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La crisi energetica che colpisce i cubani da quando Nicolas Maduro è stato arrestato dalle autorità americane a Caracas a inizio anno sta diventando drammaticamente in una crisi umanitaria senza precedenti. Dal rifornimento di medicinali ad alcuni alimenti e prodotti di prima necessità, il regime castrista non ha più le risorse del petrolio che veniva regalato dal governo venezuelano. Gli Stati Uniti, per fare pressione sulla dittatura castrista, hanno chiuso i rubinetti e tutto comincia a scarseggiare. Il presidente Donald Trump sottolinea così come il regime cubana “non fa nulla per il suo popolo”.

La mancanza di greggio ha messo in ginocchio il già fragile sistema energetico dell’isola, con continui blackout che lasciano la popolazione al buio. Ma non solo, gli autobus non hanno carburanti, i dipendenti pubblici sono rimasti a lavorare da casa, i lampioni di notte sono spenti, i voli cancellati e non si possono più trasportare alimenti e altri beni, il che ha provocato un aumento dei prezzi.

Tuttavia, c’è chi tende la mano ai cubani. Insieme alle stufe di carbone per cucinare sono apparsi i pannelli solari di manifattura cinese. Un fenomeno interessante, anche dal punto di vista geopolitico e logistico – per la rapidità delle installazioni -, che è ripreso dal settimanale britannico The Economist.

Secondo i dati sulle espor­ta­zioni cinesi com­pi­lati dal think-tank Ember, nei 12 mesi fino ad aprile 2025 le impor­ta­zioni di pan­nelli solari cinesi da Cuba sono cre­sciute 34 volte, più velo­ce­mente che in qual­siasi altra parte del mondo. “L’isola è pas­sata dall’avere quasi nes­suna ener­gia solare pochi anni fa ad avere livelli che la aiu­tano a far fronte all’embargo di Trump”, si legge sull’Economist.

La principale causa è poli­tica ener­ge­tica del regime cubano. “Nel marzo 2024 il governo ha annun­ciato un piano per costruire due giga­watt di cen­trali solari entro il 2028 – spiega l’Economist -. L’isola dipende for­te­mente dalla Cina per i finan­zia­menti e la costru­zione, così come per i pan­nelli solari stessi”. Una giornata tipo, i nuovi impianti solari hanno gene­rato quasi un giga­watt di ener­gia durante il picco dell’ora di pranzo, abba­stanza in quel momento per sod­di­sfare il fab­bi­so­gno di elet­tri­cità di un terzo del Paese.

Secondo il regime cubano, che scommette per necessità sulle ener­gie rin­no­va­bili, questa opzione può for­nire il 24% dell’elet­tri­cità di Cuba entro il 2030, rispetto a circa il 5% nel 2024. Ma la sera la richiesta è molto alta e in questo il solare non può farci nulla.

“I cubani stanno impor­tando bat­te­rie cinesi a un ritmo furioso – continua l’Economist -. Anche i vei­coli elet­trici cinesi stanno pro­li­fe­rando […] Una società chia­mata Eco­cargo gesti­sce una pic­cola flotta di taxi elet­trici e fur­goni di con­se­gna. ‘Cuba potrebbe spe­ri­men­tare la tran­si­zione ener­ge­tica più veloce del mondo’, dice un eco­no­mi­sta cubano che vive all’Avana, che ha chie­sto di rima­nere ano­nimo”.

Ma nonostante siano abbon­danti ed eco­no­mici, i pan­nelli solari cinesi non pos­sono evi­tare l’attuale crisi energetica dell’isola. L’Economist riferisce che un kit solare dome­stico di Cope­x­tel ha un costo lontano dalla por­tata della mag­gior parte delle fami­glie: “L’acqui­sto pri­vato è con­sen­tito, ma poche aziende vogliono ven­dere a Cuba sotto l’embargo ame­ri­cano. E anche le aziende dispo­ste e in grado di inve­stire nel solare sono ancora bloc­cate se fini­scono il car­bu­rante oggi”. Anche l’aiuto di Pechino non è infallibile: sì, l’ener­gia solare è una fonte di ener­gia molto più sovrana delle impor­ta­zioni di petro­lio. Ma il per­si­stente fal­li­mento di Cuba nel pagare i suoi debiti potrebbe ini­ziare a sco­rag­giare persino i cinesi dal finan­ziare nuovi panel.

Così la Cina è più vicina a Cuba (con il solare)

Il regime castrista sta facendo fronte alla crisi energetica del Paese con i pannelli importati dalla Cina, la cui installazione è cresciuta significativamente e a un ritmo record, redendo forse l’isola cubana il Paese bandiera di transizione alle rinnovabili. Ma questo può non bastare… L’analisi dell’Economist

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