Ho raccontato questa storia migliaia di volte. In riunioni, eventi aziendali e aule di formazione. Non mi stanco mai. È la metafora perfetta di come i miracoli siano un impasto di coraggio, volontà e soprattutto “botte di culo”. Dopotutto, era già successo alla Danimarca nel 1992.
Inizio sempre da quella notte. Era il 15 aprile 2026, l’ultimo giorno delle faticose trattative tra gli USA e l’Iran. Da giorni si rincorrevano voci su veti incrociati. Lo “Stretto di Hormuz”, ci dicevano gli analisti, era diventato la locuzione più cercata su Google. Alle 3 di notte, ora di Roma, Trump postò su Truth il famoso: “Italy is IN for #FifaWC26. Big deal. Great for America, great for Italy. EVERYBODY WINS!” Quello che nessuno si aspettava era la spiegazione dettagliata. L’uso della base di Sigonella in cambio del via libera degli USA alla cooptazione dell’Italia ai Mondiali.
Il regolamento della FIFA era criptico riguardo ai meccanismi di sostituzione di una squadra qualificata. Il famigerato articolo 7.2 recitava: “Se una qualsiasi associazione partecipante si ritira o viene esclusa dalla competizione, il Consiglio FIFA deciderà sulla questione a sua esclusiva discrezione e adotterà qualsiasi azione riterrà necessaria. Il Consiglio FIFA può, in particolare, decidere di sostituire l’associazione in questione con un’altra.”
Come raccontò giorni dopo il presidente Gianni Infantino, gli USA esercitarono pressioni sui 28 membri del Consiglio perché si pronunciassero in quella direzione. Si scelse, semplicemente, di sostituire l’Iran non con gli Emirati Arabi, arrivati terzi nel girone, ma con la squadra non qualificata con il ranking FIFA più alto: l’Italia. Un buon risultato anche per gli sponsor e per la vendita dei biglietti, che la qualificazione della Bosnia aveva un po’ affossato.
Si dice che quel tweet a Palazzo Chigi abbia fatto saltare la presidente Meloni giù dal letto. Anche Crosetto era preoccupato. Si temeva la strumentalizzazione politica dello “scambio”, sempre negato dal governo e sventolato invece da Trump.
I sondaggi, però, erano chiari: il 70,3% degli italiani pensava che l’uranio arricchito fosse una sorta di uranio cafone, che aveva fatto i soldi. Il 68,2% sarebbe disposto a pagare un prezzo più alto per il diesel pur di vedere l’Italia ai Mondiali. Quello a cui tutti erano contrari era il modello di targhe alterne applicate ai condizionatori in ufficio e a casa. Una crisi energetica si affronta meglio se in campo c’è l’Italia, dicevano gli analisti politici in TV.
Qualche strumentalizzazione, effettivamente, ci fu. La sinistra parlò di “qualificazione senza merito”, il vecchio mantra blairiano della meritocrazia. Ma il popolo aveva già scelto. Si andava ai Mondiali. Il merito era di quella rinsaldata alleanza transatlantica e della capacità di dialogo di Meloni.
Matteo Renzi, impietoso, disse, caustico, che se gli USA avessero dichiarato guerra all’Argentina per prendere le Falkland, ci sarebbe stato pure il rischio che lo vincessimo noi quel mondiale.
L’Iran ingoiò il boccone amaro della sostituzione, preoccupato da tutt’altre faccende. Forse la Guida Suprema tirò un sospiro di sollievo all’idea di una pericolosa trasferta americana e di una probabile brutta figura in campo. La loro richiesta di giocare in Messico era stata rifiutata.
La Federazione era del tutto impreparata. Alle prese con un programma di “lungo periodo” che mirava ai quattro anni, si ritrovò con una nazionale qualificata ma senza una nazionale. La situazione d’emergenza fece convergere tutti sull’elezione di Paolo Maldini alla presidenza. Ma serviva un allenatore. Molti di quelli più gettonati erano ancora impegnati nei campionati di club o vincolati da onerose clausole di risoluzione. Ringhio Gattuso, per coerenza, rifiutò di tornare. La cordata di De Laurentiis proponeva Conte (a condizione dell’annullamento delle clausole contrattuali, diranno dopo i maligni). Altri propendevano per il ritorno di Mancini. A sparigliare tutto ci pensò Lotito, candidando a sorpresa un “Mister dell’altra sponda”, come disse in conferenza stampa: Claudio Ranieri.
