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C’è una parola che cinque anni fa, in Italia, quasi nessuno usava parlando di tecnologia, e che il 3 giugno è diventata il titolo di un pacchetto legislativo europeo. È “sovranità tecnologica”. Quel giorno la Commissione europea ha presentato un pacchetto di norme su microchip, cloud, intelligenza artificiale e software, e per la prima volta ha scritto nero su bianco che cosa intende l’Europa quando dice di volersi riprendere il controllo delle proprie tecnologie. A portare quell’espressione in modo strutturato nel dibattito italiano e verso le istituzioni di governo era stato, il 30 marzo 2021, il Centro Economia Digitale, con il primo Rapporto Strategico interamente dedicato alla Sovranità Tecnologica, presentato a Roma davanti ai ministri allora competenti per l’innovazione e per lo sviluppo economico. Pochi mesi dopo la stessa parola risuonava nel discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione; tre anni più tardi finiva nel titolo di un commissario europeo.

Conviene allora chiarire che cosa significhi, perché è un’idea facile da fraintendere. L’economista Albert Hirschman lo spiegò già nel 1970: chi non può andarsene da un rapporto perde, con l’uscita, anche la voce per farsi ascoltare. Vale per il cliente di un’impresa come per un continente. Nessun Paese, oggi, produce da sé tutte le tecnologie che usa: la vera questione è un’altra, ed è la libertà di scegliere. Sovranità tecnologica significa poter sviluppare e governare le tecnologie da cui dipendono l’economia, la sicurezza e i servizi pubblici; ridurre le dipendenze più pericolose; decidere secondo le proprie regole dove custodire i dati dei cittadini e su quali infrastrutture far funzionare ospedali, banche, amministrazione. È, in fondo, la libertà di non essere messi sotto ricatto su ciò che conta davvero.

Per anni l’Europa ha vissuto questa dipendenza come un fatto naturale, persino conveniente: comprare altrove ciò che funzionava bene e costava meno. Poi è cambiato il mondo. Il rapporto di Mario Draghi sulla competitività, nel 2024, lo ha detto senza eufemismi: l’Unione dipende da fornitori esterni per oltre l’ottanta per cento della propria tecnologia digitale, fabbrica appena un decimo dei microchip del pianeta e affida gran parte del proprio cloud, cioè dei luoghi in cui vivono dati e servizi, a poche grandi piattaforme extraeuropee, in gran parte americane. Lo storico Chris Miller, nel suo «Chip War» del 2022, ha raccontato come quei minuscoli quadrati di silicio siano diventati il petrolio del nostro secolo, la posta di una competizione tra potenze. Sono spesso le tecnologie migliori sul mercato, e proprio per questo se ne diventa dipendenti: il rischio nasce dalla concentrazione e dalla mancanza di alternative, non dalla bandiera di chi le fornisce. Finché tutto resta efficienza, è un vantaggio; quando le forniture diventano strumenti di pressione, e negli ultimi anni è accaduto, la dipendenza si rovescia in vulnerabilità.

L’Europa ha reagito come sapeva fare meglio, con le regole, a volte eccedendo. Le norme sulla privacy, sulle grandi piattaforme e sull’intelligenza artificiale hanno comunque costruito un quadro di diritti che oggi molti, nel mondo, guardano come modello. Ma le regole, da sole, non bastano. Si può normare un mercato, non per questo lo si possiede. L’Europa ha imparato a regolare ciò che non produce; le resta da imparare a produrre ciò che vuole regolare. È questo il senso del pacchetto del 3 giugno: passare dalla norma alla capacità, dal diritto alla fabbrica.

Il pacchetto prova a costruire lungo tutta la filiera, dal chip al software, trattandola per la prima volta come un sistema unico e non come tanti dossier separati: l’intelligenza artificiale ha bisogno di potenza di calcolo, e il calcolo di chip, di energia, di software. Una nuova legge sui semiconduttori punta a rafforzare la produzione europea e a far crescere la domanda di chip fatti in casa. Le regole su cloud e intelligenza artificiale chiedono alle amministrazioni di valutare, caso per caso, quanto sia sensibile ciò che affidano a fornitori esterni, riservando le tutele più severe ai dati di sanità, finanza e giustizia, senza per questo chiudere la porta a nessuno. Una strategia sul software aperto, il cosiddetto open source, mira a ridurre la dipendenza da pochi fornitori rendendo il codice consultabile e riutilizzabile da tutti. E un piano dedicato all’energia ricorda una verità spesso dimenticata: i grandi centri di calcolo e l’intelligenza artificiale consumano quantità enormi di elettricità, e non esiste sovranità digitale senza energia competitiva.

