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Da Washington e Jefferson fino a Trump, la storia degli Stati Uniti è attraversata da una tensione costante tra isolazionismo e interventismo. Nel duecentocinquantesimo anniversario della loro nascita, Formiche.net ha conversato con Charles Kupchan, docente alla Georgetown University e senior fellow del Council on Foreign Relations, sul ruolo dell’America oggi. Gli Stati Uniti è ancora un pilastro dell’ordine liberale? Ecco le risposte dell’accademico statunitense.

Nel secolo scorso Franklin Delano Roosevelt ha coniato l’espressione “l’arsenale della democrazia”, espressione legata ad un preciso momento storico, ma che può essere retoricamente impiegata in modo più ampio per descrivere il ruolo centrale avuto da Washington nel tutelare l’occidente e i suoi valori. Crede che oggi quell’espressione si possa ancora utilizzare?

Non sono completamente d’accordo. L’espressione “il grande arsenale della democrazia” fu coniata da Roosevelt durante il dibattito tra la sua piattaforma e l’America First Committee sull’opportunità o meno di inviare armi alla Gran Bretagna e agli altri Paesi che combattevano contro le potenze dell’Asse. E Roosevelt, pur non sostenendo l’ingresso in guerra, argomentava che gli Stati Uniti dovessero fermare la Germania nazista, altrimenti le potenze dell’Asse avrebbero sviluppato un livello di forza tale da poter minacciare l’emisfero occidentale e gli stessi Stati Uniti. Chiamava quindi gli Stati Uniti “grande arsenale della democrazia” per suggerire che dovevamo difenderci e assicurarci che il nostro modo di vivere fosse protetto, e che questo avrebbe richiesto di fermare il continuo avanzare del fascismo e del militarismo. Poi però c’è stata Pearl Harbor, ed è cambiato tutto.

Perché è arrivata la guerra?

Esatto. Ed è con la Seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti si trasformano davvero da Paese che è un arsenale della democrazia, che funge da faro per il resto del mondo, a Paese che va nel mondo per cambiarlo. E quel ruolo degli Stati Uniti come “Stato crociato” prosegue fino al XXI secolo ed è stato, sotto molti aspetti, parte della narrazione americana. O almeno, fino all’arrivo di Trump.

Ma non era la prima volta che gli Stati Uniti intervenivano in un conflitto estero.

Certo. Ma per certi versi questo dibattito di cui abbiamo parlato risale a molto prima degli anni ’40 del secolo scorso. Fin dall’inizio della loro storia gli Stati Uniti sono stati un Paese determinato a diffondere la democrazia, soprattutto attraverso l’esempio. I padri fondatori e quanti vennero dopo di loro vedevano gli Stati Uniti come un Paese che sarebbe servito da modello per gli altri, senza adottare un approccio più attivo alla diffusione della democrazia. Ma questo cambiò alla fine del XIX secolo con la guerra ispano-americana, quando gli Stati Uniti espulsero la Spagna da Cuba, presero possesso dei territori spagnoli nei Caraibi e nel Pacifico e cominciarono ad assumere un approccio interventista. Fu proprio in quel momento che gli Stati Uniti cominciarono a imbracciare l’idea di “Destino manifesto”. E anche Woodrow Wilson proseguirà in questa direzione portando gli Usa nella Prima guerra mondiale per rendere il mondo sicuro per la democrazia. Ma né la guerra ispano-americana né la Prima guerra mondiale godettero di un forte sostegno elettorale, e per certi versi l’isolazionismo degli anni Venti e Trenta fu una reazione a questo tentativo di svolgere un ruolo più attivo e interventista nella diffusione dei valori e delle istituzioni americane.

Quindi possiamo leggere anche il fenomeno Trump come parte di un ciclo fisiologico?

Fino a un certo punto. Trump ha vinto le elezioni promettendo che “ci faremo gli affari nostri e resteremo fuori dalle vostre questioni”. Ha dunque adottato un approccio molto meno interventista, almeno sul piano retorico. Ma la grande differenza tra Trump e i padri fondatori e i leader americani del XIX secolo è che Trump non solo si trattiene dal diffondere la democrazia all’estero, ma minaccia la democrazia negli Stati Uniti. E questo rappresenta uno sviluppo senza precedenti.