Proprio colui che fece per viltade il gran rifiuto, questa volta accettò. Ancora oggi dice che ci ha riflettuto poco. Ha pensato solo che fosse l’ultima occasione per rivivere l’impresa del Leicester.
C’era il presidente, c’era il Mister. Mancavano i 23 giocatori. Non c’era tempo per tattiche raffinate: solo tre amichevoli prima di scendere in campo. Ranieri puntò su una difesa solidissima e su contropiedi fulminanti. Un apparentemente timido 5-4-1. Davanti Kean ed Esposito ad alternarsi nel ruolo. Gli innesti decisivi: Destiny Udogie e Michael Kayode sulle fasce, Dauda Iddrisa arretrato davanti alla difesa, un giocatore ancora minorenne che diventava, per aspirazione, il nuovo Pirlo. Con lui, a centrocampo, Cher Ndour. La nazionale più “fisica” della storia del calcio italiano. Velocissima di rimessa, capace di accelerazioni brucianti. Meno tecnica e senza un fantasista vero e proprio. Ma si scoprì dopo, quasi immune agli sbalzi climatici di un Mondiale giocato sulla più ampia latitudine della storia del calcio.
Una nazionale che non faceva simpatia si imbarcò a Fiumicino, in un’indifferenza quasi generale. I famosi bambini di dieci anni che rischiavano di non aver mai visto un’Italia ai Mondiali non si vedevano ancora.
Pochissimi spettatori all’esordio in TV contro la Nuova Zelanda. Record negativo per una partita della nazionale. Ma erano le 3 di notte in Italia. Sessanta milioni di italiani si svegliarono con un risultato rotondo: 4 a 0. Dominio nel possesso palla. Kean riuscì anche a sbagliare un rigore e un gol praticamente a porta vuota. L’interesse cominciò a salire. Il 21 giugno alle 21:00 mezzo Paese guardò l’Italia affrontare i Diavoli Rossi del Belgio. Finì 1 a 1. Si soffrì, ma meno del previsto. Pareggio al 90° con un bellissimo filtrante di Iddrisa che innescò il solito contropiede di Kean. Terza partita contro l’Egitto, levataccia alle 5 del mattino. Noia totale. Zero a zero. I commentatori furono impietosi: giochiamo bene solo quando l’avversario ci mette sotto pressione; siamo stati solo fortunati. Morto il bel gioco. Con 5 punti, secondi nel girone. Avanti ai sedicesimi.
Ranieri, approfittando del fiume di critiche, blindò la nazionale. Silenzio stampa e social. PlayStation vietate. Ci si concentrava solo sulla partita.
Ai sedicesimi, gli USA. I nostri benefattori. Qualcuno temeva il “biscotto” della gratitudine. All’AT&T Stadium di Dallas, il vicepresidente USA in tribuna, mezza politica italiana sugli spalti, ma – soprattutto – tantissimi emigrati italiani. Più una festa che una partita. La festa la facemmo noi: 2 a 0. Ranieri osannato per le sostituzioni a metà gara. L’Italia prendeva forma.
Agli ottavi ci aspettava il Portogallo di Ronaldo, reduce da un 4 a 1 alla Corea del Sud.
Atlanta. Pioggia incessante. Campo pesante. Al 22° il disastro: Conceição
servì un assist chirurgico a João Neves. Uno a zero. Al 38° una punizione dal limite: due a zero. Lo stadio impazzì. Dai bar di Roma ai circoli di Napoli calò il silenzio. Sembrava finita.
Ranieri non cambiò nulla. Nessuna sostituzione nell’intervallo. Disse poi in conferenza stampa: “Ho guardato i miei negli occhi. Non erano sconfitti.” Al 54° Iddrisa rubò palla a centrocampo e lanciò Kayode sulla destra. Cross basso, Kean accorcia. Due a uno. Il campo pesante cominciò a farsi sentire sulle gambe dei portoghesi. Al 72° un’accelerazione improvvisa di Udogie sulla sinistra, palla dentro, Esposito di testa. Due a due. L’Italia era un’altra squadra. All’88°, con il Portogallo in ginocchio, Ndour rubò palla sulla trequarti e servì Kean in profondità. Tre a due. Atlanta esplose. Ronaldo, su rigore concesso con troppa generosità dall’arbitro, nel recupero, fissò il 3-3. Supplementari. Al 107° un contropiede micidiale, ancora Iddrisa a lanciare, Esposito freddo davanti al portiere. Quattro a tre. Stavolta teniamo. La rimonta più incredibile del mondiale e forse la partita più bella.
