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La chiave di Cuba sembra avere un nome: Gaesa. Questo sarebbe il nominativo con il quale generalmente ci si riferisce al conglomerato militare Grupo de Administración Empresarial Sa, conglomerato militare il cui potere si estende ben oltre la sola dimensione della sicurezza, estendendosi dentor al settore finanziario, a quello turistico, e ancora a quello del commercio e dell’energia. “Non ha un sito web e non pubblica dati sulle proprie finanze né sulle quote di utili trasferite allo Stato. Persino la sua struttura proprietaria è segreta”, rimarcano Geoff Dyer e Jude Webber in un articolo scritto a quattro mani sul Financial Times, “Tuttavia, secondo gli economisti cubani, alcuni documenti trapelati e il governo statunitense, essa rappresenta fino al 40% del Pil del Paese”.

Secondo le ricostruzioni, Gaesa sarebbe nata durante il cosiddetto “Periodo Especial”, la drammatica crisi economica seguita al collasso dell’Unione Sovietica. Fu Raúl Castro a rafforzarne enormemente il ruolo dopo essere diventato presidente nel 2008, convinto che le forze armate fossero più efficienti dell’apparato civile nella gestione delle attività economiche. Da allora il gruppo si è espanso rapidamente, arrivando a creare una sorta di “apparato economico parallelo”, secondo la definizione utilizzata dall’economista cubano Pavel Vidal. Documenti trapelati nel 2025 avrebbero mostrato profitti per oltre 2 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2024, mentre altre indiscrezioni parlano di riserve liquide gigantesche accumulate dal conglomerato. Critici del regime cubano, soprattutto negli Stati Uniti, accusano il gruppo di essere diventato un’enorme rete clientelare e uno strumento di arricchimento per l’élite politico-militare dell’isola. “Una cleptocrazia pura e semplice”, l’ha definita Emilio Morales della società di consulenza Havana Consulting Group.

Un’influenza così vasta da spingere l’amministrazione di Donald Trump a trasformare Gaesa nel principale bersaglio della nuova strategia americana verso Cuba. Negli ultimi mesi, infatti, Washington ha alzato drasticamente i toni contro il conglomerato, con il segretario di Stato Marco Rubio che ha accusato il conglomerato di trattenere enormi ricchezze senza redistribuirle alla popolazione cubana; critiche accompagnate da nuove sanzioni contro il gruppo e contro la sua direttrice, la generale di brigata Ania Guillermina Lastres Morera. Secondo diversi analisti, la pressione americana punta non soltanto a ottenere riforme economiche e liberazioni di prigionieri politici, ma anche a colpire il sistema di potere costruito attorno alle forze armate cubane.

Secondo molti osservatori, qualsiasi tentativo di liberalizzazione economica dell’isola dovrà inevitabilmente confrontarsi con il potere di Gaesa. Smantellare o ridimensionare il conglomerato significherebbe colpire direttamente gli interessi delle forze armate e dei vertici del Partito comunista. Ed per alcuni è proprio questo il punto più delicato dei negoziati tra Washington e L’Avana: senza riformare Gaesa, sostengono diversi economisti, non sarà possibile trasformare realmente l’economia cubana. Ma affrontare il tema significa toccare il cuore stesso del sistema di potere costruito dai Castro negli ultimi decenni.

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