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Il dato politico impressionante che emerge dalla visita libanese del presidente francese è che lui, Macron, è stato il primo uomo di governo ad essersi fermato a parlare con i libanesi. Nessun altro lo ha fatto prima di lui, né sin qui dopo lui. Nessun esponente del governo libanese ha ritenuto di scendere in piazza e parlare con loro, i sopravvissuti. Lo ha fatto Macron. E, secondo dato che emerge dalla sua visita, lo ha fatto prima di andare a parlare con i vertici dello Stato. Anche questo ha un valore politico enorme. Macron appena giunto è andato a visitare il luogo del disastro, poi ha voluto recarsi in uno dei quartieri più vicini, Jemmaizeh, antico epicentro della comunità ortodossa beirutina. Lì gli insulti contro i politici che di lì a breve avrebbe visto si sono sprecati. Ma perché? Qui emerge un punto da capire appieno.

Il Libano è un Paese ufficialmente in guerra. Le frequenti schermaglie tra “la resistenza” e “il nemico” erompono in crisi militari, o in guerra aperta. I bombardamenti non sono un fatto impensabile. Le provocazioni militari partono e arrivano con frequenza. Ecco, è in questo Paese che viene lasciato per anni un deposito gigantesco di nitrato di ammonio nel porto commerciale della città. Quel porto, come tutto il mondo sa, è sotto il controllo di Hezbollah, nulla vi può accadere che Hezbollah non voglia. Ma quelle migliaia di tonnellate sono rimaste lì per anni nell’attesa di capire chi le dovesse togliere. Avevano un valore enorme quelle tonnellate di nitrato di ammonio, quasi un milione e mezzo di dollari. Il bastimento di una compagnia fallita le ha scaricate lì per caso e mai più rivendicate. Da allora un penoso balletto tra porto, dogana e magistratura non ha saputo trovare la strada della vendita, o almeno del trasferimento. Niente. Rimaste al Silos numero 12. Intanto però al Silos numero 5 è successo qualcosa. L’idea di un carico di fuochi d’artificio non convince. E le voci che lì ci fosse un carico di armi sono diffuse. Dunque fermiamoci qui, qualsiasi libanese lo farebbe. Possibile che nel porto commerciale e centralissimo di un Paese però ufficialmente ancora in guerra venga tenuto per anni un carico stratosferico di nitrato d’ammonio, buono per fare esplosivi, e vicino ad esso vengano nascoste armi? È questo che si vuole nascondere con un’indagine frettolosa? Tutto questo, se così fosse, sarebbe responsabilità del direttore del porto? O non direbbe che c’è una direzione che nessun direttore può discutere? La città, i cittadini, cosa sono per chi gestisce così?

C’è questo alla base della rabbia libanese. È questo il muro che divide la popolazione traumatizzata e il ceto politico. Il Libano è ostaggio? A voler prendere poi in considerazione la tesi del deposito di fuochi d’artificio è evidente che si getta discredito sullo Stato. Un libanese dirà: voi terreste per anni migliaia di tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto e poi fate saldature in un silos riempito di fuochi d’artificio lì dietro? Davvero?

Questa tesi è un po’ fragile, ma comunque delegittima lo Stato, convincerà ancor di più ogni libanese che qualcosa di più grave viene nascosto. È del tutto evidente che in un Paese in queste condizioni solo chi controlla le armi ha il potere, gestisce, controlla. Dunque essendo il Libano un Paese molto composito solo l’esercito nazionale può controllare le armi, se si vuole tenere in piedi l’equilibrio precario della pace mentre persiste la minaccia della perdurante belligeranza non conclusa. E invece non è così. Questo è il primo punto dell’agenda che ogni libanese sentirà in queste ore: la nostra politica di sicurezza è questione nostra, di tutti noi, del nostro Parlamento, non di un partito. Dunque vanno applicate le risoluzioni dell’ONU, tutte. Il Paese non può essere ostaggio.

La seconda esigenza che ogni libanese avvertirà è quella di un’indagine vera, internazionale perché di qualità e non manipolabile. Quel che è indispensabile sapere, e che si può sapere, è infatti cosa ha innescato la seconda esplosione, quella devastante, quella specie di fungo atomico che ha straziato Beirut, determinata da un passaggio di fiamme dal silos 5, dal contenuto ancora misterioso, al Silos 12, dove c’era l’immenso carico di nitrato d’ammonio. Cosa c’era nel Silos numero 5? Davvero c’erano lavori di saldatura lì intorno? E c’erano armi? Che armi? Di chi? Chi riempie un silos di armi a due passi da un deposito immenso di nitrato d’ammonio?

A questa angoscia ha prestato ascolto solo Macron, questo sanno i libanesi, e per questo già in queste ore la loro disperazione sta diventando rabbia contro chi li usa così. La promessa del presidente francese di tornare il primo settembre a controllare lo stadio di avanzamento dei lavori di ricostruzione e dell’assistenza ha confortato tutti anche perché tutti sanno che quel giorno il Grande Libano, pensato dai francesi, compirà cent’anni. Lui però non tornerà per riportare indietro le lancette dell’orologio, ma per dire che la strada della sovranità, che il Libano presto scelse, richiede la cittadinanza, quello che i libanesi oggi rivendicano.

Macron a Beirut. Il segnale (non solo) politico di un leader che parla al popolo

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