Il quarto di finale, l’11 luglio, ci mise di fronte all’Argentina a Miami. Lo stadio era una bolgia. L’Argentina arrivava stanca dopo un ottavo di finale contro l’Olanda, conclusosi ai rigori. E anche noi pagavamo il prezzo di quell’epica partita contro il Portogallo.
Dopo l’1 a 1 del primo tempo, i supplementari furono uno stillicidio. Si andò ai rigori. Donnarumma ne parò due. I nostri non ne sbagliarono nessuno.
Il 15 luglio, di nuovo a Dallas. Semifinale di fuoco contro la Francia, che aveva eliminato l’Inghilterra ai quarti dopo una vita facile contro Svizzera e Messico. Per loro una grande rivincita. Nella notte del 16 luglio l’arbitro ecuadoriano concesse un rigore a due minuti dalla fine dei supplementari. Scoppiò una rissa degna dei tempi di Materazzi. Tredici minuti per calciarlo e un espulso per parte. Il solito Bastoni.
Dal primo istante Pio Esposito tenne il pallone tra le mani. Aveva deciso di calciarlo lui. Kayode gli si avvicinò, gli parlottò, gli stampò un bacio sulla fronte. Tutta l’Italia aveva negli occhi quel rigore tirato alto contro la Bosnia. Per Esposito era il rigore del riscatto. Nella testa di tutti rimbombavano le parole del telecronista RAI: “Forse è troppo carico emotivamente per calciarlo lui.” La palla si insaccò dalla parte opposta del portiere. Fatta. Si andava a New York. Si giocava la finale.
Il giorno dopo, da spettatori interessati, guardammo l’altra semifinale. Brasile contro Spagna. L’idea di una rivincita con il Brasile era stuzzicante, forse più rassicurante. Ma la Spagna archiviò il Brasile con un secco 2 a 0. Doppietta bellissima di Lamine Yamal. Sembrava lui, da solo, il vero Brasile.
Il 19 luglio alle 21:00 tutta l’Italia era davanti alla TV. Negli occhi, il clamoroso 4 a 0 della Spagna contro la Croazia, che aveva incantato il mondo. Eravamo gli sfavoriti. In Italia si parlava solo di un tale Paolo_86 che su Polymarket, quando l’Italia non era ancora qualificata, aveva giocato 1.000 euro sulla vittoria azzurra. Se l’Italia avesse vinto, lui avrebbe portato a casa quasi 28 milioni di dollari.
Ma eravamo tutti come Paolo_86, con la speranza in mano a tifare l’Italia. Yamal giocò male. La marcatura organizzata da Ranieri, con Iddrisa e Udogie, lo ingabbiò. Il lancio diagonale di Kayode lasciò Zaccagni libero. Contropiede pazzesco. Al 54° l’Italia è in vantaggio.
Il resto fu resistenza stoica e ripartenze continue. Esposito colpì un palo al 70°. La Spagna si mangiò il gol del pareggio all’89° con Fabián Ruiz. Tre minuti di recupero che sembrano durare una vita. Poi il triplice fischio. Per la quinta volta campioni del mondo. Come il Brasile e forse più del Brasile.
Le strade esplosero in una festa che, solo quattro mesi prima, sembrava impossibile. Mattarella, sugli spalti, esultò in modo quasi incontrollato al goal di Zaccagni. Poi si voltò verso Trump e gli disse una frase che gli esperti di labiolettura decifrarono nel giro di pochi minuti: “We make soccer great again!” Trump rise e alzò il pollice. Pedro Sánchez, stretto tra i due e scuro in volto, lasciò lo stadio prima della premiazione, lamentando un rigore non concesso e una partecipazione degli Azzurri contraria al regolamento. Stava solo rosicando e questo, nel calcio, aumenta notevolmente il piacere della vittoria.
Il festeggiamento in campo fu tutto per Mister Ranieri. Pianse a dirotto. Con lui, tutta l’Italia pianse di gioia.
Giorni dopo, quando il carro dei vincitori passò per le strade di Roma, fermandosi al Circo Massimo, c’erano oltre 2 milioni di persone. Il governo era al massimo storico di consenso e le elezioni anticipate a settembre erano una tentazione irresistibile.
Una storia incredibile iniziata quella notte del 15 aprile del 2026 con un tweet del tutto inatteso.