È qui che il lavoro del Centro Economia Digitale ha anticipato il discorso pubblico. La parola, da sola, dice che cosa un Paese vuole, il controllo sulle tecnologie che contano, ma non come arrivarci senza isolarsi. Con il Rapporto Strategico «Coopetizione» (cooperazione e competizione simultanea) del 2024 ne abbiamo già proposto l’evoluzione: non più soltanto un obiettivo, ma anche il metodo per raggiungerlo. La chiamiamo Sovranità Tecnologica Coopetitiva. Significa conquistare l’autonomia sulle tecnologie critiche competendo per la leadership e, allo stesso tempo, collaborando in modo consapevole con altri Paesi su ciò che nessuno costruisce da solo: sovrano è chi sa governare l’interdipendenza, e farne una forza. Lo confermano persino i numeri: in vent’anni i brevetti depositati insieme da imprese rivali sono cresciuti del 159%.

Con “High-Tech Economy”, l’anno successivo, abbiamo mostrato perché tutto questo conviene anche alla crescita: ogni dollaro di valore aggiunto nei settori ad alta tecnologia ne genera 3,9 di prodotto in tre anni, oltre tre volte più che nei comparti tradizionali, e dieci miliardi di dollari in più di quel valore aggiunto valgono 161 mila posti di lavoro nello stesso arco di tempo. Investire in alta tecnologia, prima ancora che una scelta di sicurezza, è il moltiplicatore di ricchezza più potente di cui l’Europa disponga.

In questa partita l’Italia non parte da spettatrice: ha nominato l’idea presto e custodisce eccellenze vere lungo l’intera catena. Nei semiconduttori un campione europeo come STMicroelectronics sta realizzando a Catania il primo impianto al mondo interamente integrato per il carburo di silicio, il materiale che alimenta l’auto elettrica, mentre la ricerca italiana sui chip fotonici, quelli che trasportano i dati con la luce anziché con l’elettricità, è all’avanguardia. Nel supercalcolo schiera due macchine tra le prime dieci del pianeta, Leonardo a Bologna e HPC6 di Eni nel Pavese, il più potente supercalcolatore industriale al mondo: nessun altro Paese europeo ne ha due. Accanto a Leonardo, al Tecnopolo di Bologna, nasce una delle prime fabbriche europee dell’intelligenza artificiale. Restano lo spazio e l’aerospazio, le reti elettriche intelligenti, la cybersicurezza, una manifattura avanzata ancora tra le prime del continente: tasselli reali, che la cornice appena tracciata a Bruxelles può aiutare a comporre in una strategia.

Resta, sopra ogni dettaglio tecnico, il significato di una parola tornata al centro della storia. È una posta che tocca insieme la democrazia e l’economia: un popolo, nell’età degli algoritmi, si governa anche scegliendo le infrastrutture su cui vive, e un’economia resta competitiva solo finché padroneggia le tecnologie che la trasformano. E tocca ciascuno di noi, ormai inseparabili dai nostri dati. L’Europa ha finalmente scritto la cornice; riempirla di capacità reale sarà il lavoro di una generazione.

È qui che il Centro Economia Digitale lancia la sua sfida all’Unione e ai suoi Stati: fare della sovranità tecnologica coopetitiva il metodo della propria sicurezza economica, aperti quanto possibile e chiusi quanto necessario, a partire dall’Italia, la cui sovranità si realizza dentro quella europea e ne rafforza l’efficacia. Perché, alla fine, la sovranità tecnologica è la forma che la libertà prende nell’età della tecnica: la possibilità, per un popolo, di restare autore del proprio futuro senza chiudersi al mondo.

Cinque anni di sovranità tecnologica in Italia e in Europa. La scheda

 

Europa, ci siamo: sovranità tecnologica, dalla parola all'architettura. La lettura di Cerra

Cinque anni fa era una parola quasi assente dal nostro vocabolario. Il 3 giugno è diventata il titolo di un pacchetto legislativo europeo. Che cosa significa, davvero, essere tecnologicamente sovrani. L’analisi di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale

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