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Ci siamo. I Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali sono iniziati. Per me, che parteciperò alle Paralimpiadi, Milano Cortina 2026 rappresenta molto più di un grande evento sportivo: è un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio.

Sarà la mia quinta Paralimpiade, la quarta invernale. Un traguardo che, quando ho iniziato questo percorso, non avrei mai immaginato. Eppure sono qui, pronto a scendere sul ghiaccio in casa, in Italia, in un’edizione che per la prima volta sarà “diffusa”, capace di coinvolgere territori diversi, montagne e città, luoghi turistici e comunità che non lo sono. Le Dolomiti, Milano, l’intero arco alpino sotto gli occhi del mondo: una vetrina straordinaria per il Paese intero e per lo sport, specie quello paralimpico, ancora poco conosciuto.

Io pratico il para ice hockey, che in Italia ha pochissimi atleti. Ed è proprio per questo che questi Giochi assumono un valore ancora più grande: per la prima volta avremo la possibilità di mostrare il nostro sport a decine di migliaia di persone, di far capire cosa c’è dietro una partita, un allenamento, una stagione intera fatta di sacrifici.

Il percorso dello sport paralimpico è cambiato molto negli anni. Quando ho iniziato, si parlava ancora di “handicappati” o “sport per disabili”; oggi si parla finalmente di atleti. È un cambiamento culturale profondo, che non va dato per scontato. C’è ancora tanta strada da fare, ma i passi avanti sono evidenti. E Milano Cortina 2026 può essere un acceleratore importante, se sapremo sfruttarne davvero l’eredità.

Per me lo sport non è solo competizione:l’ho capito a diciassette anni, in ospedale, dopo l’incidente che mi ha causato una paraplegia incompleta. In quel momento ho scoperto che il mio corpo era ancora capace di fare cose straordinarie, e che lo sport mi stava offrendo una nuova prospettiva, una motivazione, che ha restituito curiosità verso il futuro.

Oggi la mia vita è un continuo incastro: lavoro, allenamenti, viaggi, vita privata. Noi paralimpici non siamo atleti professionisti. Nessuno di noi viene pagato per fare sport. Lavoriamo a tempo pieno e giochiamo per passione, dedicando tutto il tempo che possiamo. In questo periodo spesso mi sveglio all’alba, guido per ore per allenarmi meno di un’ora sul ghiaccio, e rientro al lavoro.

Ed è proprio qui che emerge uno dei grandi temi del movimento paralimpico: quello del sostegno. Gli sponsor sono pochi, le risorse limitate, la visibilità spesso insufficiente ad attrarre investimenti. Finite le Paralimpiadi, nella maggior parte dei casi, si torna nell’ombra. È una verità dura.

Per questo ogni forma di supporto concreto diventa fondamentale. Nel mio percorso ho avuto la possibilità di collaborare con aziende, come Airbnb, che attraverso l’Athlete Travel Grant mi ha aiutato nella gestione degli spostamenti e della preparazione. In uno sport come il nostro, dove i costi ricadono inevitabilmente sugli atleti. Avere un sostegno di questo tipo è un aiuto e un riconoscimento del nostro impegno. È la dimostrazione che qualcuno crede davvero in ciò che facciamo.

Milano Cortina 2026 sarà anche questo: una prova generale per capire che tipo di futuro vogliamo dare allo sport, olimpico e paralimpico. Se vogliamo che questi Giochi lascino qualcosa di duraturo, dovranno lasciare opportunità, non solo ricordi. Non vedo l’ora di entrare in campo. Lo farò con la consapevolezza di aver dato sempre tutto. Senza rimpianti. Con la stessa passione che mi accompagna dal primo giorno.

 

 

 

Il mio viaggio verso Milano Cortina 2026. Il racconto dell'atleta Andrea Macrì

Di Andrea Macrì

Sarà la mia quinta Paralimpiade, la quarta invernale. Un traguardo che, quando ho iniziato questo percorso, non avrei mai immaginato. Eppure sono qui, pronto a scendere sul ghiaccio in casa, in Italia, in un’edizione che per la prima volta sarà “diffusa”, capace di coinvolgere territori diversi, montagne e città, luoghi turistici e comunità che non lo sono. L’intervento di Andrea Macrì, atleta paralimpico di para ice hockey

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