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Con il passare delle ore l’accordo di tregua raggiunto da Israele e Hamas sembra reggere. L’accordo, pieno di criticità ma al momento l’unica strada possibile per una sistemazione più stabile, è il risultato di una convergenza di interessi regionali e pressioni internazionali, porta il marchio chiaro del presidente statunitense Donald Trump. Che ha chiuso (per il momento) questo dossier, ma ne ha altri aperti. Formiche.net ha chiesto a Ian Bremmer, fondatore e presidente di GZero Media ed Eurasia Group, la sua visione sulla situazione in Medio Oriente, ma anche sui possibili sviluppi della guerra in Ucraina e dei rapporti globali con la Cina.

Come valuta l’accordo sulla tregua in Medio Oriente? Pensa che sia destinata a durare?

Non sappiamo ancora se questo accordo di pace porterà a una pace duratura, ma sicuramente è un accordo importante. L’unica leva che Hamas aveva erano questi venti ostaggi che hanno tenuto prigionieri per due anni, ma ora sono stati tutti rilasciati. Sono stati molto riluttanti a farlo fino alla fine, e adesso possono soltanto sperare che Israele non li colpisca ulteriormente. Non c’è nient’altro che li tenga in gioco. E come avrete sicuramente sentito, il presidente Trump ha incaricato Steve Woodcock e Jared Kushner di parlare direttamente con i leader politici di Hamas, garantendo che gli Stati Uniti avrebbero assicurato che Israele avrebbe rispettato la sua parte dell’accordo se Hamas avesse fatto lo stesso. Ed è questo che li ha convinti a firmare, oltre al fatto che la sua forza si è drasticamente ridotta. Secondo i servizi segreti statunitensi, circa il 90% delle capacità militari di Hamas sono state distrutte da Israele negli ultimi due anni. Ma ci sono stati anche altri fattori più politici.

Ad esempio?

Ad esempio, il fatto che Hamas è un interlocutore nella regione, in particolare per attori come Qatar, Turchia ed Egitto, che hanno tutti detto a Hamas che la leadership politica deve accettare questo accordo, e che non ci saranno altre opportunità. Ma alla fine, è stata la volontà di Trump di sostenere questo accordo che lo ha reso possibile. Nel suo complesso, dunque, credo che sia uno sviluppo importante. Anche per le sue conseguenze pratiche, dal rilascio di tutti gli ostaggi all’evacuazione di Gaza dall’Idf. Ma ricordiamoci che questo non equivale al disarmo operativo di Hamas sul terreno a Gaza. Ed è questo che sarà necessario per ottenere il ritiro completo delle forze di difesa israeliane. E questi ultimi due fattori saranno necessari per ottenere una pace duratura. E non sono nemmeno sicuro che la leadership politica di Hamas abbia la capacità operativa di ordinare efficacemente e di eseguire questo ordine sul campo.

Perché lo pensa?

Non sappiamo come sia la struttura organizzativa di Hamas dopo che tutti questi leader sono stati assassinati, non sappiamo quanto sia decentralizzata, quanto operi a livello locale. Quindi penso che ci siano grandi interrogativi sul fatto che questa possa diventare una pace permanente. Ma, di nuovo, non si tratta di un annuncio di Trump, come quello sull’Armenia e l’Azerbaigian o quello sulla Thailandia e la Cambogia. Questo è un annuncio reale, con i leader di tutto il mondo che sono volati a Sharm el-Sheikh per sostenerlo. Ricordate, solo tre settimane fa, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tutti questi alleati americani si opponevano alla politica degli Stati Uniti e riconoscevano uno Stato palestinese che non esiste. E Washington sembrava isolata. Ora tutti questi leader sono andati in Egitto, sostenendo Trump e dicendo che appoggiano questo accordo di pace. Quindi penso che ci sia stato un cambiamento molto, molto significativo nella politica estera degli Stati Uniti. Ed è un grande successo per Trump.

Successo che però non riesce ancora a trovare in Ucraina.

Penso che siano davvero pochissime le occasioni in cui si può vedere un presidente americano ammettere il proprio fallimento in qualcosa. E trovo molto interessante che Trump quando fallisce in qualcosa finga che non sia mai successo e non ne parli mai. Ma sulla Russia, al contrario, continua a ricordarlo in modo costante. E lo descrive esplicitamente come un fallimento. Ha detto che pensava sarebbe stato facile, ma che si è rivelato molto più difficile del previsto, e che pensava che avrebbe potuto usare il suo rapporto con Putin per ottenere un cessate il fuoco, ma non ci è riuscito. Anche nel discorso alla Knesset ha tirato fuori la questione Russia-Ucraina, ammettendo il suo fallimento. Nel suo più grande momento di successo come Presidente sulla scena della politica estera, ha ammesso il suo fallimento sulla questione Russia-Ucraina. Quindi non se ne sta dimenticando, è arrabbiato per questo. Ed è arrabbiato con Putin. E sembra che sia disposto a fare molto di più.

Si riferisce alla questione dei Tomahwak?

Mi riferisco al sostegno diretto all’Ucraina con armi a lungo raggio e intelligence, ma anche all’ esercitare pressioni sui suoi amici che acquistano petrolio russo, come Viktor Orban in Ungheria, Recep Erdogan in Turchia e anche Modi in India, perché vuole che la Russia ne subisca le conseguenze. Come ha fatto a convincere Israele e Hamas a raggiungere un accordo? Ha fatto capire a entrambi che ci sarebbero state delle conseguenze se non avessero accettato i suoi termini. Lo ha fatto con successo anche con Zelensky, come avete visto durante l’incontro alla Casa Bianca di qualche mese fa. Ma con Putin la situazione è diversa. E penso che dovremmo aspettarci un’escalation delle conseguenze che Putin subirà in un’economia già gravemente danneggiata per aver continuato a perseguire questa guerra. Ora, come reagirà Valdimir? Non ne abbiamo idea. Intensificherà la guerra o sarà disposto a sedersi al tavolo e parlare con Zelensky? Non lo sappiamo. Ma una di queste due cose accadrà. La situazione è destinata a cambiare.

Come valuta invece l’approccio di Trump nei confronti della Cina? Con Pechino sembra che il presidente Usa segua una linea diversa.

Penso che la Cina sia un Paese unico poiché, come direbbe Trump, “ha le carte in mano”, che vuol dire che ha la capacità e la volontà di rispondere agli Stati Uniti quando Trump li attacca. Non solo è un Paese molto più forte degli altri attori con cui Trump sta cercando di negoziare con successo, sia in campo militare che economico e commerciale, ma ha anche un leader che è al potere da molto più tempo di Trump, con molte meno preoccupazioni riguardo all’opposizione interna. Ricordiamoci quando Trump ha imposto per la prima volta i dazi alla Cina nel giorno della Liberazione: Pechino ha reagito piuttosto duramente e Trump ha dovuto fare marcia indietro. E ora lo vediamo di nuovo con i controlli sulle esportazioni americane e la reazione cinese con accordi di licenza più severi sui minerali critici. Trump minaccia dazi del 100%, ma fa marcia indietro quasi immediatamente, soprattutto dopo che i mercati statunitensi reagiscono in modo piuttosto allarmante. Quindi penso che il presidente voglia davvero trovare un modo per arrivare a un accordo, che dovrebbe pagare. E sospetto che quell’accordo sarà considerato molto più equo da entrambe le parti rispetto a molti altri accordi che ha stretto con altri Paesi più deboli, con leader più deboli in tutto il mondo.

 

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