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Nel mio precedente intervento su queste colonne sostenevo che la cultura della difesa rappresenta oggi una delle sfide più importanti per il futuro dell’Italia (si può leggere qui).

Ho cercato di spiegare che non si tratta soltanto di comprendere il ruolo delle Forze Armate o di accrescere la consapevolezza dei mutati scenari geopolitici. Parlavo di sviluppare una più ampia coscienza nazionale, capace di riconoscere che sicurezza, libertà, prosperità economica e stabilità democratica non sono condizioni permanenti, ma beni da preservare e difendere quotidianamente.

Tuttavia, esiste una domanda che il dibattito nazionale non può più eludere. Perché se è vero che la cultura della difesa sta finalmente entrando nel lessico pubblico e istituzionale del Paese, è altrettanto vero che la cultura, da sola, non basta. Una vera cultura della difesa non si misura dalla quantità di convegni organizzati, di documenti prodotti o di dichiarazioni (apparentemente) condivise. Si misura dalla capacità di trasformare la consapevolezza in responsabilità, la responsabilità in programmi e decisioni, e le decisioni in azione. In una parola: volontà.

È questa, probabilmente, la riflessione più significativa emersa dal V Forum Machiavelli Difesa, svoltosi a Roma l’8 giugno all’Hotel Quirinale, che ha riunito rappresentanti delle Istituzioni, delle Forze Armate, dell’industria, dell’accademia e della società civile, in uno dei momenti di confronto più autorevoli e articolati del panorama nazionale.

L’importanza di questo specifico Forum non risiede soltanto nell’elevato livello dei relatori intervenuti e nella varietà e nell’interesse degli argomenti affrontati, ma soprattutto nella capacità di costruire una riflessione organica sulle principali sfide strategiche del nostro tempo.

Dai nuovi equilibri geopolitici alle prospettive della deterrenza, dal rafforzamento delle capacità operative alla trasformazione tecnologica, dalla dimensione industriale della sicurezza alle sfide dello spazio e del dominio cyber, fino al rapporto tra Difesa & Sicurezza, società e nuove generazioni, i diversi panel hanno contribuito a delineare un quadro complessivo delle responsabilità che attendono il nostro Paese.

Un percorso che ha avuto il merito di evidenziare una verità spesso dimenticata: la sicurezza di una nazione non nasce dalla somma di provvedimenti episodici, investimenti isolati o innovazioni tecnologiche, ma da una visione strategica coerente, sostenuta nel tempo da una volontà collettiva.

Per questo il Forum non dovrebbe essere considerato un evento di settore destinato ad esaurirsi nella pur importante giornata di lavori. Il rischio, troppo frequente nel nostro Paese, è che anche le migliori riflessioni strategiche rimangano patrimonio degli specialisti senza tradursi in indirizzo politico.

Questo Forum dovrebbe rappresentare, piuttosto, un punto di partenza. Un’occasione, in altre parole, per promuovere una vera agenda nazionale della Difesa, condivisa e trasversale, capace di coinvolgere maggioranza e opposizione, istituzioni, università, sistema industriale, mondo dell’informazione e società civile. Perché – lo ripetiamo una volta di più – la sicurezza e la difesa nazionali non appartengono a una parte politica, ma alla Repubblica.

Proprio questa esigenza di continuità strategica richiama una responsabilità particolare della politica. Da anni il mondo della Difesa, quello industriale e una parte significativa di quello accademico producono analisi, studi, proposte e indicazioni operative di grande qualità. Oggi la sfida non è tanto aggiungere ulteriori diagnosi, quanto costruire la volontà necessaria per tradurle in scelte concrete e durature.

In questo senso, uno dei contributi più interessanti del Forum è arrivato dal panel organizzato da Form&Atp, significativamente intitolato “Persone, leadership e difesa: moltiplicare il vantaggio strategico”. Una scelta tutt’altro che casuale perché, dopo aver discusso di geopolitica, capacità operative, tecnologie emergenti e industria della Difesa, la domanda inevitabile diventa questa: cosa trasforma realmente tutte queste capacità potenziali in vantaggio strategico effettivo?

La risposta emersa dal confronto è stata sorprendentemente semplice: le persone.

Le persone che guidano, quelle che decidono e che assumono responsabilità. Le donne e gli uomini che scelgono di servire il Paese nelle istituzioni, nelle Forze Armate, nell’industria, nella ricerca e nei luoghi dove si costruisce il futuro della sicurezza nazionale.

Da prospettive differenti, tutti i relatori hanno evidenziato come il vero moltiplicatore strategico non sia rappresentato soltanto dalla tecnologia, ma dalla qualità del capitale umano.

A questo riguardo Lorenza Pigozzi, executive vicepresident e strategic communications director di Fincantieri, ha richiamato l’attenzione su un apparente paradosso che caratterizza la nostra epoca: più cresce la potenza delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, più aumenta la centralità del fattore umano.

Le macchine possono accelerare l’elaborazione delle informazioni, individuare correlazioni, produrre analisi e generare scenari. Ma è alle persone che competono discernimento, comprensione del contesto, capacità di assumersi la responsabilità delle decisioni e visione necessaria per attribuire significato alla complessità. Una riflessione che riguarda tanto l’industria quanto la sicurezza nazionale. In definitiva, la superiorità strategica non dipende dalla quantità d’informazioni disponibili, ma dalla qualità del giudizio con cui sono interpretate e trasformate in decisioni.

