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Il dibattito alla Camera dell’11 giugno scorso, sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 18-19 giugno, ha riportato in superficie un nodo che l’Unione continua a trattare come finanziario, mentre è in realtà costituzionale. Può esistere un debito comune europeo dentro un’architettura costruita sul divieto di monetizzazione, su un mandato restrittivo della banca centrale, su regole fiscali procicliche e su un modello di competitività che ha trasformato l’integrazione in compressione salariale e competizione esterna?

L’Aula ha fatto emergere tre posizioni. Per alcuni il debito comune è lo strumento necessario per finanziare beni pubblici europei. Per altri è un passaggio istituzionale surrettizio, che accresce il potere fiscale dell’Unione, introduce nuove condizionalità e riduce la decisione nazionale. Il governo si è collocato su una linea condizionata: nuove risorse sì, ma senza maggiori oneri netti, condizionalità aggiuntive o ricadute su imprese, cittadini e finanze pubbliche. La frattura, però, è più profonda della scelta sullo strumento: riguarda modello di crescita, ruolo della Bce, regole fiscali e simmetria degli aggiustamenti macroeconomici. Da solo, il debito comune non corregge nulla di tutto questo.

Il primo nodo è il modello economico. L’articolo 3 Tue parla di “economia sociale di mercato fortemente competitiva”, orientata alla piena occupazione e al progresso sociale: nei trattati competitività e coesione non sono alternative. Nella pratica la formula è stata interpretata in modo sbilanciato. Invece di produttività, innovazione e crescita dei salari reali, è diventata contenimento dei costi, moderazione salariale, compressione della domanda interna e accumulazione di avanzi commerciali. In un’area monetaria questo non è neutrale: se alcuni Paesi costruiscono competitività attraverso compressione salariale e surplus strutturali, altri assorbono l’aggiustamento con deficit, perdita di capacità produttiva, disoccupazione o restrizione fiscale. L’Unione ha costruito regole stringenti sui disavanzi pubblici, molto meno cogenti sugli squilibri da surplus persistenti. Ed ha sistematicamente ignorato gli accumuli eccessivi di debito provato.

Il secondo nodo è la Bce. L’articolo 123 Tfue vieta finanziamento monetario diretto e acquisto in asta primaria dei titoli pubblici: un pilastro della costituzione economica dell’euro. Eppure nelle crisi la sopravvivenza dell’area ha richiesto interventi sempre più vicini al confine tra politica monetaria e fiscale. Le Tltro, operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine, non sono monetizzazione in senso giuridico, ma hanno sostenuto banche, condizioni di finanziamento e, indirettamente, stabilità degli Stati. I saldi Target2, posizioni delle banche centrali nazionali nell’Eurosistema, mostrano che l’unione monetaria contiene già meccanismi di compensazione interna e redistribuzione implicita di liquidità bancaria: non trasferimenti fiscali deliberati, ma circuiti opachi e difficilmente analizzabili e discutibili sul piano democratico. L’alternativa reale non è tra purezza della disciplina monetaria e irresponsabilità fiscale, ma tra una Bce che svolge funzioni di stabilizzazione dentro un mandato ambiguo e una Bce il cui ruolo sia definito politicamente in modo esplicito. Un debito europeo permanente richiede entrate certe, capacità fiscale riconoscibile e una banca centrale che, in condizioni estreme, possa fungere da backstop e impedire crisi autoavveranti di mercato e di liquidità.

Il terzo nodo sono le regole fiscali. Il Fiscal Compact ha fissato per i Paesi ad alto debito un limite al disavanzo strutturale generalmente pari allo 0,5% del Pil, consolidando l’idea che la stabilità dell’euro dipenda soprattutto dalla correzione dei bilanci nazionali senza curarsi, anzi incoraggiando, surplus commerciali abnormi. Ne è derivato un effetto prociclico: nei rallentamenti, le regole impongono aggiustamenti tardivi e unidirezionali che aggravano il ciclo. Il problema non è la disciplina di bilancio in sé, ma una disciplina che distingue troppo poco tra spesa corrente e investimento, restringe lo spazio fiscale proprio quando l’investimento pubblico sarebbe più necessario e tratta più severità i disavanzi incoraggiando surplus mostruosi i quali sono altrettanto destabilizzanti e indirizzano il risparmio reale al di fuori dell’eurozona. Se l’Europa chiede investimenti in difesa, energia, industria e transizione ma conserva regole che comprimono il fiscal space nazionale in modo asimmetrico, il debito comune diventa la scorciatoia per non rivedere l’impianto.

