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Confesso di non capire il “no” secco espresso dall’Europa rispetto alla richiesta di Trump di intervenire come Nato per sbloccare lo stretto di Hormuz; “no” motivato con l’essere un tale intervento contrario al diritto internazionale e allo stesso statuto della Nato, che al suo articolo 5 lo prevede possibile solo come difensivo, quando un paese membro lo richieda perché sotto attacco.

Mi si permetta da vecchio insegnante, che a quindici anni dal pensionamento, non ha ancora perso il gusto del mestiere, di farne un caso di scuola.

Se, data la presenza di due stati, A e B, A formi, addestri, finanzi, fornisca armamenti a gruppi armati che cerchino di cancellare B dalla carta geografica, operando ai suoi confini e al suo interno, i c.d. proxy; allora dovrebbe sembrare ovvio che B possa attaccare A proprio in ragione del diritto internazionale.

È facile capire che se sostituiamo ad A l’Iran e a B Israele, quest’ultimo sia del tutto legittimato a colpire il primo, proprio in ragione di quel diritto internazionale che si dice abbia violato.

Solo che il diritto internazionale dovrebbe avere come suo braccio esecutivo un’Onu in coma profondo proprio per il suo regime, costruita a stretta misura della conclusione della guerra mondiale, con cinque potenze dotate di potere di veto, quindi capaci di bloccare ogni iniziativa non gradita.

C’è, però, soprattutto la Nato ad essere chiamata in causa, sì da chiedersi se sia vero che intervenga solo in base all’articolo 5, cioè quando lo richieda un suo membro attaccato da un altro Stato.

Si può prescindere dal fatto che quella dell’articolo 5 è una formula ipocrita, perché ancora al nostro tempo, in caso di attacco di un paese membro della Nato, a contare non sarebbe certo l’intervento solidale di tutti gli altri che ne fanno parte, ma quello del solo paese, l’America, in grado di contrastare militarmente la potenza attaccante, si legga l’Urss ieri, la Federazione Russa oggi.

D’altronde l’Europa non è in grado di sostenere l’Ucraina da sola, come riafferma continuamente Zelensky c’è bisogno della presenza americana, per la fornitura d’armi e di informazioni, nonché per una possibile mediazione.

La sola volta che l’intervento della Nato è stato giustificato in forza dell’articolo 5 è l’Afghanistan, in quanto l’attacco kamikaze alle Torri Gemelle venne considerato un attacco all’America, effettuato da Al-Qaeda, dislocata proprio in Afghanistan: qui lo Stato aggressore (Afghanistan) è uno che ospita l’organizzazione terroristica (Al-Qaeda) colpevole di aver compiuto un attentato in uno Stato membro (l’America).

Ancora più significativi sono gli interventi Nato in Serbia nel 1999 e in Libia nel 2011, dove a fornire la giustificazione non è certo l’articolo 5, mancandone totalmente il presupposto di un attacco ad un paese membro, ma invece è stata una ragione squisitamente umanitaria, protezione dei civili.

Certo non abbiamo iniziato la guerra attuale, ma la chiusura dello stretto di Hormuz costituisce un problema dell’Europa assai più serio che per l’America, con riguardo alla fornitura del petrolio e soprattutto del gas.

Vale la pena di richiamare un precedente, quando nella “guerra delle petroliere” del 1987, alcune nazioni europee, fra cui l’Italia, assicurarono con le loro navi il traffico marittimo nello stretto di Hormuz.

Certo, oggi, l’operazione riuscirebbe ben più difficile e pericolosa, ma soprattutto, senza alcuna formale partecipazione alla guerra, ne condizionerebbe l’evoluzione, privando l’Iran dell’unica arma effettiva, costituita proprio dal blocco dello stretto.

Ciò non toglie che in Europa qualcuno ci stia pensando, Macron, a mio giudizio, il solo che riesca a guardare al di là dell’invasione russa dell’Ucraina, capendo che la partita che si gioca in Medio Oriente, rispetto alla quale la disdegnata chiamata fuori dell’Europa può significare essere estromessa da quell’area per decenni a venire.

Ora lo stesso presidente francese si è messo a capo di una coalizione di “volenterosi”, fra cui l’Italia, disposti ad inviare una squadra navale per assicurare la navigazione nello stretto di Hormuz, ma solo… dopo la fine delle ostilità.

