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Non è una vittoria dell’Italia, non del tutto almeno. Lo fosse stata, la questione si sarebbe risolta mesi fa, quando le imprese dello Stivale già boccheggiavano per colpa dell’impennata dei costi dell’energia, nei giorni in cui il mondo toccava con mano la crisi di Hormuz. Però almeno l’Europa ha mantenuto la parola, avviando una prima vera revisione del sistema per la tassazione del carbone, che nel gergo comunitario risponde al nome di Ets. Sono mesi, d’altronde, che il governo di Giorgia Meloni, anche sulla spinta di Confindustria, sta tentando di convincere Bruxelles a scardinare almeno in parte il meccanismo che forma il prezzo sul mercato all’ingrosso, modificando il sistema per cui i produttori di energia termica aggiungono il costo degli Ets nel prezzo a cui offrono la loro energia in Borsa.

Qualcosa, va detto, era già stato tentato con il decreto Bollette dello scorso febbraio, quando nel provvedimento varato dall’esecutivo per dare un po’ di ossigeno a famiglie e imprenditori, Palazzo Chigi aveva previsto la possibilità di scorporare le tasse dovute da chi inquina di più dal prezzo finale dell’energia. Ma serviva l’avallo dell’Ue, visto che il meccanismo è affare dell’Unione e non di un singolo Stato. Adesso qualcosa si muove, proprio nei giorni in cui Hormuz torna ad essere avvolto da una nube di incertezza. La Commissione europea ha presentato una attesa riforma del mercato delle emissioni nocive, noto per l’appunto con l’acronimo Ets, con l’obiettivo di quadrare il cerchio e venire incontro alle pressioni di alcuni settori industriali. Ma senza rimettere in discussione lo strumento nato venti anni fa per favorire e fluidificare la decarbonizzazione, quando il Green new deal non era nemmeno presente nel dizionario.

La revisione ha un triplice obiettivo. Ovvero clima, indipendenza e competitività dell’industria europea. Scendendo nel dettaglio, il sistema Ets rivisto si tradurrà anzitutto in un fattore di riduzione lineare, cioè il tasso al quale si riducono ogni anno le quote di emissioni disponibili (attualmente al 4,3% e dall’anno prossimo al 4,4%), in linea con l’obiettivo netto del 90% entro il 2040, consentendo però una traiettoria di riduzione del limite più gestibile e graduale. Il limite, insomma, verrà dunque ridotto più lentamente rispetto a oggi e le quote saranno messe all’asta ben oltre il 2040: in questo modo il prezzo delle quote dovrebbe aumentare di meno, visto che la riduzione dell’offerta sarà più lenta.

Dunque, tutto sarà più morbido, con il limite alle quote di emissioni che verrà ridotto annualmente con un fattore di riduzione lineare meno ripido: 3,7% dal 2031 al 2035 e 1,7% dal 2036. Fino al 2% di crediti internazionali di alta qualità saranno introdotti per il periodo 2036-2040. “Il nostro obiettivo è di fare sì che l’Ets diventi uno strumento di investimento, compatibile con gli obiettivi climatici, di competitività e di indipendenza energetica”, ha spiegato il commissario al Clima Wopke Hoekstra. Ma non è tutto. In venti anni, ossia da quando ha visto la luce, il mercato Ets ha generato entrate per 260 miliardi di euro. Il denaro è spesso andato a rimpinguare le finanze pubbliche degli Stati membri. La Commissione europea propone che da ora in poi almeno metà degli introiti sia obbligatoriamente utilizzato per finanziare progetti di decarbonizzazione. Non è poco.

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