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La presidenza di Donald Trump, nella sua seconda fase, continua a generare interpretazioni divergenti, oscillando tra letture che ne enfatizzano la discontinuità e altre che ne sottolineano la continuità strategica. Secondo il prof. Stefano Pelaggi, entrambe queste chiavi risultano parziali. “La presidenza Trump è ovviamente difficile da leggere, ma questo non cambia i dati strutturali: l’Indo-Pacifico è un elemento non negoziabile”, osserva in una conversazione con Formiche.net.

Il rischio, spiega, è duplice: da un lato considerare ogni esitazione dell’amministrazione come segnale di un progressivo disimpegno americano in Asia; dall’altro interpretare i programmi di supporto militare come prova di una continuità sostanziale con le amministrazioni precedenti. “Entrambe le letture colgono qualcosa di reale, ma nessuna è sufficiente”.

Nel policy brief pubblicato per lo European University Institute, “Taiwan under Trump 2.0: Managed Centrality in an Era of Calibrated Competition”, Pelaggi propone una terza interpretazione, che si colloca al di fuori di questa dicotomia. La centralità di Taiwan non viene né ridimensionata né apertamente enfatizzata, ma gestita attraverso meccanismi più discreti e strutturali.

“Esiste una centralità amministrativa, più silenziosa ma anche più solida di una transazione, che passa attraverso processi burocratici, una qualificazione legislativa e scelte industriali”, afferma. In questa prospettiva, Taiwan diventa il principale banco di prova della postura americana.

Gli elementi concreti confermano questa lettura. Il pacchetto di assistenza militare da oltre 11 miliardi di dollari approvato nel dicembre 2025, insieme alle disposizioni contenute nel National Defense Authorization Act, indicano una continuità operativa che si sviluppa in larga parte al di fuori della sfera retorica. Il Congresso, osserva Pelaggi, finisce per istituzionalizzare ciò che l’esecutivo evita di dichiarare esplicitamente, consolidando nel tempo la centralità strategica dell’isola.

Parallelamente, si registra un cambiamento significativo nel linguaggio politico. “La retorica della solidarietà democratica è stata spostata in fondo alla stanza”, nota Pelaggi, mentre emerge un’architettura discorsiva centrata su supply chain, capacità industriale e indispensabilità tecnologica. Il ruolo di Taiwan viene così ricondotto alla sua funzione all’interno dell’economia strategica americana, in particolare nel settore dei semiconduttori, anche in risposta a dinamiche interne e a un elettorato sensibile a logiche protezioniste.

Questo spostamento semantico non implica però una revisione delle priorità strategiche. Piuttosto, segnala un adattamento degli strumenti attraverso cui tali priorità vengono perseguite.

Per l’Italia, le implicazioni sono immediate. “Non dobbiamo aspettare, ma costruire una posizione”, afferma Pelaggi. Il concetto di Indo-Mediterraneo, richiamato spesso in questi ultimi anni, anche dal governo italiano, rappresenta in questo senso un tentativo di leggere in modo integrato dinamiche che attraversano simultaneamente più spazi geografici.

Le crisi degli ultimi anni, dall’invasione russa dell’Ucraina alle tensioni nelle rotte energetiche tra Hormuz e il Mar Rosso, evidenziano come Mediterraneo e Indo-Pacifico appartengano a un unico continuum marittimo ed energetico. “Per l’Italia, l’Indo-Pacifico è importante quanto il Mediterraneo”, osserva il docente.

Questo riconoscimento si scontra tuttavia con un limite strutturale. Le forze armate italiane risultano già fortemente impegnate all’interno del dispositivo Nato e il perimetro del Mediterraneo allargato non appare comprimibile. “Le nostre risorse sono sempre più limitate”, sottolinea Pelaggi, introducendo il tema dell’overstretching.

In questo contesto, l’approccio italiano sembra orientarsi verso forme di presenza meno estensive e più selettive, fondate su cooperazione strutturata piuttosto che su proiezione militare continuativa. L’accordo siglato dall’Italia con le Filippine a febbraio 2026 si inserisce in questa traiettoria.

“Non parliamo di basi permanenti o di operazioni di libertà di navigazione, ma di cooperazione strutturata”, spiega Pelaggi. Il focus si sposta su co-produzione, logistica e tecnologia, con un ancoraggio normativo che rafforza la dimensione istituzionale della relazione bilaterale.

Il contesto regionale rende questa evoluzione particolarmente significativa. Le Filippine si trovano al centro di crescenti pressioni da parte della Repubblica Popolare Cinese nel Mar Cinese Meridionale, uno spazio in cui le dinamiche di sicurezza si intrecciano sempre più strettamente con quelle economiche.

È proprio su questo piano che si colloca un secondo recente lavoro di Pelaggi, “The Economic Impact of the South China Sea Disputes”, presentato lunedì a Palazzo Madama. Il volume, di cui la professoressa Donatella Strangio è co-curatrice (insieme a Elena Ambrosetti e Matteo Piasentini), evidenzia come le dispute nel Mar Cinese Meridionale non possano essere comprese esclusivamente in termini militari, ma richiedano un’analisi che tenga conto degli effetti sulle rotte commerciali, sulle catene di approvvigionamento e sulla stabilità economica regionale.

Un elemento rilevante emerso durante la presentazione riguarda la presenza di attori industriali italiani, tra cui Fincantieri, Leonardo, Elt, VirtuaLabs. “Questo dimostra che il linguaggio operativo con cui si costruisce oggi la cooperazione è quello del consolidamento istituzionale e della cooperazione tecnologica avanzata”, osserva Pelaggi.

Ne deriva un quadro in cui la dimensione industriale diventa parte integrante della strategia. Cantieristica, aerospazio, elettronica e difesa non rappresentano più soltanto settori economici, ma strumenti attraverso cui si articola il posizionamento internazionale.

In questo senso, la partita nell’Indo-Pacifico appare sempre meno legata alle dichiarazioni politiche e sempre più ancorata alla capacità degli attori di tradurre le proprie priorità strategiche in strumenti operativi duraturi. La convergenza tra la centralità amministrativa americana, le iniziative italiane nella regione e l’analisi economica delle sue dinamiche suggerisce che la competizione strategica si stia progressivamente spostando su un piano meno visibile ma più strutturale. “Il lavoro vero è lì”, conclude Pelaggi: “Non costruzioni retoriche o discorsi sulla democrazia, ma fare cose concrete, entro i limiti delle possibilità e in linea con l’interesse nazionale e le capacità del Sistema-Paese”.

Taiwan e Mar Cinese, la competizione si sposta sotto la superficie politica. Pelaggi spiega perché

L’analisi di Stefano Pelaggi, docente presso l’Università di Roma La Sapienza e responsabile delle relazioni internazionali del Centro Studi Geopolitica.info, sui dossier Taiwan e Mar Cinese Meridionale suggerisce una lettura unitaria della competizione strategica contemporanea: meno dichiarazioni politiche, più strumenti industriali, legislativi e marittimi. In questo quadro, anche l’Italia è chiamata a definire una postura coerente, entro vincoli operativi stringenti

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