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Nicola Zingaretti è sulle spine: teme di non poter gestire con i suoi, e soprattutto con la vasta e variegata area di riferimento del suo partito, le elezioni del 20 e del 21 settembre prossimi. Il problema non sono però le regionali, per quanto possa essere sfavorevole alla maggioranza il voto (che vede coinvolte ben sette regioni), ma il referendum confermativo della legge costituzionale che taglia sensibilmente il numero dei nostri parlamentari. Un referendum che rischia di destabilizzare un partito che sulla “credibilità”, in verità presunta più che reale (i tempi del vecchio Pci sono lontani!), ha costruito la sua immagine. Un vero e proprio detonatore che, complice forse la paralisi politica e parlamentare generata dal virus, è stato messo con molta perfidia sulla strada battuta dal Pd e che rischia di farlo esplodere.

È in questo contesto che va letta la dichiarazione del segretario piddino di ieri, suonata, pur con gli usati toni felpati, quasi come un ultimatum al premier affinché dia coi fatti immediata rassicurazione del rispetto degli impegni su cui era nato il governo. Questi prevedevano una sorta di scambio, di cui Conte si faceva appunto garante, fra i grillini, per cui il taglio dei parlamentari è da sempre una battaglia di bandiera nella guerra (tutta di immagine e poco di sostanza) contro la “casta”, e il Pd, che richiedeva una riforma della legge elettorale che della diminuzione del numero dei parlamentari attutirebbe gli effetti deleteri. Effetti sia sulla democraticità sostanziale (scarsa rappresentatività di un Parlamento già per altri versi ampiamente delegittimato) sia sulla possibilità di non dare i “pieni poteri” un domani a quella destra che li aveva chiesti con un po’ di ingenuità giusto un anno fa.

Uno scambio che è stato rapidamente realizzato per la parte favorevole ai grillini, ma che si è sempre più allontanato sul versante richiesto dal Pd. Col risultato che quest’ultimo si sente oggi raggirato: alla beffa della non realizzazione degli accordi si è unito infatti il danno di immagine che ha portato il partito di Via del Nazareno a votare sì all’approvazione in via definitiva del provvedimento dopo che lo aveva respinto giudicandolo “populista” (quale effettivamente è) per ben tre volte precedentemente.

Che i grillini non siano poi tanto interessati, una volta incassato il bottino, alla legge elettorale, era da immaginarselo. Ma che Conte contribuisse a suo modo, cioè glissando, a mettere in uno stand by non si sa quanto lungo una riforma la cui strada si è fatta sempre più impervia e in salita, questo per Zingaretti non è accettabile (le complicazioni nascono anche per l’opposizione più o meno sotterranea di un partito neonato e già “fallito”, quello di Matteo Renzi, che nelle prossime elezioni rischia di non superare la soglia di “sbarramento” anche se fosse tenuta molto bassa).

Nel frattempo, oltre a vari esponenti del partito, fra cui l’ex presidente Matteo Orfini, un vasto fronte di intellettuali engagé e di supporto sta prendendo posizione nei confronti del “taglio” senza criterio attuato. In molti arrivano a parlare, forse non a torto, di un vero e proprio vulnus costituzionale che si aprirebbe se si andasse al voto in queste condizioni e col vecchio Rosatellum.

Persino le Sardine, il movimento di “populismo buono” che ricompare sotto ogni elezione per dare man forte alla casa madre, si sono pronunciate per il no. Il rischio che la sera del 21 tutti i partiti festeggino una vittoria, che è però soprattutto di Di Maio e compagni, e Zingaretti sia messo sotto accusa dai suoi per l’ingenuità con cui si è fidato del premier e degli alleati perdendo anche letteralmente la faccia.

Cosa c'è dietro l'ultimatum gentile di Zingaretti a Conte. La bussola di Ocone

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