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Il Medio Oriente torna a tremare sotto il peso dei raid congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici iraniani. Dopo settimane di diplomazia sospesa e segnali militari sempre più espliciti nel Golfo, la crisi con Teheran entra in una fase nuova e potenzialmente esplosiva. Formiche.net ne ha parlato con l’ambasciatore Gabriele Checchia, già rappresentante permanente d’Italia presso la Nato, per comprendere se siamo davanti a una fiammata destinata a rientrare o all’inizio di un riassetto profondo degli equilibri regionali.

Ambasciatore, l’attacco congiunto di Usa e Israele sorprende davvero?

Direi di no. Era prevedibile alla luce di quanto abbiamo letto e visto nelle ultime settimane: il rafforzamento delle forze navali statunitensi nel Golfo e le crescenti preoccupazioni israeliane circa la possibilità che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare. Le operazioni diplomatiche avviate facevano pensare a un possibile accordo, ma come ha osservato il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, gli iraniani non volevano ridurre il numero di missili né rinunciare a una parte sostanziale del programma atomico. Mi riconosco in questa valutazione.

Dunque la diplomazia ha fallito?

Non si è raggiunta l’intesa auspicata. Questa azione di forza da parte di Stati Uniti e Israele può essere letta come uno strumento per indurre Teheran a più miti consigli: contenere il numero dei missili balistici, limitare il sostegno ai proxy e alle milizie attive nella regione, oltre che a una drastica riduzione del programma nucleare. È un messaggio chiaro: la soglia è stata considerata troppo vicina.

Nel 2015, con l’accordo sul nucleare nel formato 5+1, si sperava in uno scenario diverso.

L’aspettativa era che, a fronte della rimozione delle sanzioni, l’Iran modificasse la propria linea regionale e adottasse un comportamento più responsabile anche sul nucleare. In realtà, Teheran ha continuato a destinare fondi massicci alle milizie e non ha migliorato le condizioni di vita della propria popolazione. Questo ha alimentato diffidenza e tensioni.

C’è il rischio di uno scontro diretto e generalizzato, dati gli attori in campo?

Mi auguro di no. L’auspicio è che questa azione non apra a uno scontro a tutto campo tra Occidente e Iran, ma serva a esercitare pressione sulla parte meno intransigente della dirigenza iraniana affinché cambi linea: niente minacce nucleari, niente destabilizzazione regionale. Tuttavia, se l’Iran reagisse in maniera massiccia, colpendo basi americane o la flotta nel Golfo (come peraltro i pasdaran hanno in parte già fatto), gli sviluppi potrebbero diventare imprevedibili.

Che impatto può avere tutto questo sugli equilibri europei?

L’Europa non può considerarsi spettatrice. I missili iraniani hanno una gittata che può raggiungere il nostro continente e l’instabilità del Golfo ha effetti immediati su energia, rotte commerciali e sicurezza. Per questo la linea italiana, orientata alla de-escalation e alla riapertura di un canale negoziale credibile, è nell’interesse nazionale ed europeo: fermezza sul dossier nucleare, ma con la consapevolezza che un conflitto regionale allargato avrebbe costi altissimi anche per noi.

Negli Stati Uniti c’è chi intravede anche uno scenario interno, che attiene alle dinamiche innescate anche poco tempo fa tra la popolazione iraniana.

Sì, c’è chi spera che un attacco così significativo contro strutture del regime e i pasdaran possa spingere la popolazione a tornare in piazza e a dare una spallata dall’interno al regime. Ma esiste anche un’ipotesi più inquietante: una guerra civile sul modello iracheno, con instabilità diffusa e crescente destabilizzazione regionale. Sarebbe uno scenario estremamente complesso.

L’Italia che ruolo può giocare?

Le dichiarazioni della presidente Meloni parlano di vicinanza al popolo iraniano e di consapevolezza della pericolosità del regime. Anche Tajani guarda con favore a una ripresa della fase diplomatica. Il nostro governo si sta muovendo per l’allentamento delle tensioni e per una de-escalation immediata. L’impegno italiano è chiaro: fare in modo che la diplomazia possa prevalere sulla logica delle armi.

Molto dipenderà quindi da ciò che accade dentro l’Iran, dunque?

Esattamente. Le dinamiche interne saranno decisive. Una spinta dal basso potrebbe rafforzare un Iran più libero, dimostrando che la partita non è contro il popolo iraniano ma contro una dirigenza che continua a utilizzare un linguaggio di minaccia e destabilizzazione. La speranza è che il popolo iraniano possa far sentire ancora la propria voce e avere la meglio su un regime che ha scelto la linea dello scontro.

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