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La campagna elettorale #Usa2020 arriva oltre l’atmosfera. A dividere Donald Trump e Joe Biden non è l’ambizioso programma spaziale della Nasa, né il piano di tornare sulla Luna entro il 2024 o il carattere commerciale della nuova era esplorativa. Piuttosto, i due si contendono a colpi di tweet la paternità dell’ultimo successo targato SpaceX: il ritorno in sicurezza sulla Terra della capsula Crew Dragon. Ieri, dopo oltre due mesi sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), Douglas Hurley e Robert Behnken sono ammarati nel Golfo del Messico. A nove anni dalla dismissione dello Space Shuttle, gli Stati Uniti hanno definitivamente riconquistato la capacità di portare in orbita i propri astronauti.

LA MISSIONE

I due hanno passato 62 giorni sulla Iss insieme all’equipaggio della Expedition 63: il comandante Chris Cassidy, americano, e i due cosmonauti Anatoly Ivanishin e Ivan Vagner. Hanno eseguito attività di ricerca per 114 ore di lavoro, comprensive delle quattro passeggiate spaziali che Behnken ha compiuto insieme al collega Cassidy. Sabato sono risaliti a bordo della Crew Dragon, in un volume di poco superiore a 9 metri cubi (più o meno come la russa Soyuz), dove hanno trascorso un’altra notte. Poi, dopo varie correzioni orbitali, puntuale alle 20:48 italiane di ieri, la capsula è ammarata nel Golfo del Messico con i suoi quattro grandi paracadute. Ora, occhi puntati sulla seconda metà di settembre, quando dovrebbe partire la missione Crew-1 (visto che quella appena terminata era ancora di test per validare la capsula). A bordo ci saranno tre americani Michael Hopkins, Victor Glover e Shannon Walker, insieme al giapponese Soichi Noguchi. La prossima primavera sarà invece la volta della Crew-2 (con la stessa Endeavour appena ammarata) con a bordo anche il francese Thomas Pesquet, primo europeo a tornare sulla Iss dopo Luca Parmitano.

LO SPLASHDOWN

Erano 45 anni che gli Stati Uniti non assistevano allo “splashdown”. L’ultima volta, nel 1975, era stato per il ritorno della missione “Apollo–Soyuz Test Project”, la prima di grande collaborazione tra Washington e Mosca oltre l’atmosfera. Poi si era aperta l’era dello Space Shuttle che, invece, atterrava simile a un aeroplano sulla pista del Kennedy Space Center. Il 21 luglio del 2011, con il ritorno della missione STS-135, l’ultima dell’iconico veicolo americano, gli Usa perdevano l’autonomia nell’accesso di astronauti alle orbite. Pilota di quella missione, alla sua seconda esperienza nello Spazio, era Douglas Hurley, protagonista ora della “Demo-2 mission” come a voler chiudere il cerchio della dipendenza dalla capsula russa Soyuz, durata quasi un decennio.

DA OBAMA A TRUMP

Una dipendenza divenuta sempre più pesante, man mano che le ambizioni spaziali statunitensi si sono inserite in una nuova corsa allo Spazio (con Cina e Russia) e in una logica più competitiva. Processo che Trump ha probabilmente accelerato, ma non innescato. Per avere una nuova navicella americana, la Nasa lanciò nel 2010 il programma Commercial Crew, al secondo anno della presidenza Obama. Quattro anni dopo arrivarono i primi contratti con SpaceX e Boeing (che lavora sulla Cst-100 Starliner), con la previsione di realizzare i primi lanci con equipaggio entro la fine del 2017. I ritardi sono stati numerosi e continui, fino allo scorso 30 maggio, con l’evento #LaunchAmerica carico di simbolismo per la campagna elettorale in vista del prossimo novembre. Allo stesso modo, anche lo “splashdown” si è inserito nei toni delle presidenziali.

