“, analizza infatti il Washington Post. “Il Presidente Trump ha cercato di minimizzare le divergenze con il leader cinese, ma il vertice ha prodotto pochi cambiamenti concreti nei fragili rapporti tra le due superpotenze”, titola il Wall Street Journal.

Visto dalla parte americana, il bilancio del vertice sarà compiutamente tracciato nei prossimi giorni, quando la Casa Bianca deciderà che fare con l’Iran: attaccare di nuovo o continuare le estenuanti trattative nelle quali il regime degli ayatollah tenta di trascinare gli Stati Uniti.
Solo il “dopo Teheran” potrà far capire il significato, che per il momento è ancora circoscritto nelle intercapedini del detto e del non detto a Pechino, delle parole che hanno pronunciato o hanno taciuto Xi e Trump nel faccia a faccia.

Ed allora, probabilmente si comprenderà che si è trattato soltanto del primo tempo della nuova partita diretta fra i due Presidenti e che l’incontro decisivo sarà, forse, quello del 22 settembre a Mar a Lago, nella hollywoodiana residenza californiana di Trump, specchio della personalità del 47esimo Presidente degli Stati Uniti.

Una personalità che si troverà nuovamente a confronto con l’ineffabile erede politico di tre mila anni di civiltà cinese.

Il vertice illusorio di Trump e quello concreto di Xi Jinping

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di ritorno dalla visita in Cina, ha condiviso sul proprio profilo Truth un articolo della Cnn che assegnava il punteggio di 9,99 su 10 al vertice, giudicato “un grande successo, ben coreografato, ma anche con molta spontaneità e tanto entusiasmo”. A ridimensionare l’entusiasmo della Casa Bianca è stata la scoperta che l’autore del commento era Victor Gao, l’ex interprete di inglese di Deng Xiaoping, leader cinese dal 1978 al 1992, attualmente professore all’Università di Soochow. L’analisi di Gianfranco D’Anna

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