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La storia di Deniss Metsavas non è un caso da manuale, riportato da Michael Weiss su The Atlantic nel giugno 2019 e oggi tornato di estrema attualità. Un ufficiale dell’esercito estone, etnicamente russo, trasformato in fonte dell’intelligence militare di Mosca attraverso ricatto, progressione e controllo personale. Un caso che aiuta a capire come lavorano le campagne di intelligence, in questo caso del Gru.

L’inizio

Tutto comincia nel 2007, a Smolensk. Metsavas è in visita dai parenti. Una notte con una donna conosciuta in discoteca. Poche ore dopo, l’arresto informale: accusa di violenza, prospettiva di anni di carcere, un video compromettente mostrato in centrale. La soluzione arriva subito dopo e prevede una collaborazione in cambio della sparizione del problema. Metsavas accetta, firma e torna in Estonia. Non ne parla con nessuno.

È il primo passaggio chiave. Isolamento e vergogna. Nessuna ideologia, nessun discorso geopolitico, ma la paura di perdere tutto.

Gli sviluppi

Per un anno non succede nulla. Nel 2008 il contatto si riattiva. Un uomo lo avvicina a Tallinn, ricorda Smolensk, ricorda la “promessa”. Da lì parte il rapporto con il gestore. All’inizio domande banali, informazioni di basso livello, rimborsi spese. Serve a creare abitudine e superare la soglia psicologica: accettare denaro per informazioni.

Poi il tiro si alza. Metsavas cresce professionalmente, diventa ufficiale d’artiglieria, lavora a contatto con pianificazione e cooperazione Nato. L’interesse russo si sposta, meno Estonia in sé, più Stati Uniti e Regno Unito. Armi, munizioni, procedure, presenza alleata sul territorio. Dati parziali e frammenti, ma più che sufficienti.

Il controllo si rafforza quando entra in gioco la famiglia. Il padre viene coinvolto e usato come leva. Nessuna minaccia esplicita, ma elementi impliciti, avvisi continui: le tue relazioni sono accessibili. In seguito, il padre diventa anche canale operativo. A quel punto l’uscita è quasi impossibile.

Nel frattempo, Metsavas assume un ruolo pubblico. Parla ai media in lingua russa, difende l’Estonia e la Nato, dialoga con la minoranza russofona. Diventa presto un profilo ideale per Tallinn, simbolo di integrazione, lealtà, credibilità, massimizzando il danno reputazionale, politico, simbolico.

L’epilogo

L’arresto arriva nel settembre 2018. La condanna nel febbraio 2019: recita 15 anni e mezzo per tradimento. Metsavas collabora con il controspionaggio estone, ricostruisce anni di contatti e passaggi informativi. Kapo sceglie la linea della visibilità, i processi pubblici, e la volontà di dimostrare che il terreno non è neutro, che l’attività ostile, in questo caso russa, ha un costo.

Il caso diventa anche materia politica. I nazionalisti lo leggono in chiave etnica. Una scorciatoia comoda, ma fuorviante. La storia dice altro, il Gru non cerca etnie o nazionalità, ma individua persone, gestibili, ricattabili, pedine.

Metsavas prova a spiegarsi all’Atlantic con una frase secca: “Quando compri una bottiglia di whiskey e diventi alcolista, non è colpa del whiskey”. Tradotto, la responsabilità resta individuale. È una difesa parziale, ma coglie un punto reale. Il reclutamento non avviene in un attimo. È una sequenza di errori, poi di concessioni, dunque connessioni, normalizzate nel tempo.

Il caso oggi torna attuale, gli scandali, dal piano nazionale a quello internazionale, possono essere leve di coercizione, materie di ricatto, strumenti di intelligence. Lo spionaggio contemporaneo comincia da un errore, un vizio, una stanza d’albergo, da un video, da una paura. Prima che sugli Stati, è lavoro sulle persone.

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