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Con la visita a Gaza dell’inviato speciale Steve Witkoff — incaricato da Donald Trump di gestire i dossier negoziali più strategici, tanto che dopo il Medio Oriente si recherà in Russia — l’amministrazione statunitense ha voluto sottolineare il proprio impegno nel fronteggiare la crisi umanitaria nella Striscia, conseguenza della prosecuzione della durissima offensiva israeliana scattata dopo l’attentato di Hamas del 7 Ottobre 2023, che ha dato inizio all’attuale stagione di guerra. Non a caso, la Casa Bianca ha annunciato, in concomitanza con la missione gazawi dell’inviato, un nuovo piano di aiuti umanitari, segnale di un tentativo di bilanciare la comunicazione su più fronti.

La gestione è molto complessa. Da un lato, il presidente Trump ha riconosciuto la gravità della situazione umanitaria, sottolineando come anche la first lady Melania sia rimasta scioccata dalle immagini provenienti da Gaza, e ha ammesso — smentendo la linea del governo di Benjamin Netanyahu — che a Gaza si muore di fame. Dall’altro, Trump continua a ribadire che la responsabilità ultima della crisi ricade su Hamas, affermando che la fine delle sofferenze dei palestinesi dipende dalla resa del gruppo e dal rilascio degli ostaggi. Allo stesso tempo, rivendica il proprio ruolo come “il presidente più amico di Israele” nella storia degli Stati Uniti.

Ma il fronte interno Maga mostra segnali di fermento, anche sotto la superficie dell’apparente compattezza. La deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, figura di spicco del movimento Maga e parte del presente e del futuro del Partito Repubblicano, è stata la prima tra i congressisti del GOP a definire la guerra a Gaza un “genocidio”, usando il termine innominabile per Israele e segnando un precedente nel discorso interno al partito. Questo sentimento di crescente scetticismo verso il sostegno incondizionato a Israele è condiviso anche da altri influenti esponenti del panorama conservatore, come Myron Gaines, seguitissimo sui social, e il podcaster Jack Posobiec, che ha evidenziato una netta divisione generazionale all’interno della base Maga: “Gli over-40 supportano [Israele], gli under-40 vanno dallo scettico al voler tagliare tutti i legami”, ha spiegato ad Axios. Da notare che in questo distacco dallo Stato ebraico non mancano eccessi antisemiti, noti negli ultra-nazionalisti repubblicani.

Un recente sondaggio Gallup ha confermato la profondità della frattura generazionale e politica sul conflitto di Gaza. Mentre il 71% degli elettori repubblicani dichiara di approvare l’azione militare israeliana — una percentuale in lieve crescita rispetto a settembre 2024 — l’approvazione tra la popolazione americana nel suo complesso è crollata al 32%, con un netto 60% di contrari. La distanza si accentua ulteriormente tra gli elettori più giovani: tra gli under 35, solo il 10% sostiene le operazioni israeliane, e appena il 6% esprime un giudizio favorevole sul primo ministro Netanyahu.

Questi dati evidenziano la difficoltà di Trump nel gestire un elettorato sempre più diviso, stretto tra la lealtà storica a Israele e una nuova corrente “America First” che mette in discussione in primo luogo il costo e il senso strategico dell’alleanza, ma segna anche un interesse per la crisi umanitaria. “Israele, che se ne renda conto o meno, si è reso il cattivo del mondo nel lasciare che questa cosa andasse avanti così a lungo. Hanno perso il sostegno tra i loro amici più cari”, ha avvertito questa settimana l’influente conduttrice radiofonica conservatrice Megyn Kelly.

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