Una considerazione, questa, che trova piena conferma nella dimensione operativa.

A questo riguardo, la testimonianza di un Capitano di Corvetta della Marina Militare, responsabile del Sistema Nave di un sottomarino, ha ricordato come nei contesti più complessi e tecnologicamente avanzati continui ad essere determinante la qualità della leadership e della preparazione professionale degli equipaggi. Perché la tecnologia amplia le possibilità, ma è l’essere umano che continua a fare la differenza quando occorre decidere sotto pressione, in condizioni d’incertezza e assumendosi la responsabilità delle conseguenze. Il fattore “esperienza”, risultante dall’aver percorso tutte le tappe necessarie per ricoprire una simile responsabilità, risulta determinante.

Particolarmente significativa è stata anche la presenza del Tenente Generale Max A.L.T. Nielsen, Comandante del Nato Defense College. Una presenza che merita una riflessione ulteriore. Il Nato Defense College – giunto al suo settantacinquesimo anno di vita – non è soltanto una prestigiosa istituzione accademica dell’Alleanza Atlantica. È il principale think tank strategico della Nato, il luogo in cui vengono formate le future leadership civili e militari dei Paesi alleati e partner e nel quale si sviluppa una parte rilevante della riflessione strategica occidentale.

Eppure, paradossalmente, in Italia tendiamo spesso a dimenticare che questa eccellenza internazionale ha sede proprio a Roma. In pochi Paesi dell’Alleanza esiste una concentrazione così significativa di competenze strategiche, capacità operative, industria della Difesa e luoghi di elaborazione del pensiero strategico.

La sua presenza rappresenta per il nostro Paese un patrimonio strategico straordinario. Eppure, troppo spesso, il Nato Defense College viene percepito come una prestigiosa realtà internazionale semplicemente ospitata a Roma, anziché come uno straordinario moltiplicatore di conoscenza, relazioni e cultura strategica a disposizione dell’Italia. Un potenziale elemento di sinergia tra istituzioni, mondo accademico, industria e Difesa che meriterebbe di essere valorizzato molto di più nell’ambito di una vera strategia nazionale della sicurezza.

Le riflessioni del Generale Nielsen hanno, infatti, richiamato un principio fondamentale: il vantaggio strategico non nasce semplicemente dalla somma degli strumenti disponibili, ma dalla capacità del sistema di integrarli attraverso fiducia, interoperabilità, valori condivisi e cooperazione tra Istituzioni, Forze Armate, industria e società.

In altre parole, dalla capacità di fare sistema. Ed è proprio qui che il tema del fattore umano incontra quello della coscienza nazionale. Perché una nazione può aumentare i bilanci della Difesa, acquisire nuove piattaforme, sviluppare tecnologie avanzate e rafforzare le proprie capacità industriali. Se non sviluppa contemporaneamente una diffusa consapevolezza del proprio ruolo nel mondo e del valore strategico della sicurezza, un paese rischia di costruire strumenti privi della necessaria volontà politica e sociale per essere realmente efficaci.

La Difesa non è soltanto una funzione dello Stato, come più volte ricordato dal Ministro Guido Crosetto. È una responsabilità collettiva, una forma di maturità nazionale.

Da questo punto di vista, uno degli aspetti più incoraggianti emersi durante il Forum è stata la presenza e la partecipazione di molti giovani, soprattutto nell’ultimo panel. Non come semplici spettatori, ma come interlocutori attenti e coinvolti. In un’epoca spesso descritta come dominata dal disimpegno e dall’individualismo, il loro interesse rappresenta forse uno dei segnali più incoraggianti emersi dall’intero Forum.

Giovani italiani che, in patria e all’estero, hanno sentito la vocazione di approfondire e divulgare la cultura della difesa. Le loro testimonianze hanno mostrato una generazione molto diversa da quella spesso descritta nel dibattito pubblico. Una generazione che sembra non rifiutare il concetto di Sicurezza e Difesa, ma che desidera comprenderne il significato. Che ricerca coerenza, credibilità, prospettive e che vuole sentirsi parte di qualcosa di più grande del singolo percorso professionale.

È una domanda di senso che interpella direttamente la politica, le istituzioni, le Forze Armate e l’industria. Perché attrarre competenze è importante, ma costruire appartenenza è decisivo, soprattutto per trattenere le nostre risorse migliori. Appartenenza – ricordiamolo – che non nasce dai discorsi, ma dall’esempio, dalla credibilità e da una formazione adeguata.

Per questo il messaggio più importante emerso dal V Forum Machiavelli Difesa non riguarda soltanto la necessità di rafforzare gli strumenti della sicurezza nazionale: concerne la necessità di rafforzare la volontà nazionale. Infatti, la differenza tra una nazione che subisce gli eventi e una nazione che contribuisce a determinarli non dipende soltanto dalle risorse che possiede, dalle tecnologie che sviluppa o dalle piattaforme che acquisisce. Dipende dalla capacità di trasformare una cultura condivisa in una volontà collettiva; una volontà collettiva in azione.

Se il V Forum Machiavelli Difesa avrà contribuito a rafforzare questa consapevolezza, allora il suo lascito andrà ben oltre il valore, già elevato, dei singoli interventi. Avrà indicato una direzione. Ed è proprio di direzioni chiare, oggi, che l’Italia ha bisogno.

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