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Le elezioni di metà mandato consegnano ai Democratici il controllo di Camera e Senato, con un margine che a Washington non si vedeva da decenni. Per l’amministrazione Trump è una sconfitta netta, arrivata a metà del secondo mandato, che cambia le carte in tavola e apre a diversi scenari per il resto del mandato, oltre che per le prossime elezioni presidenziali. Formiche.net ha chiesto a Charles Kupchan, senior fellow del Council on Foreign Relations e professore alla Georgetown University, di leggere il risultato di queste storiche consultazioni.

L’ondata blu di questa tornata elettorale è un voto a favore dei Democratici o un rifiuto di Trump? 

Direi che si tratta soprattutto di un rifiuto di Trump. Nell’elettorato americano si è diffusa l’idea che Trump abbia fallito praticamente su ogni fronte, e il più importante è l’economia, e si vede nella fatica che gli americani fanno per arrivare a fine mese. I Democratici non avevano un unico messaggio chiaro, e i candidati hanno scelto approcci diversi a seconda che corressero in una comunità più progressista o più centrista, ma la crisi del costo della vita era il minimo comun denominatore della loro piattaforma elettorale. Quindi direi che questa è stata una condanna in blocco della presidenza Trump, che ha portato i Democratici a conquistare il controllo della Camera e del Senato con un margine che non si vedeva da decenni.

Crede che i Dem non abbiano una vera piattaforma consolidata su cui lavorare, e che in vista delle prossime presidenziali la debbano costruire da zero? Oppure queste elezioni hanno dato loro almeno un punto di partenza?

Direi un po’ l’una e un po’ l’altra cosa. Il Partito democratico è diviso sul piano ideologico. C’è il partito rappresentato da AOC, dal nuovo senatore del Michigan El Sayed, da altri esponenti che stanno all’estrema sinistra dello spettro politico americano. Poi c’è un gruppo molto ampio di Democratici che si attesta su posizioni molto più moderate e centriste. Alle elezioni di metà mandato questo non è un problema, perché i diversi candidati si rivolgono a elettorati diversi. Ancora è presto per rispondere alla domanda su chi emergerà come candidato alle presidenziali del 2028. Penso però che i Democratici debbano avere un’agenda propositiva, e non limitarsi a fare una campagna “anti-Trump”.

Come dovrebbe strutturarsi questa campagna?

Se dovessi consigliare i Democratici, direi loro di spostarsi verso il centro, perché credo che il punto di equilibrio della politica americana resti lì. Il candidato capace non solo di vincere le primarie, ma anche le elezioni presidenziali, deve saper parlare a un ampio spaccato della società americana. In queste elezioni, abbiamo visto i Democratici conquistare molti elettori bianchi della classe operaia senza laurea, ma su quel fronte sono ancora piuttosto indietro. Per questo credo che concentrarsi sulla crisi del costo della vita, sulla ricostruzione della classe media e sulla riqualificazione dei lavoratori perché possano svolgere i lavori del futuro, sia la direzione principale verso cui i Democratici dovrebbero muoversi.

Passiamo all’altro lato dello spettro politico. Possiamo leggere questo voto come la fine dell’era Maga, o è ancora presto per dirlo?

Credo che si debba stare attenti a non sovrainterpretare il risultato. Oggi i critici di Trump, qui negli Stati Uniti come nel resto del mondo, stanno festeggiando perchè Trump è stato sconfitto, pensando sia finita. E invece non è finita. Anzi, le cose potrebbero peggiorare, perché Trump resterà presidente per altri due anni, e probabilmente ci sarà uno scontro durissimo tra un Congresso controllato da Democratici arrabbiati e la Casa Bianca. Credo che una delle cose che abbiamo imparato nei due mandati di Trump sia quanto sia difficile porgli un freno su quasi ogni questione. Per questo credo che l’era Maga, non sia affatto finita. Continuerà finché Trump non lascerà l’incarico e, chissà, potrebbe proseguire anche dopo, a seconda di chi vincerà le prossime elezioni. Per questo bisogna essere molto cauti nel parlare di fine dell’era Trump. Non lo è, e anzi le cose potrebbero peggiorare. Trump è una persona molto insicura che adesso si sente rifiutata, e potrebbe raddoppiare la scommessa sull’America First invece di decidere di ridimensionare le sue politiche e cercare di collaborare con i Democratici.

Pensa che ci siano battaglie che continuerà a combattere nonostante abbia perso il Congresso, e altre su cui magari cercherà un accordo con i Democratici?

Vedremo. La mia previsione è che non ci sarà molta cooperazione bipartisan, perché la tensione tra Democratici e Repubblicani è enorme. E anche se i Repubblicani cominciassero a prendere le distanze da Trump, è ancora lui, almeno per il momento, a comandare. Inoltre, se si guarda ai suoi due mandati, non è una persona interessata a ricucire fratture e divisioni, ma al contrario cerca di alimentarle. D’altronde è così che si è manifestato il suo stile di governo. Si potrebbe dire che ha imparato la lezione, che quel metodo non ha funzionato e che ora deve cercare l’unità politica. Ma, pensando al personaggio, sono scettico che andrà così.

Prima del voto si è parlato molto di un rinnovato impegno verso l’Iran successivo alla tornata elettorale. Alla luce del risultato, pensa che questo sarà un impegno più diplomatico o più militare?

Ci ho riflettuto parecchio, e ci sono due modi di vederla. Il primo è che l’ondata blu di ieri sia il prodotto di diversi fattori, tra cui il principale è senza dubbio la guerra contro l’Iran. Trump era stato eletto con un programma che prometteva niente più guerre, e poi ha lanciato l’ennesima guerra in Medio Oriente, che si è trasformata in un’avventura fallimentare, di cui ha pagato il prezzo. Quindi si potrebbe pensare che l’ultima cosa che Trump farà ora è riaprire una guerra che ha rovinato la sua presidenza e ha fatto salire enormemente il prezzo della benzina, con aumenti dei prezzi a cascata. Oppure, al contrario, si potrebbe dire che proprio perché l’Iran è la questione che ha affossato i Repubblicani Trump voglia “finire il lavoro”. Deve risollevarsi potendo dire “sono riuscito a domare il regime iraniano”. Magari rovesciandolo, magari spingendolo a un accordo sul nucleare. Non so quale strada sceglierà, anche se d’istinto direi che non vuole riaprire la guerra, perché è un conflitto molto impopolare, e se riparte il prezzo del petrolio tornerà a salire. Quel che è certo è che, dopo questa bocciatura, Trump andrà a cercare la sua prossima grande vittoria. Che, sì, potrebbe essere l’Iran. Ma se fossi cubano mi cercherei un seminterrato sicuro.

Dopo la sconfitta Trump cercherà una vittoria: Iran o Cuba? La versione di Kupchan

Nell’elettorato americano si è diffusa l’idea che Trump abbia fallito praticamente su ogni fronte, e il più importante è l’economia, come mette in evidenza la fatica che gli americani fanno per arrivare a fine mese. Ma bisogna essere molto cauti nel parlare di fine dell’era Trump. Intervista a Charles Kupchan, senior fellow del Council on Foreign Relations e professore alla Georgetown University

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