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Un conto è annegare nel proprio petrolio, perché nessuno, o quasi, se lo compra più. Un altro è smettere di cercare l’oro nero nelle viscere delle propria terra. In Russia succede anche questo al tempo del grande embargo, in parte ufficiale, in parte no, alla principale ricchezza nazionale. Pochi giorni fa questo giornale ha raccontato come un po’ le sanzioni e un po’ l’apertura del mercato venezuelano da parte degli Stati Uniti, abbiano di fatto tagliato le gambe alle esportazioni di greggio della Russia. Chi finora ha comprato barili dall’ex Urss, ha deciso di guardarsi intorno e magari rivolgersi proprio a quel Venezuela che detiene un quinto delle riserve mondiali.

Il risultato è che per buona parte dell’industria petrolifera russa non vale più la pena scavare buchi nella terra. I produttori di petrolio russi hanno ridotto le trivellazioni al livello più basso degli ultimi tre anni. Più nel dettaglio, le piattaforme di perforazione in Russia hanno scavato circa 29.140 km di pozzi di produzione nel 2025, registrando un calo del 3,4% rispetto al 2024. Dopo un ritmo record nei primi mesi del 2025, l’attività ha iniziato a rallentare a giugno, fino a che, a dicembre, le trivellazioni sono diminuite di circa il 16% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Dunque, sul finire dello scorso anno, quasi un quarto delle trivellazioni erano state fermate.

Una gelata sulle perforazioni che riflette la crescente pressione finanziaria sui produttori russi. Il calo dei prezzi globali del greggio, il nuovo fronte del Venezuela e l’aumento degli sconti sulle esportazioni dagli Urali dovuto all’inasprimento delle sanzioni occidentali e il rafforzamento del rublo hanno ridotto la redditività delle esportazioni e fatto crollare liquidità disponibile per i reinvestimenti.  La Russia in genere ha bisogno di perforare circa 26 -29 mila km di pozzi all’anno per mantenere la produzione vicino ai livelli attuali, e qualsiasi calo prolungato si tradurrà probabilmente in una minore offerta. Il che ovviamente aprirebbe la strada a un calo della produzione, con tutti gli effetti del caso sul mercato globale.

Sul versante russo, con l’Europa ormai lontana dai tempi in cui senza gas e petrolio russo si si stava al buio e al freddo e la Cina alleata nella misura in cui l’oro nero viene venduto al prezzo che vogliono a Pechino, per l’ex Urss sono tempi durissimi. La conseguenza di questo isolamento energetico è una costante corsa del deficit statale, con il rischio, decisamente previsto dallo stesso governo russo, che i conti sfuggano molto presto di mano.

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