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A che punto è il programma nucleare iraniano? Sarebbe stato “completamente e totalmente annientato” dalle bombe americane anti-bunker e da una raffica di missili, aveva dichiarato il presidente Donald Trump subito dopo l’attacco.

Nelle ore successivo, però, i toni trionfalistici sono stati un po’ smorzati. “Lavoreremo nelle prossime settimane per assicurarci di fare qualcosa con quel combustibile e questo è uno degli argomenti su cui parleremo con gli iraniani”, ha detto ieri il vicepresidente americano JD Vance all’emittente Abc News, riferendosi ad una quantità di uranio sufficiente a produrre nove o dieci armi atomiche. Ciononostante, ha sostenuto che il potenziale del Paese per trasformare quel combustibile in armi è stato sostanzialmente ridimensionato perché non ha più le attrezzature per trasformarlo in armi operative. Nel briefing con i giornalisti dopo l’attacco, Pete Hegseth, segretario alla Difesa, e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore, si erano limitati ad affermare che una valutazione iniziale dei danni subiti in battaglia in tutti e tre i siti colpiti dai bombardieri B-2 dell’Aeronautica Militare e dai missili Tomahawk della Marina ha mostrato “gravi danni e distruzione”.

Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha dichiarato che il combustibile era stato visto per l’ultima volta dalle sue squadre di ispettori delle Nazioni Unite circa una settimana prima che Israele iniziasse i suoi attacchi contro l’Iran. In un’intervista alla Cnn di ieri ha aggiunto che “l’Iran non ha fatto mistero di aver protetto questo materiale”. Le immagini satellitari diffuse da Maxar Technologies sui tunnel che conducono al sito Fordo, incastonato in una montagna, nei giorni precedenti l’attacco americano, mostrano 16 camion cargo posizionati vicino a un ingresso. Un’analisi dell’Open Source Centre di Londra ha suggerito che l’Iran potrebbe aver preparato il sito per un attacco. Ma non è chiaro se e cosa sia stato portato via esattamente.

Serviranno settimane, se non mesi, o addirittura anni, per il cosiddetto Battle Damage Assessment, ovvero la valutazione dei danni dell’operazione Midnight Hammer (Martello di mezzanotte).

E serviranno informazioni da diverse fonti e probabilmente frutto di un intenso scambio informativo che coinvolge in primo luogo Stati Uniti e Israele. In particolare: Sigint, ovvero le comunicazioni; Masint, ovvero misurazioni e segni distintivi; ma soprattutto, Humint, ovvero human intelligence, cioè risorse in carne e ossa. Sullo sfondo, invece: Imint, cioè immagini aeree e satellitari; e Osint, le fonti aperte.

C’è un precedente che aiuta a comprendere la complessità del Battle Damage Assessment. Riguarda l’operazione Desert Fox, del dicembre 1998, un’intensa campagna di bombardamenti condotta da Stati Uniti e Regno Unito contro obiettivi militari iracheni. L’obiettivo dichiarato era quello di colpire la capacità del regime di Saddam Hussein di sviluppare armi di distruzione di massa e di ostacolare la sua macchina militare. Nel libro Fiasco: The American Military Adventure in Iraq, Thomas E. Ricks racconta come Desert Fox fu molto più efficace di quanto si pensasse all’epoca e fu possibile appurarlo solo retrospettivamente, quando le truppe americane ebbero accesso diretto ai siti iracheni dopo l’invasione del 2003. Fino ad allora, le valutazioni si basavano su immagini satellitari, intercettazioni e fonti indirette.

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