LA CORSA ALLA PATERNITÀ

Se Trump twittava “Make America great again” nelle stesse ore del ritorno della Crew Dragon, Barack Obama accoglieva il ritorno in mare di Hurly e Behnken postando una foto con loro alla Casa Bianca, così da chiarire la paternità del programma: “Abbiamo lanciato il programma Commercial crew per rafforzare il progetto spaziale Usa ed è stato fantastico vederne il successo”.

Un assist per Joe Biden, suo vice presidente e candidato dem alle prossime elezioni: “È una vittoria per l’innovazione e la determinazione dell’America, e sono fiero del ruolo che il presidente Obama e io abbiamo avuto nel combattere per assicurare che i voli commerciali con equipaggio dal suolo americano diventassero realtà”.

UN TEMA BIPARTISAN?

Oltre le tinte elettorali, il botta-e-risposta chiarisce che le ambizioni spaziali sono bipartisan. “Come presidente – ha scritto oggi Biden – non vedo l’ora di guidare un robusto programma spaziale che continui a mandare astronauti per espandere le nostre frontiere esplorative e scientifiche attraverso investimenti in ricerca e tecnologia per aiutare milioni di persone qui sulla Terra”. Non ci dovrebbero essere sconquassi in caso di cambio d’amministrazione. Nella bozza della “2020 Democratic Party Platform” che sarà al voto nella prossima convention, si legge il pieno sostegno dei dem alla Nasa, nonché alla tabella di marcia impressa dall’attuale amministrazione: il ritorno sulla Luna, e poi l’approdo su Marte. È questo il grande obiettivo degli Stati Uniti, con il mirino puntato sul 2024, l’anno in cui gli Usa torneranno nuovamente a votare per il presidente.

LA TABELLA DI MARCIA

Il sostegno democratico sui progetti spaziali non era affatto scontato. A dicembre 2017, con la sigla sulla Space Policy Directive 1, il neo capo dello Stato Donald Trump ha capovolto la tabella di marcia in vigore con Barack Obama che dava priorità al Pianeta rosso. Inizialmente, l’accelerazione impressa dall’amministrazione Trump al programma lunare ha creato non pochi malumori all’interno dell’ambiente spaziale americano, con strascichi anche recenti (come le dimissioni a maggio del numero uno del volo umano della Nasa, Doug Loverro), salvo poi trovare una certa unione d’intenti. Merito del consenso pubblico che il ritorno sulla Luna sta guadagnando, ma anche della corsa con la Cina che, in pochi anni, ha sviluppato un programma decisamente ambizioso per arrivare con i propri taikonauti sul satellite naturale entro la fine del decennio. Merito anche del fidato Jim Bridenstine, che guida la Nasa e che ieri, appena la Crew Dragon ha ammarato, ha ringraziato Trump per la leadership determinata.

LE POLITICHE USA

Un’attestazione non scontata dal numero uno dell’agenzia, visto che tra i primi atti spaziali del presidente c’è stata la re-istituzione del National Space Council (Nsc), affidato al suo vice Mike Pence anche per spostare la direzione politica dello Spazio dalla Nasa alla Casa Bianca. Un paio di settimane fa, il Nsc ha pubblicato il report dal titolo “A new era for deep space exploration and development”. Ribadisce la tabella di marcia Luna-Marte, ma anche il carattere commerciale della nuova era dell’eplorazione spaziale. D’altra parte, per il prossimo anno, l’amministrazione ha chiesto al Congresso di destinare alla Nasa il budget più alto della sua storia: 25,2 miliardi di dollari. Andranno in gran parte agli attori privati, chiamati a raccolta per partecipare all’impegno. In cambio, potranno sfruttare commercialmente le risorse lunari e, in prospettiva, quelle degli altri corpi celesti (su questo, la Nasa ha elaborato gli “Artemis Accords” per far convergere partner e alleati). A giudicare dalle reazioni democratiche al successo di SpaceX con la Crew Dragon, la “comercialization” resterà cifra stilistica dello Spazio a stelle e strisce anche in caso di vittoria di Biden.

Splashdown elettorale. Chi si contende negli Usa il successo di SpaceX

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