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Sempre il solito copione, quello del post elezioni. Ognuno si attribuisce la vittoria. Di certo la vittoria del Sì al referendum blinda il governo. Come sempre, procediamo con ordine.

Primo punto. L’affluenza alle urne. Un elettore su due si è recato alle urne. Cosa significa? I cittadini del post Covid sono quei cittadini che hanno visto la morte in faccia, necessariamente sono divenuti molto più pragmatici e la paura del futuro ora li ha resi consapevoli che tocca a ciascuno di loro poter cambiare le sorti della nazione. I nostri nonni e le nostre nonne che si recavano al voto dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano consapevolezza che avrebbero liberato la nazione per sempre. E fu la Repubblica. Il dato dell’affluenza alle urne è un primo risultato positivo che rappresenta un punto di non ritorno anche per la classe politica. Guardiamo con grande positività a questo ritorno che è una grande vittoria della democrazia e del popolo.

Secondo punto. Il risultato delle elezioni rimanda un voto fatto di persone e non di partiti politici. I cittadini negli ultimi mesi sono divenuti soggetti che motivano alla responsabilità i politici i quali, conseguentemente, non possono più giocare alla politica dello scaricabarile. Il risultato boccia la politica che vede i leader di partito metterci la faccia e garantire per tutti. Ciò che è certo è che è anacronistico continuare a pensare che un leader di un partito sia garanzia per le elezioni regionali e nazionali. Non è più il tempo per il leader singolo: il secondo millennio si impone con l’esigenza di una leadership partecipata. Il voto dei cittadini ha dato fiducia ai singoli, rinnovando la fiducia agli amministratori impegnati a lavorare instancabilmente senza farsi distrarre continuamente dalle ambizioni politiche. Si è verificato un cambio di rotta: i cittadini non solo ascoltano e valutano ma hanno compreso che non si vota a scatola vuota, non si vota il leader di partito che in quella regione ci mette il piede il tempo della campagna elettorale ma si vota quell’amministratore che lì si spende per la regione. Il voto va al cittadino, alla sua competenza, al suo operato oltre ogni appartenenza politica.

Terzo punto. La scelta del singolo avviene per un giudizio di competenza: ovviamente il Partito esiste, ma la discriminante è la competenza dimostrata o meno negli anni precedenti. Probabilmente la politica, come tutte le realtà complesse, deve fare una riflessione importante: è sano riconoscere l’ispiratore quale leader di un gruppo che si espone e paga probabilmente conti salatissimi ma non sarà lui, il leader, che guiderà una regione e probabilmente la nazione. Il risultato di queste elezioni ha bocciato chi, lungo questi mesi, si è esposto come il salvatore, come colui che rappresenta il punto di caduta, che tiene le sorti della nazione. La gente non ci crede più e, di conseguenza, non premia più chi tiene sotto scacco le sorti di un governo, di una legislatura, dei cittadini, della nazione. La gente ha premiato il singolo amministratore che, oltre ogni valutazione che non mi compete, ha registrato che in quel territorio ha governato. E ha governato bene.

Quarto punto. I cittadini si sono riscoperti soggetti responsabili della sorte della nazione, non si sottraggono a questo ruolo e responsabilità e scelgono. Chiaramente gli italiani invocano una classe politica più operativa e snella. Il 64.4% dei Sì al taglio dei componenti della Camera dei Deputati e dei Senatori, oltre ogni valutazione di merito, è da registrare come un chiaro pronunciamento dei cittadini. Una riforma che in Parlamento vide tutte le forze politiche concordi, segno che era una buona idea, che poi le circostanze, gli eventi, la sana dialettica dei pro e dei contro ha rimesso in discussione. Certamente non credo che la diminuzione del numero dei parlamentari rappresenti chissà quale risparmio e non posso pensare che i cittadini abbiano fatto i conti della serva (tagliando, risparmiamo il costo di un caffe al giorno). L’idea invece è ben diversa: noi cittadini che abbiamo la sovranità siamo legittimamente stanchi di votare e trovarci un governo frutto di compromessi, accordi di palazzo. Come le elezioni del presidente delle regioni ha permesso di eleggere i propri rappresentati, cosi avvenga in Parlamento. Chiedono i cittadini. Questa legislatura ha il dovere di impegnarsi con una nuova consapevolezza.

L’impegno immediato è il Recovery Fund che indebita l’Italia per 30 anni e i cittadini hanno chiesto in modo chiaro che questo indebitamento abbia con sé gli strumenti per poterlo ripagare. Gli strumenti derivano dall’istruzione per tutti. Ragione per cui dobbiamo tutti quanti guardare alle prossime ore quando il Dl agosto sarà in Senato affinché si votino gli emendamenti che permettono una sana collaborazione fra scuole pubbliche statali e paritarie, perché con i costi standard di sostenibilità per allievo riparta il diritto all’istruzione. Per tutti. Che questo sia non solo possibile ma doveroso lo dimostrano studi e la realtà stessa. Se ciò non avverrà, evidentemente chi ci governa non verrà eletto alla prossima legislatura. Il voto del cittadino ora è divenuto un’arma positiva e propositiva.

Conclusione. Chi ha vinto? Hanno vinto la penna e il cittadino che la impugna. Non si vince più per un voto di protesta, è stato archiviato il populismo delle promesse senza fondamento, ora c’è una politica fatta di volti e fatti. Dopo anni i cittadini ritornano sulla scena della politica italiana.

Elezioni, promossi e bocciati. Le pagelle di Suor Anna Monia Alfieri

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