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Negli ultimi anni, i droni sono diventati una minaccia concreta e crescente per la sicurezza delle basi militari statunitensi. Ciò che fino a poco tempo fa sembrava uno scenario da guerra del futuro è ormai una realtà consolidata, con l’accesso facilitato a tecnologie a basso costo che ha democratizzato la minaccia. Solo nel 2024 sono state documentate oltre 350 incursioni di droni sopra installazioni militari americane. Nella maggior parte dei casi non si sono verificati danni, ma gli episodi hanno evidenziato l’inadeguatezza delle difese convenzionali contro queste incursioni aeree.

Per affrontare il problema, nel marzo 2025 si è tenuto un wargame organizzato dal Joint Counter-Small Unmanned Aircraft Systems Office (Jco) e dalla Rand Corporation. L’iniziativa ha coinvolto oltre cento esperti provenienti da più di trenta agenzie federali, statali e locali, che hanno simulato attacchi contro le basi di Fort Bliss, in Texas, e di Pearl Harbor, nelle Hawaii. Le minacce sono state modellate per rappresentare un attacco realistico, portato avanti da diversi tipi di droni lanciati da più direzioni e quote. Lo scopo era duplice: testare l’efficacia delle tecnologie esistenti e valutare la capacità del sistema americano di rispondere in modo integrato e tempestivo.

Tra i temi più dibattuti durante l’esercitazione vi è stato quello del coordinamento operativo e decisionale tra le diverse agenzie coinvolte nella difesa delle basi. È emersa con chiarezza l’importanza di stabilire criteri precisi che definiscano quando e come Northcom possa assumere la guida delle operazioni, evitando ritardi e incertezze nelle fasi cruciali della risposta. Al tempo stesso, si è sottolineata la necessità di creare meccanismi efficaci per la condivisione di dati e informazioni tra le varie entità federali, statali e locali, così da garantire una consapevolezza situazionale comune e tempestiva. Quanto agli strumenti da impiegare, si è affermata (o meglio, confermata) una visione stratificata della difesa: un primo livello non cinetico basato sulla guerra elettronica per interferire con i segnali di navigazione dei droni; un secondo livello, più incisivo, che sfrutta tecnologie a energia diretta come laser e microonde per neutralizzare i velivoli ostili; infine, un terzo livello che prevede l’impiego di armi convenzionali per colpire gli obiettivi nelle fasi finali di avvicinamento.

Sebbene questo schema operativo sia già stato adottato con successo in teatri esteri, la sua applicazione sul territorio nazionale solleva ulteriori questioni, legate soprattutto alla cornice giuridica, alla tutela della popolazione civile e alla sensibilità dell’opinione pubblica. Secondo i dati della Rand, l’opinione pubblica americana tende a sostenere le operazioni anti-drone quando viene percepita una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, soprattutto se l’intrusione è condotta da attori ostili e le misure adottate sono convalidate da autorità centrali. Tuttavia, il consenso cala quando emergono timori legati alla sicurezza dei civili o a possibili effetti collaterali.

Il wargame ha rappresentato un banco di prova prezioso per identificare lacune, rafforzare il coordinamento e chiarire i criteri che giustificano una risposta centralizzata. Ha reso evidente che la difesa delle basi dagli Uav non può basarsi solo sulla tecnologia: è una sfida che richiede governance solida, interoperabilità, adattamento normativo e fiducia dell’opinione pubblica. Di fronte a minacce agili e in continua evoluzione è necessario disporre di una capacità di risposta deve essere altrettanto rapida ed efficace.

Jco e Rand hanno simulato un attacco con droni in territorio Usa. Ecco come è andata

Con oltre 350 incursioni di droni solo nel 2024, le basi militari statunitensi si preparano a una nuova era della difesa. Un wargame ha messo alla prova le tecnologie disponibili e la capacità delle agenzie americane di rispondere in modo coordinato a minacce sempre più agili e diffuse

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