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L’amministrazione Trump si avvicina nuovamente a un punto di svolta militare nella guerra contro l’Iran, mentre un nuovo briefing del Pentagono evidenzia quanto rapidamente Washington potrebbe passare dalla pressione economica a operazioni di combattimento su larga scala.

Secondo fonti ben informate sentite da Axios, Donald Trump sta per ricevere aggiornamenti dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom) su una serie di opzioni operative, tra cui piani per una “ondata breve e potente” di attacchi contro infrastrutture iraniane. L’obiettivo non sarebbe necessariamente quello di ampliare il conflitto, ma piuttosto di sbloccare uno stallo negoziale che resiste da mesi alle pressioni americane.

Il tempismo è significativo. I contatti con Teheran sono stati ridimensionati e proseguono ora per via telefonica, come annunciato da Trump stesso, dopo la cancellazione di un previsto canale negoziale in presenza mediato dal Pakistan – con Islamabad che ha mostrato tutte le complessità sistemiche di svolgete il ruolo per cui si era accreditata. La scelta di Washington segnala un processo diplomatico formalmente attivo, ma politicamente indebolito – più una gestione dello stallo che un reale percorso verso il compromesso.

Nel frattempo, la Casa Bianca continua a fare leva sul blocco navale come principale strumento di pressione. Lo stesso Trump ha definito questa misura “più efficace dei bombardamenti”, riflettendo una preferenza per una coercizione che eviti, almeno nell’immediato, un’escalation militare diretta – anche perché la sua base elettorale non è incline all’uso della forza lontano dai confini statunitensi. Tuttavia, questa strategia appare sempre più sotto stress, sia per le dinamiche di mercato sia per la capacità iraniana di assorbire l’impatto economico.

Diversi cargo hanno lasciato Hormuz negli ultimi giorni, con la US Navy che deve gestire anche un transito fisiologico sotto richieste degli alleati – per esempio, mercoledì la prima ministra giapponese, Sanae Takaichi, ha annunciato che un tanker collegato a Tokyo ha doppiato Hormuz in direzione Est, e ha chiesto il ritorno alla libertà e sicurezza marittima. In parallelo, si registrano segnali di attivismo diplomatico laterali: la premier giapponese ha riferito di aver avuto una nuova conversazione telefonica con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, nel corso della quale ha sollecitato la rapida ripresa dei colloqui tra Stati Uniti e Iran e ribadito la necessità di garantire la libertà e la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Da Teheran, la risposta alla linea Trump è apertamente scettica. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, figura di rilievo nell’attuale catena della leadership, ha deriso le aspettative americane di ottenere concessioni rapide attraverso sanzioni e restrizioni marittime, sottolineando al contempo l’aumento dei prezzi del petrolio come indicatore dei costi globali della strategia statunitense.

A rafforzare questa linea, n occasione della Giornata nazionale del Golfo Persico, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha diffuso un messaggio che combina rivendicazione strategica e posizionamento negoziale. Il testo presenta il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz come asset identitari e vitali, su cui Teheran rivendica un ruolo diretto di gestione e sicurezza, respingendo implicitamente qualsiasi forma di supervisione esterna. In questa cornice, le capacità nucleari e missilistiche vengono descritte non come dossier negoziali ordinari, ma come elementi strutturali della sovranità nazionale.

Il messaggio si inserisce in una narrativa storica più ampia, che richiama la resistenza iraniana alle potenze coloniali europee e colloca l’attuale confronto con Washington in una traiettoria di lungo periodo, culminata — secondo la lettura ufficiale — con la riduzione dell’influenza esterna dopo la Rivoluzione islamica. In questo quadro, la presenza militare americana nel Golfo viene esplicitamente delegittimata e descritta come fattore di instabilità, incapace di garantire sicurezza anche agli stessi alleati regionali.

Sul piano strategico, il riferimento a una “nuova fase” nel Golfo Persico lascia intravedere l’ambizione iraniana di ridefinire l’ordine regionale in senso post-americano, fondato su una maggiore centralità di Teheran e su una cooperazione tra gli Stati rivieraschi alternativa all’architettura di sicurezza guidata dagli Stati Uniti. Un messaggio rivolto tanto a Washington quanto alle monarchie del Golfo, chiamate implicitamente a riconsiderare la propria dipendenza strategica dagli Stati Uniti.

Al di là della narrazione della Repubblica Islamica, c’è una divergenza di aspettative è al centro della fase attuale del conflitto. I pianificatori americani sembrano puntare su un’escalation calibrata – combinando strangolamento economico e uso limitato della forza – per costringere l’Iran a rientrare al tavolo negoziale su basi più favorevoli. La narrativa iraniana, al contrario, suggerisce la convinzione che il tempo e la pressione sui mercati energetici giochino a favore di Teheran. E dalle parole di Khamenei emerge che Teheran non sembra intenzionato a prepararsi a un negoziato, piuttosto è pronto all’escalation.

Il ventaglio di opzioni militari allo studio riflette questa incertezza. Oltre agli attacchi mirati, il CentCom avrebbe elaborato piani per assumere il controllo di porzioni dello Stretto di Hormuz, al fine di garantire il flusso commerciale. Un’operazione di questo tipo rappresenterebbe un salto qualitativo nel conflitto e potrebbe comportare anche l’impiego di forze terrestri. Un’altra ipotesi riguarda operazioni speciali volte a mettere in sicurezza le scorte iraniane di uranio altamente arricchito, con implicazioni operative e politiche significative.

Particolarmente rilevante è anche la richiesta avanzata dal CentCom di dispiegare nella regione il sistema ipersonico Dark Eagle dell’Esercito statunitense. Progettato per colpire obiettivi altamente protetti e sensibili al fattore tempo in profondità nel territorio nemico, questo sistema amplierebbe in modo significativo la capacità americana di neutralizzare infrastrutture missilistiche iraniane disperse.

Un eventuale impiego operativo avrebbe implicazioni che vanno oltre il teatro iraniano. Rappresenterebbe infatti un primo utilizzo concreto di capacità ipersoniche statunitensi, con un chiaro segnale strategico rivolto anche a competitori come Cina e Russia.

L’introduzione di strumenti di questo tipo evidenzia una crescente tensione interna alla strategia americana. Se da un lato la Casa Bianca continua a presentare l’approccio come limitato e coercitivo, dall’altro le opzioni sviluppate dal Pentagono indicano una preparazione a scenari di maggiore intensità qualora la pressione non producesse risultati.

A complicare ulteriormente il quadro vi è il rischio di ritorsioni iraniane. I pianificatori statunitensi stanno già considerando la possibilità che Teheran possa rispondere al blocco o a eventuali attacchi con azioni dirette o tramite proxy contro forze americane nella regione, aprendo a una dinamica di escalation più ampia.

Per il momento, l’amministrazione sembra cercare di mantenere insieme questi diversi livelli: pressione economica, canali diplomatici minimi e preparazione militare credibile. Tuttavia, la combinazione di negoziati stagnanti, postura iraniana resiliente e crescente sofisticazione degli strumenti militari suggerisce che questo equilibrio potrebbe rivelarsi difficile da sostenere.

Le decisioni che seguiranno al briefing del CentCom potrebbero chiarire se Washington sarà in grado di trasformare la pressione in leva negoziale, o se il conflitto è destinato a entrare in una fase più imprevedibile e potenzialmente escalatoria.

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