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La competizione globale si gioca sempre più sulla capacità di trasformare ricerca e innovazione in potenza industriale. Stati Uniti e Cina investono in modo massiccio su tecnologie all’avanguardia e l’Ue risponde con strumenti finanziari e regolatori che mirano a rafforzare la propria autonomia tecnologica. In questo scenario, l’Italia si trova al crocevia tra fondi europei diretti, politica di coesione, programmazione regionale e strumenti nazionali. In tema di ricerca, dunque, la vera partita si gioca non soltanto su quante risorse siano disponibili ma su come esse vengano integrate lungo una filiera che vede coinvolte università, centri di ricerca e imprese.

Il quadro europeo: una strategia industriale in forma di programma

Il perno della politica europea per la ricerca restano i programmi quadro promossi dalla Commissione europea per il ciclo 2021-2027, di cui l’ultimo riguarda Horizon Europe. Non è un semplice schema di finanziamento accademico: è uno strumento di politica industriale e tecnologica. I suoi cluster tematici – digitale, energia, clima, salute, mobilità – sono costruiti per rafforzare filiere strategiche europee. I partenariati pubblico-privati e le missioni orientate a obiettivi misurabili rappresentano un’evoluzione rispetto alla tradizionale logica della ricerca curiosity driven.

La competizione è transnazionale, i criteri di valutazione premiano impatto industriale, governance del consorzio e sostenibilità dei risultati. Coordinare un progetto europeo significa guidare reti tecnologiche e influenzare standard futuri. Per un Paese come l’Italia, questo è un tema politico oltre che scientifico.

Fesr e politica di coesione: il livello territoriale

Accanto ai fondi diretti esiste il secondo grande pilastro della programmazione europea: la politica di coesione. Il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) finanzia ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico attraverso programmi regionali e nazionali. La logica è diversa rispetto a Horizon Europe. Non si tratta di competere con tutti gli Stati membri, bensì di rafforzare le traiettorie di sviluppo individuate dalle strategie regionali di specializzazione.

Il Fesr rappresenta per università e centri di ricerca una fonte importante di finanziamento per le infrastrutture scientifiche, per il funzionamento di hub congiunti pubblico-privati, per fare progettazione insieme alle imprese e giungere a proof of concept e valorizzazione brevettuale. Tuttavia, la forte regionalizzazione produce un effetto di frammentazione con il rischio di disperdere risorse su iniziative non facilmente scalabili.

Il livello nazionale e il nodo della governance

A livello nazionale il Mur e il Mimit operano su strumenti che interagiscono con fondi europei e regionali. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha rappresentato un tentativo di integrazione sistemica: partenariati estesi, centri nazionali, ecosistemi dell’innovazione. Ma il Pnrr come sappiamo è una misura straordinaria e temporanea.

Il paradigma europeo richiede partenariati strutturati. Non basta sommare le competenze: occorre costruire ecosistemi. Le università hanno bisogno di rafforzare le proprie strutture di progettazione e trasferimento tecnologico. I centri di ricerca hanno la necessità di certificare un ruolo più attivo nella valorizzazione industriale. Le imprese devono essere accompagnate nella partecipazione ai bandi complessi. Serve un’azione sistemica focalizzata su una capacità di gestione amministrativa avanzata, sulla stabilizzazione del capitale umano e sulla concentrazione di risorse su progetti a lunga gettata tecnologica.

Una proposta: verso una cabina di regia nazionale

Tecnologie quantistiche, intelligenza artificiale, mobilità, aerospazio ed energia sono campi in cui la capacità di ricerca determina il nostro posizionamento a livello internazionale. Diventa pertanto prioritario come Sistema Paese istituire una cabina di regia nazionale permanente sulla ricerca e innovazione, con funzioni di coordinamento tra livello europeo, nazionale e regionale, con un coinvolgimento strutturato del mondo industriale. Occorre concentrare le risorse su poche priorità strategiche diventando così il coordinatore stabile di grandi progetti europei.

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