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Sono cento i milioni di barili di petrolio russo in giro per i mari del mondo, come Formiche.net ha già scritto la scorsa settimana. Adesso la partita delle sanzioni (messe e poi tolte) si mescola con macro temi come Hormuz, Cina e Ucraina. Tutti geopoliticamente intrecciati come in una scacchiera, dal momento che una mossa ne porta in grembo altre due. Per ora la notizia è il corposo assegno incassato da Mosca: India e Cina infatti hanno acquistato petrolio russo dopo che il Tesoro statunitense ha concesso una deroga di 30 giorni per lo sblocco delle petroliere bloccate, mentre Mosca ha ridotto significativamente gli sconti sulle esportazioni. Nel complesso il prezzo del petrolio si mantiene intorno ai 100 dollari nonostante l’allentamento delle sanzioni contro la Russia deciso ieri.

Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato che l’allentamento delle sanzioni è una misura temporanea per “promuovere la stabilità nei mercati energetici globali” e durerà fino all’11 aprile: “Questa misura circoscritta e di breve durata si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo”, ha spiegato. Per cui il collo di bottiglia in corso a Hormuz se da un lato ha ridotto le esportazioni dal Medio Oriente costringendo le principali raffinerie a cercare alternative, dall’altro segnala una fortissima accelerazione della domanda da parte degli acquirenti. Come le aziende statali cinesi che si sono assicurate contratti a lungo termine, bloccando preventivamente barili scontati per i mesi estivi. Non bisogna dimenticare infatti che quasi la metà del fabbisogno petrolifero cinese arriva dallo stretto.

Tra l’altro, almeno fino a due giorni fa, l’Iran ha continuato a esportare petrolio in Cina tramite le petroliere che caricano sull’isola di Kharg, il principale hub di esportazione del Paese. Nel mese di febbraio 2026 sono state registrate esportazioni fisiche dall’Iran pari a un totale di 60,7 milioni di barili (una media di 2,17 milioni di barili al giorno), con un aumento del 20% rispetto al mese precedente: il totale è di 4,27 miliardi di dollari. La Cina ne ha acquistato la stragrande maggioranza, forse immaginando l’evolversi della crisi politica e bellica e anche in considerazione della crisi in Venezuela, paralizzato dalla quarantena marittima imposta dagli Stati Uniti.

In tale contesto va registrato il fatto che vari Paesi hanno iniziato ad attingere alle proprie riserve strategiche di petrolio, come il Regno Unito e la Francia che hanno rilasciato insieme 28 milioni di barili di petrolio, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha annunciato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio, il più grande prelievo di riserve nella sua storia. A ciò si aggiunga il dato relativo alle petroliere fantasma, una flotta attualmente composta da 1.468 navi, circa il triplo delle sue dimensioni al momento dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, quattro anni fa. Stiamo parlando del 18% dell’intera flotta di petroliere che commercia a livello internazionale e che trasporta circa il 17% di tutto il greggio trasportato via mare. Petrolio che oggi, alla luce della crisi a Hormuz, diventa strategico per chi non può permettersi stop alle forniture.

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Il collo di bottiglia in corso a Hormuz se da un lato ha ridotto le esportazioni dal Medio Oriente costringendo le principali raffinerie a cercare alternative, dall’altro segnala una fortissima accelerazione della domanda da parte degli acquirenti. Come le aziende statali cinesi che si sono assicurate contratti a lungo termine, bloccando preventivamente barili scontati per i mesi estivi

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