Qui si innesta la teoria del “failing forward”, ossia l’integrazione attraverso le crisi. L’euro è nato senza unione fiscale e la crisi del debito ha prodotto strumenti di stabilizzazione ma non un tesoro europeo; l’unione bancaria è avanzata senza completarsi; la crisi post Lehman ha generato il six pack; la pandemia ha generato NextGenerationEU come strumento eccezionale e temporaneo. Oggi difesa, Ucraina, energia e competitività riaprono il dossier debito comune per far fronte alla crisi con “l’investimento buono”. Il problema di questo approccio episodico non è solo la fragilità tecnica del metodo, ma la sua debolezza democratica: avanzamenti mai esposti per tempo al corpo elettorale né discussi apertamente come scelte costituzionali. La crisi diventa il dispositivo che trasforma una possibilità politica in impellente necessità finanziaria ed amministrativa: ciò che non era stato deliberato prima viene presentato dopo come inevitabile. Il risultato è un’architettura disorganica: moneta senza piena unione fiscale, disciplina fiscale asimmetrica e pro-ciclica, banca centrale con funzioni para-fiscali senza mandato esplicito e con regole sia inattuali che “one size fits all”, regole irrigidite e poi sospese, strumenti “temporanei” destinati a riemergere alla crisi successiva. Un patchwork, non una costituzione coerente.

Il metodo è oggi ancora più problematico poiché è venuta meno la cornice politica del dopoguerra. L’integrazione nacque per pacificare il continente, contenere il nazionalismo, ricostruire economie distrutte, collocare l’Europa occidentale nel sistema atlantico: una necessità storica che legittimava un’integrazione per élite e compromessi tecnocratici. La Nato era concepita “to keep the Americans in, the Russians out, and the Germans down”(Ismay). Oggi la pace tra le nazioni Ue (specialmente tra Francia e Germania) è acquisita, il patto sociale del dopoguerra è indebolito, e per molti cittadini l’Unione appare più vincolo economico che promessa di benessere e protezione. Per questo, l’integrazione non può più reggersi su automatismi, emergenze e passaggi laterali: serve consenso esplicito, mandato politico, scelta democratica.

La domanda decisiva non è quindi se emettere altro debito europeo. Essa è invece: ove quel debito comune si voglia davvero emettere, quale modello economico debba sostenerlo, quale mandato debba avere la Bce, quali regole fiscali debbano sostituire quelle attuali, quale trattamento debbano ricevere gli squilibri macroeconomici, quale rapporto debba esistere tra moneta, bilancio e democrazia. Se si vuole un debito comune permanente, occorre prima negoziare una politica fiscale comune, simmetrica e anticiclica, una funzione di stabilizzazione macroeconomica e gli attori cui essa è demandata, un mandato della Bce coerente con un debito europeo sicuro, e soprattutto un diverso modello di sviluppo economico e sociale che “rimuova gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana” (come prevede imperativamente l’art 3 della nostra costituzione). Un debito che preceda una armonizzazione strutturale profonda, con una moneta unica, regole rigide pro-cicliche, e assenza di un chiaro backstop, sarebbe un succoso target per la speculazione.

In conclusione, un debito europeo comune, per avere senso, richiede una revisione profonda dei trattati, non una mera innovazione tecnico- finanziaria nel solco delle attuali dottrine di politica economica. Se questa revisione è politicamente impossibile, occorre prenderne atto: il debito comune può restare strumento eccezionale per crisi specifiche, ma non può essere visto come una base stabile per costruire – “by failing forward” per l’ennesima volta – una unione di Stati tra loro molto diversi.

Debito comune europeo, la questione centrale è la costituzione economica dell’Unione

Di Carlo Lombardi

Il dibattito alla Camera in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno ha riportato in superficie una questione che continuiamo a trattare come finanziaria, mentre è costituzionale. Senza chiarire mandato della Bce, regole fiscali e modello di crescita, il debito comune (“eurobond” più o meno esplicito) rischia di essere l’ennesima tappa del “failing forward”. L’opinione di Carlo Lombardi

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