Tra interventismo e isolazionismo, quale crede che sia l’eccezione e quale la regola per gli Stati Uniti?

Credo che ci sia una tensione che è parte inevitabile dell’esperienza americana. C’è un impulso ad andare nel mondo e a cambiarlo, a diffondere l’esperimento americano. E c’è anche un impulso che dice “dobbiamo proteggere l’esperimento americano da un mondo pericoloso e corrotto, dobbiamo ritirarci dal mondo”. E questa tensione tra un isolazionismo protettivo e un interventismo crociato fa ora parte del dibattito negli Stati Uniti. Ma credo che la differenza più significativa tra l’epoca moderna e il XIX secolo, l’era dell’isolazionismo, sia che il mondo è cambiato. Quando George Washington disse “commercio con tutti, legami politici con nessuno”, quando Thomas Jefferson disse “nessuna alleanza vincolante”, gli Stati Uniti godevano di una sicurezza naturale, con grandi oceani a est e a ovest, vicini piccoli e relativamente docili a nord e a sud. Gli Stati Uniti potevano contare sulla loro sicurezza naturale. Ebbene, quei giorni sono finiti. Viviamo ora in un’epoca di aerei a reazione, missili balistici, internet, riscaldamento globale, interdipendenza economica e globalizzazione. Gli Stati Uniti non possono alzare il ponte levatoio come potevano fare nel XIX secolo. E dunque tornare a un vero distacco non è possibile.

Crede che Washington sia pronta ad affrontare quella che può essere considerata, oggi ma anche in futuro, una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, per il mondo occidentale, per i valori occidentali della democrazia e per l’ordine liberale? Oppure ci sono delle linee rosse che gli Stati Uniti non sono affatto pronti a oltrepassare?

Una delle parti dell’agenda di politica estera di Trump che ritengo più pericolosa e più dannosa è la sua ostilità verso gli alleati, le sue minacce di ritirarsi dalla Nato, i suoi insulti a Meloni, Merz, Starmer e Macron, e la sua apparente noncuranza dell’importanza delle alleanze americane. Ma non credo che durerà. Penso che chiunque verrà dopo Trump probabilmente tornerà a un approccio più tradizionale nella difesa della rete fondamentale di alleanze con partner democratici, a condizione che il riequilibrio prosegua e che gli alleati in Europa e in Asia si facciano carico della loro giusta quota di responsabilità. Vorrei però aggiungere una precisazione. Credo che nel movimento Maga ci sia un’ostilità verso le alleanze, e verso l’Europa in particolare, che è profonda. E la si vede, credo, soprattutto nel vicepresidente, che a mio avviso considera l’Europa come un “altro” culturale, troppo liberale, troppo laico, troppo aperto agli immigrati. E di conseguenza, se lui dovesse essere il prossimo presidente, o un altro rappresentante del movimento Maga, non so quale sarebbe l’approccio verso l’Europa. Anche se temo che presto il Maga arriverà anche in Europa.

Cosa intende?

Temo che i partiti che prospereranno nelle prossime elezioni in Europa saranno Reform UK, il Rassemblement National e l’AfD, per le stesse ragioni per cui il Maga ha prosperato qui negli Stati Uniti. E cioè, principalmente, la dislocazione socioeconomica, il collasso del contratto sociale dell’era industriale. Sono problemi profondamente radicati che colpiscono molti Paesi diversi. E quella dislocazione, quel disorientamento, si intreccia poi con i social media, con lo scontento sull’immigrazione. E spinge la politica dell’illiberalismo e la politica del sentimento anti-immigrazione. E dunque mi preoccupo non solo del fatto che gli Stati Uniti tengano fede al loro impegno verso la democrazia liberale e i valori repubblicani, ma mi pongo la stessa domanda per l’Italia, la Germania, la Francia, il Regno Unito e l’Ungheria. Perché il problema degli Usa rischia di diventare un problema più ampio.

Facciamo un gioco. Guardando avanti, nei prossimi 250 anni, vedremo gli Stati Uniti tornare ad essere un pilastro nel mondo occidentale?

Lo penso e lo spero. Ma non lo so.

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