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La morte di Ruth Bader Ginsburg è una notizia fulminante per la sua importanza politica che può diventare storica. Una sorta di october surprise anticipata in grado forse di cambiare le sorti della competizione presidenziale. La più anziana tra i membri della Corte Suprema lascia infatti uno spazio di azione inaspettato — quanto enorme — sul finale del secondo mandato di Donald Trump.

Adesso infatti, a due mesi da Usa2020, il presidente ha l’opportunità di nominare il suo terzo giudice supremo e di scegliere un altro conservatore (dopo Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh). Ginsburg, 87enne e malata da tempo di un cancro al pancreas, è stata finora una sorta di icona vivente. Liberal, paladina dei diritti delle donne: “Non chiedo favori per il mio sesso, chiedo solo che smettano di calpestarci”, una sua frase storica con cui sosteneva la necessità che le discriminazioni sessuali venissero equiparate legalmente a quelle razziali; negli anni Settanta divenne famosa per aver vinto la causa Frontiero versus Richardson, in cui difese le ragioni di una sottotenente dell’aeronautica discriminata dal sessismo dei commilitoni maschi. Era stata nominata da Bill Clinton nel 1993. La sua immagine è impressa in gadget, la sua storia è raccontata da film holliwoodiani (“Una giusta causa”) e documentari di successo (“Alla corte di Ruth”), passando per puntate di “Will and Grace”; è forse il giudice di cui la maggior parte degli americani conosce il nome (se non è l’unico a godere di questa considerazione tra la gente comune).

Ora, Trump ha in mano una carta potentissima perché nominando un nuovo giudice gli equilibri della Corte Suprema americana — composta da nove figure e chiamata a esprimere l’ultimo giudizio su tutti i contenziosi piuttosto importanti (di qualsiasi genere — potrebbero spostarsi verso il 6 a 3 a favore dei conservatori. Ossia Trump può essere il presidente che creerà l’organismo in grado di modificare le scelte degli Stati Uniti per la prossima generazione (i giudici restano in carica a vita). Significa che dal nome scelto dal presidente dipenderà la capacità di indirizzare il senso della legge su temi come i diritti civili, il lavoro, l’immigrazione, i meccanismi istituzionali e l’economia.

Un tesoro enorme che la Casa Bianca e il Partito repubblicano non intendono certamente farsi sfuggire. Tant’è che i senatori Rep hanno già cambiato la posizione informale che loro stessi decisero contro Barack Obama dopo la morte del giudice Anthony Scalia. Venuto a mancare nel febbraio del 2016, la sua successione fu ai tempi uno dei passaggi più aspri tra Casa Bianca e Congresso, Democratici e Repubblicani. Questi ultimi infatti, controllando il Senato (che per check&balance ha il compito di approvate la scelta presidenziale dei giudici), si rifiutarono di votare il successore progressista scelto da Obama.

Un boicottaggio formalmente deciso perché in quell’anno non era considerato adeguato che il presidente scegliesse un nuovo giudice in quanto avrebbe concluso il secondo mandato e lasciato lo Studio Ovale: l’8 novembre 2016 ci sarebbero state infatti le elezioni che poi portarono alla vittoria Trump. Tecnicamente scegliere per la Corte nell’anno delle elezioni non è impossibile. Ora, sebbene si voterà tra soli 44 giorni, i senatori repubblicani si dicono pronti a organizzare la ratifica rapida del nome che il presidente proporrà. Sono dichiarazioni a caldo, ma questa potrebbe essere la decisione finale. Una mossa che inasprirà ancora i toni di un dibattito pubblico, non solo politico ma sociale, già altamente polarizzato. Per Trump è un’enorme occasione, perché si ritrova in mano un rigore a porta vuota per rinsaldare ulteriormente il legame col partito, che a quel punto userà tutte le potenzialità di diffusione facendo di tutto in queste ultime settimane per aiutare un presidente che guiderà il paese per altri quattro anni e con la forza di avere una Corte Suprema con sei conservatori, di cui tre membri nominati da lui stesso.

Tra i venti nomi che Trump ha già pronti in tasca, ci sono già quelli degli iperconservatori senatori Ted Cruz, del Texas e Tom Cotton, dell’Arizona. D’altra parte, certamente, la spinta sull’acceleratore della nomina potrebbe non piacere a molti indecisi (reale ago della bilancia nelle elezioni), che potrebbero partire da questa forzatura, questa imposizione, per votare contro Trump. “La mia ultima e fervente volontà è di non essere rimpiazzata fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca“, ha detto Ginsburg sul letto di morte.

 

Muore l’icona liberal Ginsburg. Trump potrà scegliere un altro giudice supremo?

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