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Campo largo, il rebus resta aperto. Le parole di Giuseppe Conte sulla Russia hanno riportato al centro della scena tutte le ambiguità che attraversano il centrosinistra: dalla politica estera ai rapporti tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, fino all’assenza di un vero progetto condiviso. Mentre il leader di Matteo Renzi rilancia la necessità di allargare ulteriormente il perimetro dell’opposizione e il dibattito sulla legge elettorale torna a intrecciarsi con le strategie delle coalizioni, il cantiere del campo largo appare ancora lontano dall’essere completato. Ne parliamo con il politologo dell’Università Federico II di Napoli, Marco Valbruzzi, in libreria da settembre con il volume Per la Democrazia (Utet).

Le dichiarazioni di Giuseppe Conte sulla Russia riportano in superficie differenze di sensibilità nel campo largo che molti tendono a minimizzare. Siamo di fronte a un incidente di percorso o all’emersione di una nuova distanza strategica tra Pd e Movimento 5 Stelle?

Nulla di nuovo sotto il sole del campo largo versione bonsai. Giuseppe Conte ha sempre avuto questa posizione un po’ ambigua sulla Russia, che peraltro risale a quella del primo M5S in epoca grillina. Però, essendo ambigua, tra sparate e smentite, illazioni e ritrattazioni, permette di trovare qualche punto di convergenza con le posizioni, più confuse che ambigue, del Pd su questo tema. Quindi, non vedo su questo il rischio di una distanza strategica, anche perché il Pd, per la sua composizione interna, non può permettersi di adottare una posizione cristallina come quella, ad esempio, di Azione. Da questo punto di vista, l’ambiguità è la vera strategia.

Nel Partito democratico le parole del leader pentastellato hanno creato più di un imbarazzo. Quanto pesa, per una coalizione che ambisce a governare, non riuscire ad avere una posizione chiaramente condivisa sui grandi dossier di politica estera?

La risposta corretta, in questo caso, è “dipende”. E dipende in particolare dalla salienza che (ri)acquisterà questa tematica nel dibattito pubblico. Viste le distanze sul punto, i leader del campo largo farebbero bene ad accantonare il tema, concentrandosi sulle questioni domestiche più rilevanti, magari usando l’Unione Europea come terreno di confronto e negoziazione o conciliazione per le questioni internazionali. Ma qui entra in campo il paradosso: quello che converrebbe alla singola coalizione di centrosinistra non converrebbe ai singoli partiti che la compongono, i quali hanno tutta la convenienza a prendere le distanze reciprocamente dai loro alleati, sfruttando i temi più divisivi per rendersi riconoscibili.

Matteo Renzi sostiene che il campo largo, da solo, non sia sufficiente a costruire un’alternativa credibile. È una critica dettata dalla convenienza politica oppure individua una debolezza strutturale dell’attuale opposizione?

Sinceramente, mi sono perso su quale sia o dove sia il perimetro del campo largo. Un tempo Renzi ne faceva parte, poi è lentamente scomparso dalle foto di gruppo, ma ogni tanto vi rientra di sponda, surrettiziamente. Temo che questo sia un problema praticamente insolubile. A questo punto, le opposizioni di centrosinistra al governo Meloni dovrebbero adottare un approccio più pragmatico, anche adattandosi alle logiche della legge elettorale attualmente in discussione. Se quella legge dovesse essere approvata, allora le ragioni di Renzi si farebbero ancor più ragionevoli.

A oggi sembra esistere più un perimetro elettorale che un progetto politico. L’assenza di un programma comune rischia di trasformarsi nel vero punto debole del centrosinistra, ancora prima delle leadership?

Esiste un elettorato di centrosinistra largo che può, a determinate condizioni, essere efficacemente rappresentato. I partiti amplificano le differenze che esistono all’interno di quell’elettorato unicamente per scopi elettorali: ognuno ha bisogno di ritagliarsi una sua nicchia per essere più forte quando si arriverà al tavolo delle negoziazioni. Però, credo che, a questo punto, le forze di opposizione di centrosinistra al governo Meloni dovrebbero adottare un approccio più pragmatico, assolutamente minimalista, anche in attesa di conoscere il destino della legge elettorale. Bisogna smettere di sforzarsi di costruire una piattaforma programmatica in positivo, come somma dei loro desiderata. Quella somma non farà mai il totale. Molto meglio, visto quel che succede, procedere per sottrazione, limitandosi ai pochi punti in cui c’è accordo, facendo leva comunicativa su quelli, e poi silenziando tutto il resto. Paradossalmente, ma non troppo, nel campo largo è la sottrazione che fa il totale.

Se i temi economici e sociali possono favorire compromessi, politica estera, difesa e rapporti con la Nato sembrano rappresentare il banco di prova più difficile. Sono questioni conciliabili o destinate a segnare il confine tra alleati solo potenziali?

Premetto che queste divisioni sono esistenti, e neanche in modo troppo latente, anche nel centrodestra. E, da questo punto di vista, la spina nel fianco destro di Vannacci finirà fatalmente per amplificare queste tensioni e contraddizioni. In ogni caso, l’unico punto di accordo possibile in chiave internazionale all’interno del centrosinistra è sull’Unione Europea, su un suo rinnovato protagonismo a livello globale. Tutte le questioni relative alla politica estera, alla difesa, ai rapporti con la Nato vanno spostate, non solo in chiave retorica, sull’Ue. Su questo, credo che tutti, da Fratoianni a Renzi, da Conte a Magi, possano trovarsi d’accordo. Se non altro, come dicevo, in negativo, per sottrazione delle loro differenze.

Guardando ai prossimi mesi, quale sarà il fattore decisivo: la capacità di costruire una piattaforma programmatica condivisa o la necessità di individuare una leadership riconosciuta da tutte le forze dell’opposizione? Quale dei due nodi viene prima?

La verità è che molto dipenderà dall’approvazione della legge elettorale. Quella in cantiere è uno scempio sia nel merito che nel metodo. Ma se dovesse essere approvata, e io personalmente non me lo auguro, la partita per il centrosinistra si complicherebbe. La legge elettorale attuale consente e premia anche alleanze “light”, come quella del “campo largo allargato”, in cui non servono programmi comuni e leader comuni. Basta soltanto un minimo di coordinamento nella presentazione di candidature condivise nei collegi uninominali. Invece, con la legge che bolle nel pentolone del centrodestra, il tipo di alleanza richiesto è più esigente e stringente. E ovviamente non basta coordinare solo qualche candidatura, ma serve uno sforzo unitario maggiore che al momento latita. La speranza per il campo largo è che la mina vagante di Vannacci faccia fare retromarcia al centrodestra sulla legge elettorale.

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