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Che Giuseppe Conte, intervenuto alla festa del Fatto quotidiano, che è oggi sicuramente il giornale a lui più vicino, abbia non solo fatto a Sergio Mattarella gli elogi di prammatica che un presidente del Consiglio non può non fare a chi lo ha insediato, ma si sia spinto tanto oltre da ipotizzare per lui un secondo mandato, ha sicuramente un valore politico molto forte e preciso.

Come è noto il tabù della rielezione di un Presidente della Repubblica è stato infranto la prima volta nel 2013, allorché quasi tutte le forze politiche, per uscire dall’impasse in cui si trovavano, chiesero ad un Giorgio Napolitano più o meno convintamente recalcitrante di protrarre il suo mandato. Cosa che avvenne per altri due anni, prima che le sue dimissioni creassero le condizioni che hanno portato l’attuale capo dello Stato al Quirinale. Le uniche forze politiche che in quell’occasione non votarono per Napolitano furono, oltre a Sel, i Cinque Stelle e Fratelli d’Italia, che però, soprattutto le ultime due, non avevano i consensi attuali ed erano del tutto marginali in quella legislatura.

Due sono perciò le domande da porsi: se, a parte l’impasse che potrebbe crearsi, quelle condizioni siano oggi ripetibili; e se, una volta infranto il tabù, sia opportuno continuare per questa strada. Cominciando da questo secondo punto, direi che la prassi della non rielezione, oltre il semplice dettato costituzionale che non la esclude, si sia affermata per uno ratio di sistema non indifferente. Il Presidente della Repubblica, infatti, nel nostro ordinamento, oltre a rappresentare l’unità e la coesione nazionale, è anche la carica che dura più di tutte, più di una legislatura, quasi a voler confermare il carattere super partes, istituzionale e di garanzia che gli dovrebbe essere proprio.

Che poi nella realtà delle cose, per una serie di motivi, non sia proprio così, dipenda da vari fattori, di cui due mi sembrano particolarmente rilevanti: Da una parte, ad esprimere i Presidenti della Repubblica sono comunque delle forze politiche, e spesso loro stessi hanno militato in politica per più anni in un Partito ben preciso: nella Prima Repubblica vigeva addirituta un’informale alternanza fra un cattolico (democristiano) e un laco, mentre i comunisti erano tenuti fuori dal gioco pur essendo una forza costituzionale al contrario dei neofascisti.

Dall’altra, i compiti del Capo dello Stato non sono sempre ben specificati, e si svolgono di fatto a “fisarmonica”: si va da un atteggiamento quasi notarile (che può non significare imparziale perché anche il non agire ha a volte una forte valenza politica) ad uno interventista, anche solo a parole (si pensi alle “esternazioni” di Cossiga) le quali, per l’autorevolezza di chi le pronuncia, non possono non avere anche un effetto performativo.

Una delle ragioni per cui sarebbe preferibile il presidenzialismo consiste, a mo avviso, proprio nell’uscita, la più democratica possibile, da questo equivoco di fondo. Fatto sta che proprio perché il nostro Presidente della Repubblica è quasi un monarca costituzionale, come lo definisce qualcuno (la sede è in effetti rimasta quella dei Re), andare oltre i sette anni è contro lo spirito della Carta se non contro la lettera, una forzatura non consigliabile senza necessità.

Ma la cosa più rilevante è che quelle condizioni politiche per la rielezione evocate da Conte oggi non ci sono ed è gioco forza pensare che non ci saranno nemmeno fra due anni, alla scadenza del mandato. Un parlamento diviso rieleggerebbe, non certe nelle prime votazioni quando la soglia è molto alta, un Presidente in cui non si identifica quasi la metà di esso. Tutto è possibile, ma sarebbe davvero un po’ troppo, indipendentemente dal giudizio che si può avere su Mattarella.

Ma allora perché Conte ha di fatto aperto esplicitamente quella campagna per il Quirinale che è un po’ latente in tutta la legislatura? Credo perché sia egli stesso a mirare a quel posto e, per costruirsi un viatico, cerca di stanare le intenzioni di Mattarella e di quel Draghi che in realtà, oltre gli elogi di maniera, egli considera il vero competitor. Quanto all’esperienza storica, essa ci dice che quasi sempre alle elezioni per il Quirinale, come in Conclave, si entra Papa e si esce cardinale. Cioè il nome del prescelto sarà quello forse meno atteso. Meglio sarebbe concentrarsi sui problemi reali, e seri, del Paese.

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