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Il confronto pubblico tra Giorgia Meloni e Donald Trump ha acceso il dibattito politico e mediatico su entrambe le sponde dell’Atlantico. Al di là delle divergenze emerse tra le due leadership politiche, interessate anche (soprattutto?) a inviare messaggi al proprio fronte interno, il rapporto tra i due leader si inserisce in un quadro più ampio di relazioni storicamente consolidate tra Italia e Stati Uniti (ricorre quest’anno il 165esimo anno di questi rapporti), caratterizzato da un dialogo costante e da una lunga convergenza su molte delle principali questioni strategiche internazionali.

È per questo che Brian Katulis (MEI) invita a leggere la vicenda su un piano più ampio di quello strettamente bilaterale, evidenziando come dispute di questo tipo rischino di indebolire e distrarre le democrazie occidentali proprio mentre sono chiamate a confrontarsi con i modelli alternativi promossi da Russia e Cina, che non possono che trarre vantaggio da divisioni tra alleati.

È una lettura che trova eco anche nelle valutazioni di Elisa Catalano Ewers, senior fellow al Council on Foreign Relations. “I nostri avversari osservano questo genere di attacchi con evidente soddisfazione”, sottolinea. Ewers ha servito sia amministrazioni democratiche sia repubblicane, ricoprendo incarichi presso il National Security Council, i dipartimenti di Stato e della Difesa, e ha inoltre guidato presso la Commissione Esteri del Senato il lavoro legislativo e di policy su Medio Oriente, Nord Africa, non proliferazione e affari economici internazionali.

Per lei, la polemica degli ultimi giorni si inserisce in un modello comunicativo ben noto dell’attuale presidente americano. “Stiamo vedendo all’opera il marchio di fabbrica della diplomazia coercitiva di Trump”, osserva. “Soprattutto quando viene criticato, come sta accadendo per la gestione della guerra con l’Iran, tende a reagire attaccando pubblicamente anche gli alleati attraverso dichiarazioni o post sui social”.

La domanda su cui Roma cerca risposte da Washington adesso è: quale impatto può avere questa vicenda sul rapporto tra Italia e Stati Uniti? È una questione che va oltre i protagonisti del momento e che riguarda la tenuta di una delle relazioni bilaterali più importanti per la Penisola.

In questa prospettiva, c’è un invito a distinguere tra le tensioni contingenti tra leader e gli interessi nazionali che orientano i rapporti tra Stati. Come osserva Alexander Gray, chief executive officer di American Global Strategies, società di consulenza strategica internazionale da lui co-fondata con l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert C. O’Brien, “le dispute personali tra leader vanno e vengono, ma sono le grandi questioni politiche e l’allineamento (o il disallineamento) degli interessi nazionali a determinare la traiettoria di una relazione bilaterale nel medio e lungo periodo”.

Conversando con Formiche.net, Gray ricorda che il governo italiano, pur essendo considerato ideologicamente vicino all’amministrazione Trump, ha scelto di negare agli Stati Uniti l’accesso a basi strategiche durante l’operazione Epic Fury – la campagna militare contro l’Iran. “Si tratta di una divergenza politica sostanziale”, afferma, che finisce per allineare Roma ai governi di Londra, Parigi e Madrid, spesso molto più critici nei confronti di Washington di quanto il governo Meloni dichiari di essere. “Diversi governi dell’Europa occidentale si sono ripetutamente lamentati del fatto che gli Stati Uniti hanno spostato la loro attenzione dalle priorità di sicurezza europee, solo per negare agli Stati Uniti l’accesso alle infrastrutture chiave in Europa durante una crisi”.

Secondo Gray, già deputy assistant to the president e chief of staff del National Security Council della Casa Bianca durante il primo mandato di Donald Trump, questo comportamento non fa che rafforzare lo scetticismo statunitense verso gli obiettivi dei partner dell’Europa occidentale e alimentare, all’interno dell’amministrazione Trump, la tendenza a ripensare la presenza militare americana sul continente. “Più che gli scontri tra leader, sono queste le dinamiche che probabilmente definiranno il rapporto tra Stati Uniti e Italia negli anni a venire”, conclude.

Una lettura che trova alcuni punti di contatto anche nelle valutazioni di Carla Sands, già ambasciatrice degli Stati Uniti in Danimarca durante la prima amministrazione Trump. Pur evitando di entrare nel merito dello scambio tra i due leader – “non ero nella stanza quando è avvenuto e quindi non posso commentare ciò che è stato detto”, dice a Formiche.net – Sands osserva come sia Trump sia Meloni parlino contemporaneamente a un pubblico interno e a uno internazionale. A suo giudizio, il vero nodo resta però un altro: il futuro dell’Alleanza Atlantica.

“Per quanto riguarda la Nato, sono necessari cambiamenti radicali e in tempi rapidi. Sono certa che questo messaggio verrà ribadito durante gli incontri. L’Europa continua a non fare abbastanza. Negli Stati Uniti si tratta di una questione che mette d’accordo democratici e repubblicani”, spiega Sands, Chair della Foreign Policy Initiative e Distinguished Senior Fellow per la politica energetica dell’America First Policy Institute.

Un richiamo che riporta la discussione dal piano delle tensioni personali a quello delle priorità strategiche. Mentre la polemica tra Trump e Meloni occupa il dibattito pubblico, il prossimo vertice Nato sarà chiamato ad affrontare questioni ben più rilevanti per il futuro delle relazioni transatlantiche: dalla condivisione degli oneri della difesa alla postura nei confronti della Russia (e della Cina), fino al ruolo che gli alleati europei saranno chiamati a svolgere in un contesto internazionale sempre più complesso.

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