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Prezzi più alti e volatili, maggiore difficoltà di reperimento, rischi concentrati su terre rare e titanio. E, ovviamente, un non più rimandabile sganciamento dal monopolio cinese. È questo lo scenario che attende l’industria italiana nei prossimi cinque anni secondo il progetto Cascade, ricerca finanziata dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Pnrr e condotta dal gruppo interuniversitario Re4It (Università di Bologna, Università di Bergamo, Università dell’Aquila e Politecnico di Milano) in collaborazione con il Centro Studi Confindustria. Un lavoro certosino presentato oggi in occasione dell’evento Materie prime critiche e resilienza delle supply chains che si è tenuto presso la sede di Confindustria.

Durante l’evento sono stati illustrati gli esiti di Cascade, dedicati all’analisi delle valutazioni aziendali e delle strategie di gestione dei rischi di fornitura connessi a quattro materie prime critiche: alluminio, rame, titanio e terre rare. Tra i presenti, Alessandro Fontana, direttore del Centro Studi Confindustria, hanno preso la parola, tra gli altri, Cristina Pensa, economista del Centro Studi Confindustria, Paolo Barbieri, professore dell’Università di Bologna, Stefano Elia, professore del Politecnico di Milano, Luigi Pierno, Climate and Environmental Strategy&Projects Leonardo, Claudia Brunori, direttrice del dipartimento Sostenibilità, circolarità e adattamento al cambiamento climatico dei sistemi produttivi e territoriali di Enea, Antonio Caruso, policy officer presso la dg Trade della Commissione europea e Mauro Battocchi, direttore generale per la crescita e la direzione dell’export per il ministero degli Affari Esteri, mentre le conclusioni sono state affidate a Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro Studi.

L’analisi, come detto, si è concentrata su quattro materie prime critiche, alluminio, rame, titanio e terre rare, oggi più che mai centrali per la transizione ecologica e digitale e per l’autonomia strategica europea. Anche perché l’orizzonte è quello delle grandi trasformazioni in atto: sicurezza economica, competizione geopolitica, reshoring industriale e corsa globale alle tecnologie green e digitali. Ebbene, la valutazione, basata su uno studio Delphi che ha coinvolto 45 esperti, indica un progressivo irrigidimento delle condizioni di accesso alle materie critiche.

Le cause, secondo lo studio, sono strutturali, non congiunturali: crescita della domanda globale, forte concentrazione geografica dell’offerta, tensioni geopolitiche, difficoltà di sostituzione dei materiali. I requisiti ambientali non sono percepiti come il principale fattore di aggravamento, ma contribuiscono a rendere più complesso il quadro regolatorio. Gli impatti saranno particolarmente intensi nei settori ad alta tecnologia e valore strategico: aerospazio e difesa (titanio e alluminio), elettrificazione ed elettronica (rame), magneti e tecnologie avanzate (terre rare), mentre le criticità si propagheranno lungo tutta la catena del valore, dalle fasi estrattive ai prodotti finiti, con effetti amplificati sulle filiere integrate.

Domanda, come uscirne? Il rischio sulle materie prime critiche, si legge nella ricerca, “è strutturale e richiede un approccio multilivello che integri politica industriale, politica commerciale e cooperazione internazionale. Tra le leve prioritarie: innovazione nei processi di riciclo, sviluppo di materiali alternativi, assenza di dazi all’importazione, rafforzamento della capacità di raffinazione interna. In caso contrario gli output dell’economia circolare e dell’estrazione mineraria europea vengono ceduti ad operatori asiatici che li raffinano e rivendono all’Europa come componenti finiti, vanificando gli investimenti in circolarità e ampliando le dipendenze esistenti”.

Restano però barriere significative: difficoltà tecnologiche nel recupero, complessità nella sostituzione, potere contrattuale dei grandi utilizzatori e possibili politiche controproducenti. E comunque, vale sempre l’esempio americano e del Piano Mattei: il rafforzamento dei partenariati con Paesi ricchi di risorse, “anche nel quadro della cooperazione con l’Africa, viene indicato come leva strategica per coniugare sicurezza delle forniture, sviluppo locale sostenibile e stabilità delle relazioni economiche”. A livello nazionale, invece, Cascade propone un approccio verticale: mappatura per filiera delle fasi scoperte o sottodimensionate, valutazione della creazione o integrazione di operatori, incentivi al reshoring e al co-development, maggiore diffusione degli strumenti di hedging finanziario tra le pmi per gestire la volatilità dei prezzi.

Conclusione: “In un contesto segnato da competizione globale sulle risorse, frammentazione geopolitica e accelerazione delle transizioni green e digitale, le materie prime critiche rappresentano una questione di sicurezza industriale. Le politiche dovranno essere coordinate, integrate e monitorate con un numero adeguato di indicatori. La resilienza delle filiere italiane ed europee si gioca nei prossimi cinque anni”, chiarisce il documento.

Visione condivisa anche da Aleotti, per la quale “le materie prime critiche sono al centro di una competizione globale che intreccia sicurezza economica, transizione energetica e autonomia industriale. Le evidenze del progetto Cascade indicano che le tensioni sulle forniture non sono congiunturali, ma strutturali”. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, ha spiegato Aleotti, menzionando come anche il settore farmaceutico sia tra i più bisognosi di minerali critici, “significa rafforzare il coordinamento europeo, a partire dall’attuazione efficace del Critical Raw Materials Act, e intervenire con politiche di filiera mirate. Servono investimenti in raffinazione, riciclo e innovazione, insieme a strumenti che aiutino soprattutto le pmi a gestire la volatilità dei prezzi e i rischi di approvvigionamento. La resilienza delle supply chain è una priorità strategica per la competitività del sistema produttivo”.

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