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Quella di Joshua Wong è una vicenda grave, una storia di palese violazione dei diritti fondamentali di libertà, e di soffocamento vero e proprio di qualunque principio democratico, su cui tutta la comunità politica internazionale deve assolutamente continuare a farsi sentire anche con il supporto di chi fa informazione.

Non è la prima volta che la Repubblica Popolare Cinese è teatro di fatti come questo, probabilmente non sarà l’ultima, ma ciò non può essere una scusa per far finta di non vedere, anzi deve spingerci a denunciare e ad agire con ancora più forza.

Non credo sia necessario ripercorrere tutte le battaglie condotte in questi anni da Joshua e dai suoi colleghi e sostenitori, i numerosi arresti che lo hanno raggiunto testimoniano la sua tenacia e l’estremo coraggio con cui ha portato avanti lotte sacrosante che hanno avuto un appoggio enorme grazie a denunce e appelli lanciati in sua difesa da ogni parte del mondo.

Ricordo solo che un gruppo bipartisan di legislatori americani, coordinati dal senatore repubblicano Marco Rubio, nel 2018 avanzò anche la nomination al Nobel per la pace di quell’anno per Wong e tutto il Movimento degli ombrelli protagonista dell’omonima rivoluzione pacifica, iniziata nel settembre del 2014 e durata ben 79 giorni, per richiedere libere elezioni politiche come previsto dagli accordi stipulati nel 1997 per la restituzione di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina.

Quello fu solo l’inizio di una storia che in questi anni non si è mai conclusa, fatta di battaglie con cui, in nome della libertà e della democrazia, si continua a chiedere il rispetto di principi e accordi che invece sono stati e continuano ad essere violati.

Tornando all’ultimo episodio che lo vede protagonista, e cioè la condanna a tredici mesi e mezzo di carcere per incitamento, organizzazione e partecipazione a una manifestazione illegale nel 2019, nell’ambito delle dure proteste registrate nell’ex colonia britannica a favore delle riforme e contro il governo locale e di Pechino, non posso fare altro che sottoscrivere in pieno l’appello che il Partito radicale Transnazionale aveva rivolto già prima della sentenza (che era ampiamente prevedibile) alle due Camere del Parlamento italiano.

Ritengo che sia doveroso attivarsi con urgenza a sostegno degli attivisti pro-democrazia di Hong Kong e a favore dei diritti garantiti a tutti i cittadini della Regione autonoma dalla sua Legge fondamentale e dalla dichiarazione congiunta Sino-Britannica.

Dobbiamo condannare l’arresto di Joshua Wong, Agnes Chow, Ivan Law e di tutti gli altri attivisti, chiederne il rilascio immediato e condannare formalmente l’imposizione della Legge sulla sicurezza nazionale da parte delle autorità di Pechino che vìola la Legge fondamentale di Hong Kong e la dichiarazione congiunta Sino Britannica depositata alle Nazioni Unite, due strumenti quest’ultimi che dovrebbero garantire a quella regione un’ampia autonomia e un sistema di stato di diritto secondo il principio cardine del “Un paese, due Sistemi”.

Il Governo italiano non può fare a meno di occuparsi di questa vicenda e di considerare queste richieste priorità diplomatiche nei rapporti bilaterali tra l’Italia e la Repubblica Popolare cinese.

Italia-Cina, Hong Kong sia una priorità. Il commento di Giachetti (IV)

Di Roberto Giachetti

Il governo italiano non può fare a meno di occuparsi degli arresti dei giovani attivisti di Hong Kong e di considerare la loro libertà tra le priorità diplomatiche nei rapporti bilaterali con la Cina. Scrive Roberto Giachetti, parlamentare di Italia Viva

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