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Sudan e Bahrein, Oman, ma soprattutto Emirati Arabi e Israele. Le tappe del recente viaggio di Mike Pompeo, il segretario di Stato trumpiano, segnano una volontà chiara: gli Stati Uniti sono protagonisti in Medio Oriente, vogliono restarlo e intendono implementare quello che al momento è il principale goal nella politica estera di Donald Trump, la normalizzazione dei rapporti tra gli Emirati e lo stato ebraico.

Qual è il significato geopolitico del viaggio di Pompeo in Medio Oriente? Cosa ci fa capire delle relazioni internazionali attuali di Washington? “Uno degli scopi principali del viaggio di Pompeo – spiega a Formiche.net Giorgio Cafiero, ceo di Gulf State Analytics, una società privata di Washington che si occupa di fornire analisi dei rischi geopolitici sui Paesi del Golfo per investitori, politici e businessman – era quello di basarsi sugli Accordi di Abramo e cercare di spingere più Stati arabi a seguire i passi di Abu Dhabi in termini di formalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele”.

L’amministrazione Trump in questi giorni ha ricevuto critiche perché il segretario Pompeo è intervenuto alla Convention repubblicana collegato direttamente da Gerusalemme. Un messaggio importante che contemporaneamente rompe la tradizione statunitense con cui non si mescolano gli affari correnti – soprattutto le tematiche sugli esteri – con la corsa elettorale. Ma questa Usa2020 è sui generis anche in questo.  C’è anche una ragione politica statunitense dietro il viaggio? “Per il presidente Trump, mobilitare gli elettori evangelici negli Stati Uniti è importante per la sua strategia di rielezione. Per questi elettori, lo Stato di Israele e lo status di Gerusalemme sono importanti per motivi religiosi e ideologici”.

Che bilancio esce dal tour? “Da decenni, per molte amministrazioni statunitensi la normalizzazione delle relazioni tra i partner arabi di Washington e Israele è stato un obiettivo. Per l’amministrazione Trump questo è estremamente importante, soprattutto da qui alle elezioni di novembre. Eppure il Sudan e il Bahrain hanno detto no alla normalizzazione delle relazioni con Tel Aviv fino a quando (e salvo che) non venga istituito uno Stato palestinese. Questo no ha segnato un duro colpo per Trump, Pompeo e Jared Kushner (il genero del presidente che ha gestito la gran parte dei rapporti con i Paesi del Golfo, ndr)”.

Partendo da qui, dunque, gli Stati Uniti sono ancora un grande attore nella regione e sono ancora in grado di guidare le dinamiche del Medio Oriente? “In Medio Oriente c’è stato un costante declino del potere relativo dell’America dal 2003, quando gli Stati Uniti hanno invaso e successivamente occupato l’Iraq. Gli Stati Uniti rimangono militarmente l’attore più potente nella regione, ma negli ultimi anni gli americani sono stati molto sfidati nel vedere se questo si traduceva nel raggiungimento da parte di Washington di obiettivi politici sul campo”.

Dopo novembre, dopo le elezioni presidenziali, potrebbe cambiare qualcosa se il contender democratico Joe Biden vincesse? “È difficile prevedere con assoluta certezza, eppure molti esperti ritengono che Biden ripristinerebbe la visione del mondo internazionalista liberale di Obama quando si tratta di politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente e in altre regioni”.

Ossia? “Una vittoria di Biden potrebbe portare Washington a tornare al Piano d’azione globale congiunto (il Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, ndr), che allevierebbe anche se non eliminerebbe la pressione degli Stati Uniti sull’Iran. Inoltre, con Biden al timone ci sarebbero probabilmente alcuni seri problemi tra la sua amministrazione e il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, a causa di varie questioni delicate come l’uccisione di Jamal Khashoggi, il file Saad al-Jabri e il conflitto nello Yemen”.

(Foto: Twitter, @SecPompeo)

Il Golfo e Israele, la spinta di Pompeo non basta. L’analisi di Giorgio Cafiero

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