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Il ministro dell’Interno libico, Fathi Bashaga, è stato riammesso in servizio. Sospeso dal Consiglio presidenziale guidato da Fayez al Serraj, potrà tornare dunque al suo posto. La vicenda aveva segnato l’affiorare in superficie di correnti e divisioni interne al governo onusiano Gna. Bashaga è stato accusato di non aver gestito bene le proteste anti-governative che in queste settimane si sono svolte a Tripoli – sottinteso: non aveva fatto abbastanza per fermarle, anzi l’accusa informale era di avere fomentate, con l’intento di mettere in imbarazzo Serraj.

Il premier e il ministro sono due degli uomini forti del governo, portatori il primo delle istanze delle fazioni interne alla capitale, l’altro di quelle della potente città di Misurata (che ha difeso militarmente e politicamente il Gna durante la fase più buia dell’aggressione dei ribelli dell’Est). Soprattutto, Bashaga è considerato molto vicino alla Turchia, per via dei collegamenti intrecciati nella Fratellanza musulmana; viceversa, Serraj, che ha comunque ottimi rapporti con Ankara, è considerato un attore politico più indipendente.

In ballo c’è il futuro della Libia, che passa anche da questo genere di interconnessione e interdipendenze. I turchi hanno fornito assistenza militare di qualità al Gna e gli hanno permesso di respingere in Cirenaica i ribelli haftariani. Il punto è quanto dare in cambio di questa assistenza nell’ambito della costruzione di una sfera di influenza che la Turchia ha già piantato in Libia. La sospensione di Bashaga è stata letta da diversi analisti anche come un tentativo di marcare indipendenza e autonomia da parte di Serraj.

Bashaga, durante la sospensione, era stato ospitato in Turchia per una consultazione nella quale aveva incassato il sostegno da parte del governo locale. L’audizione del ministro si è svolta – come da sua richiesta – a porte aperte, con i mezzi delle unità a lui più fedeli, le forze dell”anti-droga, che hanno circondato l’edificio del ministero in assetto minaccioso. Il ministro non ha mai perso presa tra i suoi uomini, come dimostrato dalle unità fedeli di Misurata che lo avevano accolto all’aeroporto al rientro dal viaggio in Turchia. La riabilitazione di Bashaga, al di là degli aspetti più tecnici legati all’interrogatorio a cui è stato sottoposto e per cui è stato discolpato, potrebbe anche frutto del suo peso tra le milizie, oltre che di qualche pressione proveniente da Ankara, anche se rientrerà con un ruolo più limitato.

Oggi di Libia ha parlato anche l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e di sicurezza, Josep Borrel durante una visita al Cairo. Secondo lo spagnolo della Commissione Ue, nel paese il problema sostanziale riguarda il rispetto dell’embargo sulle armi, che non viene seguito “da nessuno” e che rende “abbastanza difficile” pensare alla stabilizzazione. L’Unione europea ha attivato per far rispettare l’embargo una missione navale, “Irini” – “abbiamo provato a fare quello che possiamo per attuare questo embargo”, ha detto Borrel, ammettendo risultati limitati.

L’Alto rappresentante ha dimostrato la propria frustrazione dal Cairo, parlando in conferenza stampa accanto al ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry. L’Egitto è un paese che ha sempre sostenuto militarmente il lato della Cirenaica e ancora oggi favorisce la logistica degli aiuti militari che gli Emirati Arabi continuano a inviare al capo miliziano dell’Est, Khalifa Haftar – rinforzi che scavalcano la missione europea, perché arrivano per via aerea in Egitto e proseguono verso la Libia lungo il confine terrestre. Sull’altro lato, la Turchia ha stretto con il governo onusiano internazionalmente riconosciuto un accordo di cooperazione militare che si è tradotto nell’assistenza contro gli haftariani attraverso l’invio di uomini (più che altro mercenari siriani) e armamenti (su tutti i droni che hanno spazzato via la campagna tripolina di Haftar).

(Foto: Twitter, @Fathi_Bashaga)

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