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Le elezioni presidenziali del 9 agosto sono state tra le più complesse della storia del Paese e forse per la prima volta in 26 anni, il regime di Aleksandr Lukashenko, malgrado la vittoria con l’80% dei consensi, è sembrato in bilico, stretto tra un’opposizione sempre più organizzata e un malcontento diffuso, frutto della stagnazione economica e della mancata gestione della crisi sanitaria da Covid-19, la cui esistenza è stata negata fin da principio dal presidente bielorusso. La campagna elettorale che ha portato al voto del 9 agosto è stata infatti costellata da arresti e violenze. Secondo gli attivisti dei diritti umani, 1300 persone sarebbero state incarcerate nel corso dei due mesi precedenti al voto.

Tra questi, Viktor Babariko, banchiere al vertice della Belgazprombank (filiale bielorussa della Gazprombank) e principale sfidante del presidente uscente nonché uomo vicino al Cremlino, è stato fermato con l’accusa di evasione fiscale. Valery Tsepkalo, anch’egli importante esponente dell’opposizione “sistemica” bielorussa, ha abbandonato il paese per riparare a Mosca a seguito dell’arresto di Babariko e Sergei Tikhanovsky, il popolare blogger a capo di un vasto movimento di opposizione arrestato poche settimane prima del voto al fine di impedirne la candidatura alle elezioni.

LE OPPOSIZIONI E GLI SCONTRI POST ELEZIONI 

Le violenze della notte tra domenica e lunedì sono state quindi il risultato di un clima già esacerbato dal confronto tra le parti. Il confronto ha visto una grande manifestazione dell’opposizione il venerdì antecedente al voto, che ha radunato 60 mila persone a Minsk intorno alle tre donne divenute il simbolo della protesta: Marina Kolesnikova, Veronika Tsepkalo e Svetlana Tikhamoskaya, principale ispiratrice della protesta. Quest’ultima dopo gli scontri della scorsa notte è fuggita in Lituania per vedere garantita la propria incolumità e, dopo aver conquistato il 9,9% dei consensi secondo i risultati ufficiali, ha disconosciuto l’esito delle elezioni accusando il regime di brogli e di aver alterato il risultato del voto, affermando al contrario un risultato opposto a quello ufficiale.

Al momento dell’annuncio dei primi exit-poll, le opposizioni sono quindi tornate in piazza e la situazione è velocemente degenerata, con violenti scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine che fin dalle prime ore del 9 agosto avevano chiuso le principali vie e piazze della capitale bielorussa al fine di evitare disordini in prossimità dei palazzi del governo. Il risultato, reso noto solo nella giornata di lunedì, è stato di 3000 persone arrestate in tutto il Paese, più di 50 manifestanti e 39 poliziotti feriti, cui si aggiunge, tragicamente, un morto tra coloro che sono scesi in piazza contro il regime, mentre si attende ancora il bilancio degli scontri della scorsa notte.

Lukashenko, che per alcune ore si pensava fosse riparato all’estero, ha, nella tarda mattinata di lunedì, accusato Polonia, Repubblica Ceca e Regno Unito di aver sostenuto i movimenti di opposizione, creando le basi per il loro coordinamento, mentre ha denunciato la presenza in piazza di gruppi violenti provenienti anche da Ucraina e Russia, verso le quali però non ha lanciato accuse.

LE REAZIONI INTERNAZIONALI 

La violenza della repressione ha comportato l’immediata reazione dell’Unione Europea che, per voce della Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, ha chiesto un nuovo conteggio dei voti secondo gli standard internazionali, condannando la repressione dei manifestanti nelle piazze bielorusse.

Tra i Paesi dell’Europa Orientale, la Polonia ha assunto la posizione più dura contro le violenze e la repressione del regime bielorusso, chiedendo, attraverso una lettera aperta del presidente polacco Andrzej Duda, la convocazione d’urgenza del Consiglio Europeo per varare nuove sanzioni contro la Bielorussia. Da Mosca invece, Vladimir Putin ha salutato con soddisfazione la vittoria di Lukashenko, complimentandosi con il leader bielorusso insieme all’omologo cinese Xi Jinping.

Negli ultimi mesi, dissapori tra Mosca e Minsk non sono mancati, legati al futuro dell’Unione di Russia e Bielorussia e alla controversa questione dei rifornimenti energetici bielorussi, ma, malgrado le sue intemperanze, Lukashenko è per Mosca un alleato stabile e difficilmente sostituibile, nei fatti, la miglior garanzia contro un’eventuale ulteriore penetrazione occidentale in quello che la Russia considera il proprio “estero vicino”.

Geopolitica.info

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Di Lorenzo Riggi

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