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La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti è stato anche un evento profondamente destabilizzante per la Cina, che in Venezuela ha investito capitale politico, economico e simbolico. Pechino è il principale acquirente del petrolio venezuelano (per circa l’80%), un partner chiave di Caracas negli anni dell’isolamento internazionale chavista e maduriano, e (dettaglio tutt’altro che marginale) direttamente coinvolta in quanto accaduto. L’inviato speciale per l’America Latina, Qiu Xiaoqi, era nella capitale poche ore prima del blitz americano, fotografato proprio mentre stringeva la mano di Maduro – e non è noto dove fosse al momento del raid della Delta Force che ha catturato il leader del regime venezuelano. Era stato avvisato? E dunque, ha stretto la mano di Maduro ma sapeva quale sarebbe stata la sua sorte? Oppure è stato sorpreso, col rischio potenziale di finire vittima di effetti/danni collaterali?

Forse emergeranno dettagli in futuro, intanto la reazione ufficiale cinese è stata rapida e durissima. Il ministero degli Esteri ha parlato di “grave violazione del diritto internazionale”, di “uso egemonico della forza” e ha chiesto il rilascio immediato di Maduro e della moglie, Cilia Flores, invocando i principi della Carta delle Nazioni Unite. È il linguaggio classico della diplomazia cinese quando si tratta di sovranità e non ingerenza, ma il contesto rende queste parole più cariche del solito: Washington ha colpito un partner di Pechino, e lo ha fatto ignorando apertamente la presenza e gli interessi cinesi sul terreno.

Il fatto che Maduro abbia incontrato a Caracas l’inviato speciale di Xi Jinping poche ore prima dell’operazione rafforza questa lettura. Dal punto di vista cinese, l’affronto è simbolico, ma dentro c’è anche un segnale strategico: gli Stati Uniti non riconoscono più, nemmeno implicitamente, zone di sensibilità altrui nell’emisfero occidentale. La tempistica suggerisce una sfrontatezza calcolata, un messaggio diretto a Pechino sulla gerarchia del potere coercitivo nella regione.

E però, quanto accaduto ha aperto alla dimensione narrativa interna. In Cina, l’operazione americana è diventata in poche ore uno dei temi più discussi sui social, con centinaia di milioni di visualizzazioni su Weibo. Molti commentatori hanno accostato il destino del Venezuela a quello di Taiwan, sostenendo che se Washington ignora il diritto internazionale quando serve ai propri interessi nel Western Hemisphere, allora Pechino non avrebbe motivo di fare diversamente all’interno della propria area di influenza. Non è un segnale di imminente cambiamento strategico, ma indica un ampliamento dello spazio discorsivo per opzioni più aggressive, in un momento in cui la leadership cinese già esercita una pressione militare costante sull’isola.

Sul piano ufficiale, Pechino cerca di sfruttare l’episodio per rafforzare la propria narrativa globale. Le dichiarazioni del ministero degli Esteri e i commenti dell’agenzia Xinhua presentano la Cina come custode dell’ordine internazionale e gli Stati Uniti come potenza che “strappa la maschera” del presunto contrasto al narcotraffico per rivelare un volto di “imperialismo delle risorse”. È una linea rivolta soprattutto al Sud Globale, dove la difesa della sovranità resta una leva politica efficace.

Ma il dato forse più interessante emerge sul piano militare, ed è qui che il caso Maduro diventa particolarmente sensibile per Pechino. I media legati al Partito comunista, come il Global Times, pur condannando l’operazione come illegale, hanno dedicato ampio spazio all’analisi tecnica del blitz statunitense. Esperti militari cinesi hanno scomposto l’azione americana in termini di superiorità informativa, guerra elettronica, intelligence e impiego delle forze speciali, riconoscendo implicitamente l’efficacia dell’approccio statunitense. Il Venezuela viene così trattato come un case study operativo, non solo come una vittima di aggressione.

Questa lettura militare si intreccia con un problema ancora più delicato: il fallimento sul campo dei sistemi d’arma di produzione cinese in dotazione alle forze venezuelane. Per anni Caracas era stata presentata come una vetrina dell’export militare cinese in America Latina. Radar come il JY-27, celebrato come “anti-stealth”, potrebbero essere stati nel Paese, insieme a veicoli corazzati anfibi e altri sistemi che dovevano dimostrare la capacità di Pechino di fornire alternative credibili alle tecnologie occidentali. Una narrazione che ha contribuito alla penetrazione cinse in questa e altre regioni. Il confronto reale con la macchina militare statunitense ha però mostrato limiti evidenti: le difese aeree sono state accecate rapidamente da guerra elettronica e attacchi cyber mirati, i mezzi terrestri si sono rivelati vulnerabili senza copertura aerea e integrazione ISR, e l’intero sistema di comando e controllo è collassato davanti alla rapidità di azione delle forze speciali americane.

Il punto non è la qualità del singolo mezzo, ma la debolezza dell’architettura complessiva. L’esperienza venezuelana suggerisce che l’hardware cinese, se non inserito in una rete resiliente e altamente integrata, fatica a reggere un confronto ad alta intensità. È un problema che va ben oltre Caracas e che riguarda la credibilità dell’industria militare cinese presso partner e clienti, soprattutto in un contesto di competizione sistemica con gli Stati Uniti.

Per Pechino, dunque, il caso Maduro è uno shock multidimensionale. Colpisce interessi energetici vitali, espone limiti militari, rafforza una narrativa americana di deterrenza dimostrata e apre interrogativi sul valore reale della protezione politica offerta dalla Cina ai propri partner. Allo stesso tempo, tuttavia, la sconfitta indiretta apre anche uno scenario narrativo: se per gli Usa è possibile rimuovere Maduro con una missione militare (che va al di là del contesto giuridico), allora per la Cina è possibile annettere Taiwan? La leadership di Xi Jinping non cambierà improvvisamente strategia, ma a Pechino il valore storico dell’azione americana in Venezuela è e sarà oggetto di studio profondo.

(Foto: VVTV)

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