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Il dibattito sul Piano Mattei si è concentrato soprattutto sulle infrastrutture, sugli approvvigionamenti energetici e sul ruolo dell’Italia come hub mediterraneo. È una prospettiva comprensibile, ma ridurre il rapporto tra Europa e Africa a una questione di investimenti infrastrutturali rischia di replicare un paradigma già visto, quello in cui i Paesi africani vengono considerati principalmente mercati di sbocco o fornitori di risorse, mai co-protagonisti della trasformazione.

La vera partita della transizione energetica globale si giocherà, infatti, anche sulla capacità di costruire competenze locali, filiere tecnologiche e capitale umano. Le infrastrutture possono essere finanziate in pochi anni, la creazione di ecosistemi industriali richiede invece decenni, ma è su questo che si misura la differenza tra presenza e influenza.

Le recenti missioni svolte da Fondazione Nest nell’ambito del programma di cooperazione scientifica sviluppato in collaborazione con Fondazione Maes (Mediterranean Academy for Energy & Sustainability) hanno mostrato che per diversi Paesi del bacino del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana il problema non è più soltanto produrre energia. È anche gestire reti elettriche ibride, integrare fonti rinnovabili intermittenti, sviluppare sistemi di accumulo e digitalizzare la distribuzione. Tutte attività che richiedono, prima di tutto, di formare tecnici e ricercatori locali qualificati.

Non è solo Pechino ad aver capito questa logica. L’India ha costruito attorno all’International Solar Alliance una rete di cooperazione scientifica che oggi coinvolge oltre cento Paesi e ha trasformato un accordo sul solare in uno strumento di soft power.

La Turchia ha moltiplicato negli ultimi anni accordi bilaterali in Africa orientale e subsahariana che combinano infrastrutture energetiche, borse di studio universitarie e programmi di formazione tecnica.

La Corea del Sud, attraverso la sua agenzia di cooperazione internazionale, finanzia programmi di trasferimento di competenze in energia rinnovabile in diversi Paesi africani con un approccio esplicitamente orientato alla formazione più che all’export di tecnologia.

In nessuno di questi casi si tratta di filantropia né di semplice proiezione commerciale, ma di una strategia consapevole per cui chi forma gli ingegneri di domani definisce anche gli standard, le dipendenze tecnologiche e gli allineamenti industriali del futuro.

L’Europa, in questo scenario, non è assente, ma ragiona ancora prevalentemente in termini di finanziamenti e regolazione, sottovalutando sistematicamente la dimensione più decisiva della competizione, cioè quella della conoscenza.

L’Italia possiede una rete universitaria e scientifica di alto livello, competenze avanzate nella transizione energetica e una collocazione geografica che la rende naturalmente connessa al Mediterraneo. Ha, in altre parole, tutto ciò che serve per giocare questa partita.

Nelle università di Monrovia, nelle istituzioni energetiche di Rabat, nei centri di ricerca di Tunisi abbiamo incontrato professionisti e ricercatori che chiedono partner scientifici, standard condivisi ed ecosistemi formativi in cui costruire competenze proprie. È esattamente la richiesta a cui la ricerca pubblica italiana potrebbe rispondere meglio di chiunque altro.

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