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Dalle parole ai fatti è stato un attimo. Adesso la grande paura della Cina per l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, si è materializzata in un ambizioso piano formato industria. Poche settimane fa questo giornale aveva raccontato di come tra detto e non detto, voci di corridoio e brividi mascherati, anche il Dragone avesse cominciato a temere gli effetti indesiderati dell’AI. Curiosamente, visto che Pechino, subito dopo gli Stati Uniti, è il più grande laboratorio a cielo aperto del Pianeta. Ora, di fronte alle crescenti preoccupazioni per la perdita di posti di lavoro legata all’IA la Cina prova a correre ai ripari. Sul serio.

Pechino ha varato un nuovo piano per usare la stessa IA come leva di occupazione, formazione e imprenditoria, puntando anche su settori emergenti come l’economia marittima per assorbire una parte della pressione sul mercato del lavoro. In poche parole, a ribaltare il punto di vista. Il Consiglio di Stato, vale a dire l’esecutivo cinese, ha pubblicato un piano per attuare la strategia detta “occupazione al primo posto” nel periodo 2026-2030. Ed è l’ultimo intervento di una serie di misure con cui il governo cinese cerca di stabilizzare un mercato del lavoro sotto pressione, in particolare per due categorie sensibili: i laureati e i lavoratori migranti.

Si tratta di un tema politicamente delicato per Pil governo cinese, perché l’occupazione resta uno degli indicatori più diretti della tenuta economica e della stabilità sociale. Le nuove misure arrivano dopo il rallentamento degli investimenti e delle vendite al dettaglio, che ha accentuato i timori sulle prospettive del lavoro. Il piano individua nove aree prioritarie: dall’allineamento della politica macroeconomica agli obiettivi occupazionali alla stabilizzazione dell’impiego nei settori ad alta intensità di lavoro, dall’espansione del terziario alla creazione di nuove opportunità nei comparti emergenti.

Il passaggio più significativo riguarda, però, l’Intelligenza Artificiale. Il governo vuole in questo senso sviluppare nuove professioni legate all’IA, favorire l’uso della tecnologia nei settori tradizionali e rafforzare formazione e percorsi di ricollocazione per i lavoratori esposti al rischio di sostituzione. La sfida è trasformare una possibile fonte di disoccupazione in un motore di nuove attività. D’altronde, circa il 70% dei giovani disoccupati è costituito da laureati, mentre i lavoratori licenziati intorno ai 50 anni con istruzione limitata rischiano lunghi periodi senza impiego. Non è tutto.

Il ministero delle Risorse umane cinese e della sicurezza sociale ha dichiarato a gennaio che pubblicherà un documento specifico sull’impatto dell’IA sull’occupazione, con misure di sostegno per i settori colpiti. Accanto all’Intelligenza Artificiale, Pechino guarda anche ai nuovi comparti industriali come possibile valvola occupazionale. Il piano per stabilizzare ed espandere l’occupazione, pubblicato a maggio, indica nuove energie, nuovi materiali, economia a bassa quota, economia verde ed economia marittima tra le aree prioritarie. Insomma, per la Cina è tempo di frenare l’IA. Anche la sua.

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