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Dopo il blitz statunitense in Venezuela che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro, Donald Trump sembra puntare dritto verso il suo prossimo obiettivo, la Groenlandia.

Secondo il Presidente Usa, Washington ha “assolutamente bisogno” dell’isola per esigenze difensive. Tuttavia, la questione è tutt’altro che semplice: infatti, un’eventuale annessione della Groenlandia da parte degli Usa rischierebbe di provocare un vulnus profondo per la solidarietà transatlantica.

Pur essendo un’entità semi-autonoma, l’isola situata tra Canada ed Europa appartiene formalmente alla Danimarca e fa dunque parte della Nato (ma non dell’Unione Europea, di cui è solo “territorio associato”).

Ciò significa che un attacco americano contro la Groenlandia potrebbe far scattare non solo l’automatismo dell’art. 5 della Carta Atlantica, che impone una risposta collettiva a un attacco sferrato contro un membro e che assumerebbe tratti paradossali dato che l’attacco avverrebbe da un altro membro Nato; ma, addirittura, le stesse minacce di Trump potrebbero teoricamente consentire alla Danimarca di richiedere un sostegno preventivo da parte degli altri membri Nato, prima che la minaccia si concretizzi.

Comunque, tra i due casi – Venezuela e Groenlandia – le differenze sono parecchie. Quest’ultima sarebbe molto facile da conquistare e controllare a livello logistico: gli Usa hanno già una grande base aerea nel Nord dell’isola, che per di più è praticamente spopolata e dunque estremamente vulnerabile.

Le complicazioni si manifesterebbero ex-post e sarebbero essenzialmente di carattere geopolitico, portando ad una potenziale deriva delle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico ma anche a potenziali scontri nell’Artico con navi russe e cinesi, che presidiano la regione in base ai propri interessi strategici.

L’esatto contrario del Venezuela, che è meno esposto a rivendicazioni e rappresaglie concrete da parte di altre potenze (la geografia – del resto alla base della dottrina Monroe – conta eccome), ma che è invece molto difficile da controllare a livello territoriale, trattandosi di un Paese di 30 milioni di abitanti caratterizzati per di più da un forte sentimento patriottico e nazionalistico. Non a caso la repubblica è stata ribattezzata, dai tempi di Hugo Chávez, bolivariana.

Che fare, dunque, per evitare che questo “attivismo” di Trump sulla scena internazionale si riveli deleterio per l’Europa e per i nostri rapporti con gli Usa? Innanzitutto, noi europei dovremmo capire che gli Stati Uniti guardano al mondo con “lenti” diverse dalle nostre, che sono molto più sensibili agli aspetti giuridici legati al rispetto del diritto internazionale.

Negli Usa, in questi giorni il dibattito non è tanto incentrato sulla legittimità giuridica del blitz di Caracas, quanto sull’utilità di tale operazione in termini di aver consegnato alla giustizia un dittatore (e potenzialmente criminale) come Maduro e dei ritorni sul piano economico legati alla possibilità di sfruttare le immense riserve petrolifere detenute dal Venezuela (le prime al mondo).

Non dimentichiamoci, del resto, che negli Usa è lecito sparare all’intruso che invade una proprietà privata, mentre in Europa si parla invece di eccesso di legittima difesa.

Inoltre, nei prossimi mesi ci dovremo probabilmente attendere un dibattito sempre più acceso all’interno del Partito repubblicano tra l’ala più interventista guidata dal Segretario di Stato Rubio e quella “MAGA”, decisamente più isolazionista, di cui J.D. Vance (non a caso in ombra in questi ultimi giorni) è l’esponente di riferimento.

L’Europa deve dunque cercare di andare oltre la difesa (pur legittima) del diritto internazionale e del multilateralismo, ma deve agire in maniera rapida e compatta cercando di sviluppare una propria capacità di deterrenza per difendersi dall’aggressività di potenze esterne che non hanno alcuna intenzione di agire in punta di fioretto mettendo la diplomazia al primo posto.

Il governo italiano, che attraverso le dichiarazioni pragmatiche e realiste della premier Meloni e del ministro Tajani ha mostrato equilibrio, può svolgere un ruolo importante come uno dei Paesi fondatori della Nato e tra i più legati storicamente e culturalmente agli Stati Uniti, non fosse altro per i quasi 20 milioni di cittadini americani di origine italiana.

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L’Europa deve agire in maniera rapida e compatta cercando di sviluppare una propria capacità di deterrenza per difendersi dall’aggressività di potenze esterne. Il governo italiano, che attraverso le dichiarazioni pragmatiche e realiste della premier Meloni e del ministro Tajani ha mostrato equilibrio, può svolgere un ruolo importante come uno dei Paesi fondatori della Nato e tra i più legati storicamente e culturalmente agli Stati Uniti. L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

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