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Le acquisizioni annunciate nelle ultime settimane da Chiesi e Angelini Pharma negli Stati Uniti raccontano qualcosa che va oltre la dimensione della singola operazione industriale o finanziaria. Da un lato Chiesi, con l’acquisizione da 1,9 miliardi di dollari di KalVista pharmaceuticals nel campo delle malattie rare; dall’altro Angelini Pharma, che entra direttamente nel mercato americano con l’acquisizione da 4,1 miliardi di dollari di Catalyst pharmaceuticals nell’area delle malattie neurologiche rare e del brain health. Due operazioni diverse, ma accomunate da una stessa traiettoria strategica, che punta a costruire una presenza diretta dentro il principale ecosistema globale dell’innovazione biomedica.

I dettagli

Nel caso di Chiesi, l’operazione, di fine aprile, consente al gruppo parmense di rafforzarsi nelle malattie rare attraverso l’acquisizione di sebetralstat, primo trattamento orale “on demand” per l’angioedema ereditario già approvato negli Stati Uniti e in rapida crescita commerciale. Questa segna la più grande operazione della sua storia. Angelini Pharma, invece, ha approvato l’acquisizione di una società già radicata nel mercato americano delle malattie neurologiche rare, con un portafoglio di farmaci approvati dalla Fda e una infrastruttura commerciale consolidata oltreoceano. In entrambi i casi, l’obiettivo non sembra limitarsi all’ampliamento del portafoglio prodotti, ma riguarda l’accesso diretto a competenze, reti regolatorie, capacità commerciali e prossimità agli ecosistemi biotech statunitensi.

Perché queste operazioni contano

“Le aziende italiane si stanno affermando sempre più come protagoniste internazionali del settore pharma, assumendo un ruolo di primo piano nel mercato americano e cogliendo le migliori opportunità offerte dai processi innovativi del biotech”, ha affermato Paolo Gaudenzi, consigliere per la cooperazione scientifica presso il Consolato italiano a Boston parlando con Healthcare Policy per Formiche.net.

Gli Stati Uniti continuano infatti a rappresentare non soltanto il più grande mercato farmaceutico mondiale, ma anche il centro di gravità di capitali, ricerca biotech, infrastrutture regolatorie e capacità di valorizzazione commerciale dell’innovazione. In questo contesto, l’accesso diretto al mercato americano sembra assumere il valore di una scelta industriale strutturale. Non soltanto per vendere negli Usa, ma per partecipare dall’interno a una filiera che Washington considera ormai strategica anche sul piano geopolitico. La trasformazione in corso nella politica sanitaria e industriale americana – dal dibattito sul Most favoured nation alle logiche di reshoring, sicurezza economica e protezione delle supply chain critiche – sta progressivamente ridefinendo il rapporto tra innovazione farmaceutica, sovranità industriale e competizione internazionale. Anche per questo, le operazioni di Chiesi e Angelini possono essere lette come il segnale di una nuova fase del pharma italiano, non solto esportatore o partner industriale dell’ecosistema americano, ma soggetto che prova a integrarsi direttamente nelle sue dinamiche scientifiche, commerciali e strategiche.

“È il risultato di una visione centrata sui pazienti e guidata dalle potenzialità che solo la scienza e la tecnologia possono mettere a disposizione. Investimenti italiani nei mercati più dinamici che non solo rafforzeranno la proiezione internazionale delle imprese, ma creeranno anche opportunità uniche di crescita e scale-up”, ha aggiunto Gaudenzi.

Chiesi e Angelini puntano sugli Usa. Cosa raccontano le maxi acquisizioni italiane

Le acquisizioni di KalVista da parte di Chiesi e di Catalyst Pharmaceuticals da parte di Angelini Pharma segnano una nuova fase per l’industria farmaceutica italiana. Oltre alla crescita dimensionale, le due operazioni mostrano la volontà di rafforzare la presenza diretta negli Stati Uniti, principale hub globale per innovazione biotech, capitali e sviluppo clinico

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