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Con un rapporto del 30 settembre scorso il deputato Michael T. McCaul ha concluso i lavori della China Task Force, gruppo di lavoro composto da 15 membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti in rappresentanza di 11 comitati, alla cui presidenza era stato chiamato dal leader repubblicano Kevin McCarthy il 7 maggio.

Ancorché nella task force non vi fossero membri del Partito democratico, l’accuratezza e il rigore dell’indagine così delle proposte legislative ivi contenute ci inducono a considerare con attenzione le 141 pagine del rapporto, la cui rilevanza trascende la dialettica tipica del sistema politico statunitense.

Nel mirino è il Partito comunista cinese, (che nel 2021 celebrerà i 100 anni di vita) ma più in generale il governo di un Paese il cui poderoso sistema pubblico-privato, per le modalità in cui dispiega la propria azione a livello internazionale, è ormai considerato un pericolo, sotto vari profili.

Risultato di un’ampia serie di dati ed elementi raccolti anche attraverso interviste con esperti ed esponenti del settore pubblico e privato, il rapporto contiene 82 “conclusioni chiave” e oltre 400 raccomandazioni, elaborate in base alla disamina di sei tipi di minaccia poste dalla Cina, sotto forma di concorrenza ideologica, catene di distribuzione, sicurezza nazionale, tecnologia, economia ed energia, competitività. Ecco perché l’obiettivo di affrontare “la più grande sfida per la sicurezza nazionale ed economica rivolta all’attuale generazione” induce il presidente McCaul a qualificare il rapporto nei termini di una proposta di piano d’azione bipartisan al Congresso e all’amministrazione degli Stati Uniti.

La base di partenza è la considerazione che sia ormai fallito il tentativo, avviato nel 1979 dagli Stati Uniti attraverso relazioni diplomatiche, di responsabilizzare la Cina integrandola a pieno titolo nella comunità internazionale e sviluppando con essa rapporti economici e commerciali con l’obiettivo di ottenere reciprocità per le proprie imprese nell’accesso al mercato.

Ne consegue la necessità di un approccio diverso nei confronti di un Paese che non rispetta i diritti umani, controlla capillarmente l’informazione e comprime le libertà dei propri cittadini con elaborati strumenti di controllo e repressione digitale quali il credito sociale, sistemi di polizia predittiva e apparati di sorveglianza forniti dalle sue società in almeno 63 Paesi (così Steven Feldstein, in The Global Expansion of AI Surveillance, rapporto del think tank Carnegie datato 17 settembre 2019).

Il Partito comunista cinese ha fatto del superamento degli Stati Uniti nelle tecnologie critiche un obiettivo esplicito, evidenziato dall’iniziativa Made in China 2025, con l’intento di diventare leader globale in dieci aree tecnologiche prioritarie, tra cui information technology, robotica, trasporti, tecnologia, biofarmaci e nuovi materiali.

Ecco perché il piano d’azione proposto si basa sulla necessità per gli Stati Uniti di avviare un confronto a tutto campo, con il fine primario di proteggere la sicurezza nazionale, raggiungere l’eccellenza tecnologica e scientifica in tema di intelligenza artificiale, quantum computing e semiconduttori e garantire un robusto ecosistema cibernetico. Quindi occorre rafforzare il settore sanitario, traendo spunto dall’emergenza Covid-19, mediante catene di distribuzione adeguate, incentivi fiscali per ricerca e sviluppo e la produzione di farmaci, test e vaccini, assicurando l’approvvigionamento dei prodotti di base e sviluppando la ricerca biomedica avanzata. Servono altresì contributi cospicui per rafforzare la produzione e lo sviluppo di tecnologie avanzate e proteggere l’industria dei semiconduttori.

A ciò si aggiunge la necessità di sviluppare l’esplorazione spaziale facendo leva sugli investimenti del settore privato, armonizzare le politiche di controllo all’esportazione con i Paesi alleati e partner, ridurre gli ostacoli normativi per accelerare la diffusione di banda larga e 5G, adottare un approccio globale per valutare l’impatto dei rischi per la sicurezza sulle reti 5G aumentando la cooperazione internazionale.

Nel rapporto si propone altresì di creare un nuovo gruppo D-10 dei leader delle democrazie mondiali per lo sviluppo e il dispiegamento del 5G e prevedere il ristoro dei costi per le aziende a cui viene imposto di rimuovere apparati non sicuri dalle proprie reti di comunicazione (l’ipotesi della rimozione è peraltro prevista dalla legge 133/2019 sul Perimetro di sicurezza nazionale cibernetico del nostro Paese).

Essenziale poi puntare sulla formazione, così da creare una forza lavoro capace e qualificata, ritenuta a ragione fattore chiave della competizione globale. In tal senso si propone di riformare l’Higher Education Act del 1965 e affinare il sistema di sussidi federali, incoraggiando la formazione continua e rendere l’istruzione accessibile e conveniente così da soddisfare le nuove esigenze del mercato e fornire opportunità a tutti gli americani.

Tutti i college, le università americane e i principali istituti di ricerca dovrebbero essere tenuti a indicare le donazioni provenienti dalla Cina. A livello di organizzazioni internazionali occorre quindi indurre le Nazioni Unite e l’Organizzazione mondiale della sanità a garantire maggiore trasparenza e responsabilità, necessità evidenziata dall’emergenza sanitaria.

Una prima risposta, forte e chiara, al richiamo dell’alleato statunitense, che ben prima del rapporto della China Task Force aveva più volte espresso in modo inequivoco la propria posizione, è giunta paradossalmente dall’Unione europea.

Pur rivendicando la propria autonomia strategica, l’azione dispiegata dall’Unione europea negli ultimi mesi si è infatti rivelata in linea con le posizioni statunitensi, di cui ha mostrato di condividere le preoccupazioni, al punto da indicare con precisione la strada agli Stati membri nel senso auspicato da Washington.

Ne sono esempio le iniziative a tutela della sicurezza del 5G (la raccomandazione del 26 marzo 2019) e la toolbox del 29 gennaio 2020) e sul controllo degli investimenti diretti esteri (il regolamento 2019/452), il Libro bianco sulle sovvenzioni estere (con la consultazione pubblica avviata il 17 giugno 2020 che si è conclusa il 23 settembre, preludio di una serie di misure specifiche), la nuova strategia sull’“ecosistema” di sicurezza (presentata il 24 luglio) così come gli imminenti interventi normativi in tema di dati e intelligenza artificiale volti a rafforzare autodeterminazione informativa e indipendenza tecnologica mediante un quadro di regole giuridiche condivise, comuni all’alleato statunitense, a protezione dei diritti di libertà di cittadini e imprese.

Tuttavia, la tutela della sicurezza nazionale non compete all’Unione europea ma agli Stati membri. Ecco perché spetta a essi, in ultima analisi, assumere decisioni adeguate e conformi alla propria collocazione strategica, che si tratti di porti, infrastrutture critiche, reti 5G, impianti di energia o forniture per apparati di sorveglianza. Insomma, anche per il nostro Paese è giunto il momento delle scelte.

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