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È un copione che periodicamente si ripete nella vita politica italiana. Un po’ come l’arrivo della primavera e del conseguente cambio dell’ora solare. Prima fa breccia la vecchia tentazione “frontista” – l’ultima fu la decadente e triste “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto nel 1994 – e poi, come da copione, decolla anche la “via giudiziaria al potere”. Che, come ovvio, non viene declinata dai partiti ma viene platealmente sostenuta e anche incoraggiata dagli stessi partiti. Prevalentemente dai partiti della sinistra radicale, estremista, massimalista e, a maggior ragione, da quella populista e manettara. Anche se nel passato queste tesi erano platealmente sostenute e incoraggiate anche da partiti di destra.

Ora, dopo il violento e spietato confronto referendario a colpi di insulti, attacchi personali, minacce ed intimidazioni, si intravedono già all’orizzonte i primi vagiti di una potenziale offensiva giudiziaria. Nessuno sa, ad oggi, quali effetti concreti avrà e dove e come colpirà. Una nuova, e diversa come ovvio e scontato, tangentopoli? Un attacco più mirato ad una sola parte politica, come può essere più facilmente prevedibile? Oppure una iniziativa ancora più raffinata e circoscritta che colpisce al cuore l’avversario/nemico politico che è stato ben individuato in questa furiosa e, appunto, violenta campagna elettorale referendaria? Nessuno lo sa, oggi. Lo sapremo solo nelle prossime settimane a seconda delle pieghe che assumerà l’iniziativa giudiziaria.

Ma quello su cui vale la pena soffermarsi oggi è un’altra questione. Un tema che attiene al versante squisitamente politico. E anche culturale. Detto con parole semplici e immediatamente comprensibili, c’è qualche partito, o addirittura una coalizione politica, che si assumerebbe la responsabilità di teorizzare o di individuare nella “via giudiziaria al potere” lo strumento decisivo per vincere le elezioni e abbattere il nemico? Ci sono, cioè, partiti o coalizioni politiche che salutano positivamente e incoraggiano l’abbattimento del nemico attraverso lo strumento giudiziario? Noi sappiamo, è la storia che lo dice, che ampi settori della sinistra italiana sono molto, molto sensibili a questo storico richiamo. Lo dice la storia democratica del nostro Paese e non supposizioni astratte o virtuali. Lo dicevano già molti leader e statisti democristiani nel secolo scorso – tra tutti Carlo Donat-Cattin e Francesco Cossiga – quando esisteva già la magistratura politicizzata legata al vecchio Pci, ma non lo era ancora come oggi in modo così plateale e pubblico.

Per chi avesse dei dubbi al riguardo, è appena sufficiente rivedere le immagini di gioia e di tifo al Tribunale di Napoli dopo la vittoria del No per averne la persin plateale conferma. E, inoltre, il giustizialismo manettaro è destinato a ridiventare uno degli asset decisivi e determinanti dell’identità, del progetto e del profilo politico stesso di un partito o di una coalizione di partiti? Sono domande, queste, che non possono essere banalmente o qualunquisticamente eluse o, peggio ancora, aggirate. Anche perché il nuovo scenario politico che si è aperto dopo il voto referendario richiede risposte precise, puntuali e pertinenti da parte dei vari partiti e dei rispettivi schieramenti. E, soprattutto, per la semplice ragione che proprio dal rapporto concreto tra la politica e la giustizia, al di là della propaganda e dell’ipocrisia che hanno caratterizzato l’intero confronto referendario, passa uno degli snodi decisivi per misurare la qualità della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche. E, soprattutto, questa volta sì, del rigoroso e quasi dogmatico rispetto dei valori e dei principi scolpiti nella nostra Costituzione.

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