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La curiosa parabola che ha consegnato l’azienda Taiwan Semiconductor Manufactoring Company (Tsmc) alle prime pagine nelle ultime settimane potrebbe segnalare un nuovo fronte nella guerra tecnologica in corso tra Stati Uniti e Cina.

L’azienda con sede a Taiwan, leader mondiale nella produzione di microchip all’avanguardia, è da mesi uno dei principali contenziosi tra Washington e Pechino. Tanto per la sua accresciuta posizione di mercato, quanto per una impareggiabile expertise nella fabbricazione dei microchip, cruciali nelle tecnologie moderne dagli smartphone, ai tablet per finire ai sistemi d’armamento.

Nell’ottica delle crescenti tensioni sinoamericane, la centralità che ha acquisito Tsmc negli equilibri geopolitici tra i due colossi consiste in un due dati di fatto: l’azienda taiwanese, punto nevralgico nelle high-tech supply chain, è il principale fornitore del colosso delle telecomunicazioni Huawei. Non che i clienti americani – da Apple a Qualcomm, passando per Intel – non ne siano al pari dipendenti per la fabbricazione: il 60% delle vendite di TMSC va negli Stati Uniti, mentre “solo” il 20% è diretto al mercato cinese (di cui il 12% è rappresentato da Huawei).

Ma queste quote non devono essere fraintese, e questo ci porta al secondo dato: la dipendenza commerciale del gigante delle telecomunicazioni cinese è dovuta al fatto che la Cina non ha sviluppato (per ora) un’industria dei microchip che sia al pari di quella dei rivali taiwanesi, coreani e americani, risultando circa tre anni indietro rispetto ai concorrenti in termini di design e progettazione. Pechino ha stimato che con il piano industriale “Made in China 2025” il Paese riuscirà a soddisfare il 70% della domanda interna di microchip entro il 2025, con le quote stabilite allora per il 2020 che oggi non risultano chiare. Le nuove politiche del governo cinese, tra cui incentivi fiscali per stimolare il settore, non sembrano sufficienti secondo gli analisti per colmare il divario tecnologico con i competitors stranieri, né tanto meno il più grande player cinese, Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic), sembra poter stare al passo come riportato da Cnbc nel breve-medio periodo. La scorsa settimana Richard Chang Rugin, fondatore dell’azienda cinese con il supporto del governo per rivaleggiare con Tsmc, aveva dichiarato con ottimismo che Smic potesse scalare le gerarchie e colmare il gap con le aziende americane. Nonostante l’aumento di capitale da parte del governo rispettivamente di 2,5 e 6,6 miliardi a maggio e luglio, Smic nel 2019 ha registrato 3 miliardi di dollari di vendite, meno della metà di quelle di Tsmc nella sola Cina.

Ecco perché le restrizioni imposte da Washington hanno duramente colpito Huawei, come raccontato da Formiche.net. Huawei, infatti, conta su Tsmc per la produzione di microchip da 7 nanometri ad una scala essenziale per soddisfare le sue vendite e come anticipato non esiste controparte cinese che possa colmare quella fetta di mercato. La compagnia di Shenzhen ha recentemente confermato di aver quasi esaurito le scorte di semiconduttori come conseguenza delle restrizioni, ipotizzando un rallentamento significativo delle vendite di smartphone rispetto al 2019.

Se minare la supply chain di Huawei ha avuto i suoi risultati nell’ottica strategica dei policymaker americani a partire dallo scorso maggio, nel giro di due mesi Tsmc ha riguadagnato terreno spuntandola ai danni di Intel la scorsa settimana, con un aumento del 50% del suo stock di mercato che l’ha proiettata nella top ten delle compagnie mondiali. Seppur il “re dei semiconduttori” sia ormai diventata un’azienda insostituibile nelle catene del valore globali high-tech (il 51,5% delle quote di mercato secondo Trendforce), la stretta interdipendenza di Tsmc con l’ecosistema tecnologico la rende sempre più sensibile rispetto agli smottamenti nel settore indotti dalle frizioni tra Stati Uniti e Cina, e dunque vulnerabile rispetto alle mosse dei due colossi tecnologici.

Come riporta il quotidiano Nikkei Asian Review, le aziende cinesi Quanxin Integrated Circuit Manufacturing (Qxic) e Wuhan Hongxin Semiconductor Manufacturing (Hsmc), attraverso due progetti finanziati dal governo, hanno iniziato una massiccia campagna di reclutamento di 100 ingegneri e manager da Tsmc, mettendo sul piatto lauti salari, benefit e compensazioni ben più competitive rispetto a quanto offerto dall’azienda di Taiwan. L’obiettivo è quello di indurre un vero e proprio “trasferimento tecnologico” attraverso le competenze dei nuovi addetti per avviare la produzione di microchip da 14 e 12 nanometri e così rilanciare la posizione di mercato delle industrie cinesi.

Si tratta chiaramente di una manovra volta tanto ad aggirare le sanzioni americane e così accedere, per via indiretta, a un prezioso know-how, quanto a ridurre i margini di competitività dell’azienda taiwanese che ha di fatto aderito ai pacchetti di sanzioni americane. Sempre secondo il quotidiano giapponese, vi sono chiaramente dei limiti impliciti in questa strategia: se da una parte il flusso di conoscenza potrà aiutare l’ecosistema delle aziende cinesi, rimane comunque la difficoltà di costruire siti di produzione di alto livello e la mancanza di una solida e qualificata forza lavoro. Secondo la rivista americana Fortune, infatti, l’equipaggiamento utilizzato nelle fabbriche di Tsmc, seppur disponibile a livello commerciale, è sostanzialmente legato a processi e stadi di produzione inimitabili in altri contesti industriali. Come ha sottolineato efficacemente Philip Wong, vicepresidente della corporate research dell’azienda, “potrei comprare la stessa racchetta di Serena Williams, ma non riuscirei a utilizzarla bene come lei”.

Inoltre, vi è la questione riguardante i diritti di proprietà intellettuale. Tsmc ha annunciato di voler adottare “misure appropriate” per tutelarli, dal momento che come azienda ha sempre agito in conformità rispetto alla “proprietà intellettuale delle altre aziende”. Come ha dichiarato il presidente Mark Liu sempre sulle pagine di Fortune, l’azienda taiwanese confida “sul libero scambio di conoscenza e sul libero commercio” i quali, nel contesto della guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina, “sono stati senza dubbio soppressi”. Nella storica ascesa di Tsmc, infatti, pesa molto l’apertura di Apple del 2011 guidata dalla fiducia di Steve Jobs nell’azienda taiwanese, soprattutto per un’importante reputazione nella protezione dei diritti di proprietà intellettuale che allora rappresentava uno dei principali requisiti per la delocalizzazione della produzione di Apple.

Se da una parte Tsmc ha potuto continuare a giocare una partita doppia nello scenario commerciale per via della sua posizione di mercato insostituibile – chiudendo il rubinetto a Huawei ed approfittando della caduta di Intel — la mossa di Pechino volta ad approfittare del suo capitale umano potrebbe non essere tollerabile. D’altronde, se si tratta di vendere del buon vino il guadagno è comunque assicurato. Ma è difficile chiudere un occhio se l’abile viticoltore cambia squadra.

cina

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