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Il diritto internazionale è morto, la diplomazia non se la passa meglio e l’Iran non sembra aver perso il conflitto. Per cui non serve attendere l’evoluzione del tavolo di Gedda tra Usa e Iran. Così a Formiche.net Luciano Bozzo, professore di Relazioni internazionali alla Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze.

Come approcciarsi a questo nuovo tavolo diplomatico Usa-Iran (anche se il ministero degli Esteri iraniano ha smentito le notizie secondo cui squadre tecniche iraniane e statunitensi si sarebbero incontrate a breve)?

Fin dall’inizio di questa storia, che ormai va avanti da parecchie settimane, pareva chiaro almeno al sottoscritto, che gli iraniani non sarebbero stati disponibili a negoziare sul nucleare, in particolare sulla consegna dell’uranio arricchito e del materiale fissile, anche perché le due cose vanno di pari passo, senza dimenticare il controllo delle tecnologie missilistiche.

Resteranno scogli insuperabili?

Sì, sono punti non negoziabili. Al di là delle dichiarazioni retoriche di una parte o dell’altra, credo che a questo punto gli iraniani si siano anche resi conto che possono trarre molto vantaggio dal controllo dello stretto di Hormuz per i propri fini, imponendo dazi e usando il passaggio come strumento di ricatto. Anche su questo punto credo che nella sostanza sarà abbastanza difficile giungere ad un accordo.

Che cosa potrebbero concedere di sostanziale?

Guardando ai famosi punti della bozza di pre accordo, vedo una situazione abbastanza paradossale: c’è un vincitore dichiarato ovvero Trump, ma che ha accettato delle condizioni che sono, almeno sulla carta, tipiche di una potenza sconfitta. Addirittura si parla di finanziamento alla ricostruzione, che in altri tempi avremmo chiamato riparazioni di guerra, come accaduto per potenze sconfitte come la Germania nella prima e nella seconda guerra mondiale. Qui si sono rovesciate le parti, almeno apparentemente: c’è una grande potenza mondiale che rivendica nella persona del Presidente americano stesso la vittoria e poi accetta delle condizioni anche economiche che parrebbero essere tipiche di una potenza che ha perso la guerra e deve riconoscere qualche cosa in termini monetari ai vincitori. Mi pare che ogni giorno Trump rivendichi la vittoria e mi pare che puntualmente il giorno seguente, stando alle agenzie di stampa, gli iraniani gli rispondono a tono. Non mi paiono, in sintesi, le condizioni migliori per giungere a un accordo di pace degno di questo nome.

Stiamo assistendo a un teatro dell’assurdo? Stanno cioè venendo a mancare finanche i basilari passi propedeutici a un incontro diplomatico? Tutto ciò, oltre a produrre instabilità nella fattispecie, può portare anche dei danni nel breve e nel medio periodo ad aree interconnesse, penso per esempio al Mediterraneo?

Sì, molto spesso ho sentito ripetere in questi ultimi mesi che è morto il diritto internazionale, che si stracciano accordi già fatti, che si manca di rispetto alle norme: io aggiungerei che è in grave crisi, se non addirittura è morta, la diplomazia tradizionalmente intesa non solo nell’etichetta ma anche nelle regole di buona condotta. Anche al più alto livello politico, si usa un vocabolario che francamente soltanto 15 anni fa era impensabile. Come si fa a fare una trattativa tra avversari che fin dalla comunicazione pubblica usano determinati vocaboli o toni? Tutto ha assunto una  valenza comunicativa. Purtroppo la comunicazione molto spesso è rivolta all’interno, perché evidentemente Trump è soprattutto preoccupato di parlare ai suoi reali o potenziali elettori, ma poi le conseguenze del suo linguaggio sulla scena internazionale passano in secondo piano. D’altra parte ne abbiamo un esempio macroscopico, perché la querelle tra Trump e la nostra Presidente del Consiglio da questo punto di vista mi sembra indicativa. Una cosa del genere nel mondo di una volta, che probabilmente ormai ci dobbiamo dimenticare, non sarebbe mai accaduta con quei toni e con quella scelta di  vocaboli. Perciò se è morto il diritto internazionale mi pare che la diplomazia tradizionalmente intesa non stia meglio.

Trump chiuderà quattro anni di mandato, secondo la sua opinione?

Direi di sì, salvo sorprese straordinarie che potrebbero venire dal caso Epstein. Lì io non ho idea francamente di cosa sia possibile portare alla luce del sole. Dopodiché il mandato presidenziale non vedo come potrebbe interrompersi, se non con un impeachment. Però l’impeachment è una procedura abbastanza complessa che necessita di basi sostanziali forti, non a caso nella storia americana tutti ricordano il caso Nixon, ma lì c’erano delle clamorose evidenze contro il presidente. In questo caso la vedo più problematica.

E una guerra persa?

Ammesso che poi risulti percepita come tale al pubblico americano, di per sé non porta alla fine di una presidenza. Pensiamo alle guerre che gli Stati Uniti hanno perso nell’arco dell’ultimo secolo, ne hanno persa più di una e questo non si è immediatamente tradotto nella fine del presidente in carica. Diverso il discorso per le autocrazie. Evidentemente per Putin perdere in Ucraina significherebbe perdere il potere e forse anche la sua stessa vita.

Tra l’altro si potrebbe applicare anche all’Iran?

Non mi pare. Non vedo i segni del collasso del regime, il che conferma l’ipotesi che la guerra non l’abbia persa Teheran.

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