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La pandemia si attorciglia nelle rivolte di piazza, e subito i medium della politica – editorialisti, consiglieri, politici in cerca di visibilità – evocano il fantasma della solidarietà nazionale. Già. Come se Trump nella pandemia avesse teso la mano all’avversario, o Merkel avesse cambiato il governo, o Macron avesse cercato Le Pen.

Non funziona così. La solidarietà nazionale è uno stato d’animo collettivo, non una formula politica. Lo fu in Italia, negli anni del terrorismo, ma non funzionò neppure allora, si infranse al primo voto su una questione seria, che in quella occasione fu il voto sulla adesione al Sistema Monetario Europeo (la Dc votò a favore, il Pci no).

Ora si parla di un governo con “tutti dentro”, ma il virus non c’entra niente. Certo, la debolezza dell’Italia nella lotta al virus è stata la divisione delle forze decisionali: ma questo attiene al difficile equilibrio tra Regioni e Stato, non ai rapporti tra le forze politiche. Si può dire persino che l’opposizione non abbia disturbato più che tanto il manovratore, al di là di proclami piuttosto blandi.

Non è il virus a evocare un nuovo governo. La verità è che sotto il fuoco dell’epidemia la politica cova le contraddizioni di prima. Vediamone alcune.

Prima contraddizione: Renzi volle questo governo per evitare il voto, ma ha sempre considerato Conte un usurpatore e ha sempre sperato che fosse possibile sostituirlo in corsa. E Renzi è determinante al Senato, si capisce che i suoi stati d’animo contino.

Seconda: i 5 Stelle accettano l’alleanza col Pd per non estinguersi nelle elezioni, ma sanno che andando avanti si estingueranno del tutto. E allora si dividono, cercano sbocchi per le cerchie individuali e non più per un movimento a cui non crede più nessuno. Conte è invocato da chi spera in una seconda vita al suo seguito, è vissuto come un disturbo dagli altri.

Terza contraddizione: l’opposizione ha capito che il voto anticipato è impossibile. Manca la legge elettorale, la pandemia dilaga, tutto ciò porta la legislatura nelle acque sicure del semestre bianco, che inizia a luglio. Poi ci sarà il Quirinale da contendersi, e dopo quella scadenza nessuno avrà voglia di infilarsi in un voto anticipato. Arrivederci dunque al 2023. E nel centrodestra c’è chi pensa che questi tre anni sarebbe meglio passarli al governo piuttosto che all’opposizione. Tutto qui.

Basteranno queste contraddizioni a far cadere Conte e a provocare la nascita di un governo bipartisan? Difficile. Conte forever, allora? Dipende da lui. In questi giorni ha perso colpi, forse inevitabilmente. Ma il boccino è in mano sua: se dà segni di vita, e di vitalità, difficilmente potrà essere scalzato.

E arriverà sano e salvo alle elezioni politiche. Che saranno imprevedibili, e non si giocheranno tra gli attuali protagonisti. Con un elettorato italiano sempre più mobile: si è visto alle amministrative, dove a Bari, Napoli, Chieti, la destra ha votato per la sinistra, e in Veneto e Liguria, dove è avvenuto il contrario.

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