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La lite Trump-Meloni rimette al centro la questione nazionale. Da una parte un giusto e appropriato orgoglio italiano; dall’altra il fatto – come dice Giorgia Meloni stessa – che “non si può rompere con gli americani”.

C’è una storia del nostro Paese che dalla fine della Seconda guerra mondiale (persa) ci lega agli Stati Uniti. Come scrive Andrea Riccardi celebrando il 2 giugno scorso, “l’Italia possiede una storia che ha un fondo di stabilità e il 1946 ci insegna che per mettere mano alla sua architettura dobbiamo ritornare sempre ad uno spirito costituente”.

Si tratta di resistere andando controcorrente e preservando quello spirito. Il clima attuale va in tutt’altra direzione: guerra e conflitti diffusi; polarizzazione della politica e della geopolitica; separazione tra “noi e loro” (a casa e all’estero); ricerca costante del nemico (interno e esterno); disprezzo degli alleati; aumento del conflitto sociale e così via.

Anche Donald Trump ragiona in questo modo ma il limite si vede subito nel fatto che attacca più gli amici che i nemici. In altre parole: utilizza la polarizzazione laddove pensa di non doverne pagare un prezzo. Si dice che questo modo di gestire le relazioni internazionali sia “più politico” e più imparziale: le diverse opinioni si devono scontrare in un costante rapporto di forze e solo così si avrà una sintesi.

Il pianeta fa da sfondo alla contrapposizione competitiva. Si aggiunge che dialogo e compromesso rappresentano soluzioni fragili e insoddisfacenti. Alcuni li trattano da “inciucio” o da “resa”.

Tuttavia la costatazione empirica dei risultati ci dice il contrario: la contrapposizione permanente e la polarizzazione tra forze politiche o Paesi, non ottengono risultati ma ingigantiscono i problemi. La storia della nostra Seconda repubblica lo dimostra statisticamente. Ma anche lo avvalora la recente storia politica americana.

Per noi italiani occorre recuperare lo sguardo del 1946: Repubblica significa responsabilità comune e dialogo politico. Se si intesero Togliatti, De Gasperi e Croce, possono farlo anche i loro successori a Montecitorio o a Chigi.

Spirito costituente significa maturare la coscienza che alcune materie vadano affrontate in maniera bipartisan. Per chiarire, tra queste le principali sono: energia; sanità (che significa soprattutto anziani) ed educazione (leggi: giovani); politica estera mediorientale e africana; ruolo in Europa. In questa breve lista non c’è la pace perché già è (o dovrebbe essere) la matrice comune, iscritta a chiare lettere nella Costituzione.

Si capisce che i politici odierni non amino tale spirito perché comporta forti rinunce. Ma di rinunce è costituita ogni vera politica democratica: nel dopoguerra i comunisti rinunciarono de facto alla rivoluzione; i cattolici al modello (franchista) della civiltà cristiana; i liberali addirittura alla monarchia e alla loro vecchia centralità. Anche gli ex fascisti abbandonarono per sempre l’idea di stato-potenza autoritario. Tutti si ritrovarono più piccoli e più deboli, soprattutto dipendenti da altri considerati estranei. Non si poteva ricostruire un Paese sconfitto senza tener conto dei compagni di viaggio imposti dalla storia: erano (eravamo) tutti nella stessa barca (ex fascisti compresi).

Anche oggi è così: siamo immersi in un caos che frammenta e confonde. Le superpotenze sono tutte innervosite alla ricerca di un nuovo ordine; quello vecchio è saltato; medie potenze spregiudicate e aggressive (Israele, Iran, Turchia, Arabia Saudita ecc.) cercano – perlopiù con violenza – nuovi spazi. Il nostro maggior alleato se la prende con noi – italiani o europei – senza motivo. Ma resta il fatto che solo l’Europa rimane un approdo di stabilità e cooperazione: tenercela stretta come un dono della storia è il minimo.

Attaccarla e accusarla per coprire i propri limiti è una menzogna insensata, perché poi sempre all’Europa si va a chiedere aiuto. Migliorarla invece si deve e si può, soprattutto davanti alle sfide dei conflitti che non finiscono (Ucraina, Gaza, Libano, Iran, Sudan ecc.) e a quelli che stanno per cominciare (in molti temono Turchia contro Israele).

Pur con tutte le critiche legittime, si deve dialogare con la Russia perché rinunci alla sua aggressione all’Ucraina; con la Cina perché cessi la sua guerra commerciale contro tutto e tutti.

Allo stesso tempo occorre continuare a parlare con gli Stati Uniti: è vitale per noi anche se ci costa qualcosa in termini di orgoglio nazionale. Gli Stati Uniti stanno cercando una nuova posizione nel mondo e pensano di doversi liberare dal (pesante?) carico europeo. Come dimostrare invece che gli siamo utili? È indispensabile anche dialogare con l’Israele di Netanyahu perché la smetta di fomentare conflitti in Medio Oriente con la scusa dell’autodifesa (a cui nessuno – a torto o a ragione – crede più).

India, Giappone, Corea, Brasile e Canada sono possibili alleati nella riforma dell’ordine multilaterale. Infine c’è l’Africa: un continente immenso da cui verranno le grandi sfide del futuro. Se non fosse per la carenza di struttura finanziaria e di energia, il continente sarebbe già terra di elezione dei Big Tech transumaniste: risorse infinite di ogni genere e facilità a influenzare interi Stati. La sfida più grande verrà dai privati: ormai più potenti degli Stati e intenti a indirizzare il pianeta dove vogliono loro. Papa Leone lo ha sottolineato nell’enciclica Magnifica Humanitas. Sono sfide terribili ma l’Italia del 1946 non era forte davanti ai potenti del suo tempo. Quindi si può fare ancora una volta.

Gli Usa e la lezione dimenticata dell’Italia repubblicana. Scrive Giro

C’è una storia del nostro Paese che dalla fine della Seconda guerra mondiale (persa) ci lega agli Stati Uniti. Come scrive Andrea Riccardi celebrando il 2 giugno scorso, “l’Italia possiede una storia che ha un fondo di stabilità e il 1946 ci insegna che per mettere mano alla sua architettura dobbiamo ritornare sempre ad uno spirito costituente”. Si tratta di resistere andando controcorrente e preservando quello spirito. La riflessione di Mario Giro

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