Accantonata la campagna diffamatoria contro Trump condotta dalla sinistra in Europa – sotto la guida del campo largo italiano che spera di mettere in difficoltà la Meloni, irridendo la sua pretesa di costituire un ponte – occorre recuperare la freddezza dell’analisi.

Questa critica ossessiva nei confronti del “bullo”, che sarebbe entrato in guerra trainato da Netanyahu appare a dir poco ridicola, certo il capo del governo di Israele può aver anticipato il tempo dell’intervento per poter eliminare Khamenei, ma Trump aveva già predisposto la sua armata navale per l’attacco.

Motivazione ufficiale la disponibilità dell’Iran a rinunciare alla preparazione della bomba atomica e alla costruzione di missili a lunga gittata.

Questo non avrebbe comportato un cambio di regime, ma senza dubbio un suo ridimensionamento, nell’ambito del Patto di Abramo varato nel primo mandato di Trump, che dovrebbe puntare ad una stabilizzazione del Medio Oriente.

Al di là della motivazione ufficiale, spesso contraddetta da Trump e dall’interno della sua stessa amministrazione, questa della stabilizzazione di un’area estesa dal Mediterraneo al Golfo Persico, con la fine della contrapposizione fra Israele e i paesi arabi, rappresenta la vera finalità strategica per l’attuale abitante della Casa Bianca, in quanto realizzata e mantenuta sotto l’egemonia americana.

Non per nulla dietro l’intervento americano ci sono i paesi del Golfo, che da ultimo si sono offerti di collaborare con l’America per sbloccare lo stretto di Hormuz, con l’Arabia Saudita che si è spinta fino a predisporre una fornitura straordinaria di petrolio per calmierarne i prezzi.

Il che è stato rafforzato dai sistematici bombardamenti iraniani su tali paesi, secondo una strategia del caos, che la quotidiana decapitazione di una direzione centrale in grado di gestirla, ha reso del tutto casuale.

Per quanto si parli di una diversità di obiettivi fra America e Israele, con quest’ultimo intenzionato a far deflagrare l’Iran nella molteplicità delle sue etnie, ma che comunque non può fare da solo.

D’altronde un significativo indebolimento dell’Iran si rifletterebbe sui suoi proxy con cui deve fare i conti, privandoli di un determinante supporto.

Non c’è in vista alcun allargamento del conflitto, nel senso dell’entrata in guerra di qualche altro paese dell’area, non certo la Turchia, che coinvolgerebbe la Nato eventualmente chiamata in causa, dato che quest’ultima per ben tre volte ha sostanzialmente fatto finta di niente per tre missili che le erano stati indirizzati.

Non c’è all’orizzonte alcun rischio di guerra mondiale, la Russia è impantanata nel conflitto ormai quadriennale in Ucraina, la Cina segue la sua politica sui tempi lunghi, fidando su una crescita tecnologica in una concorrenza pacifica con l’America.

Come è ovvio sussiste una ricaduta sui prezzi del petrolio e del gas, capace di trasmettersi a tutti i settori che consumano energia, ma al momento sembra contenuta.

Di sicuro non alla altezza di precedenti crisi, tale da non giustificare il catastrofismo della sinistra, che una volta tanto dovrebbe fare auto-critica, visto la sua feroce campagna condotta a suo tempo contro le centrali nucleari.

L’Europa è chiusa orgogliosamente nel suo “no”, quasi una fanciulla che fosse divenuta grande, senza voler ammettere di avere ancora straordinario bisogno di quella America che l’ha liberata dai regimi totalitari e l’ha protetta per oltre un cinquantennio.

Quel “no” – che vale come una chiamata fuori non solo da un’operazione dello sblocco dello stretto di Hormuz, ma da una presenza significativa in una ricostruzione pacifica del Medio Oriente – costituisce un autentico suicidio, di cui sarà estremamente doloroso rendersi conto alla fine della guerra.

Perché la guerra finirà, ma l’Europa non siederà al tavolo della “pace”, qualunque esso sia, continuerà a lentarsi dietro la porta, pregandola di farla entrare, anche a costo di sedere su uno sgabellino.

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