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Il governo “lavorerà con il massimo impegno per evitare che nessuna forza si collochi al di sopra della legge”, ha detto il neo premier iracheno, Mustafa al Khadimi, nominato a maggio e già alle prese con due grossi fatti che riguardano questo suo commento. Il più recente l’assassinio di Hisham al Hashimi, analista di fama internazionale ucciso sotto casa sua quattro giorni fa. Non si sa ancora chi sia il colpevole, ma più di un sospetto ricade sulle milizie sciite che in Iraq si muovono da Stato-nello-Stato e seguendo leggi proprie, sotto collegamento con i Pasdaran, e di cui Hashimi era un esperto – e in quanto tale assiduamente ne denunciava atteggiamenti, comportamenti, corruzioni e crimini.

Nelle milizie sta il secondo, cronologicamente primo, dei fatti con cui il premier Khadimi ha a che fare: tre settimane fa il primo ministro ha ordinato all’unità anti-terrorismo (un corpo d’élite addestrato dagli Stati Uniti) un blitz nella sede di una delle più agguerrite, la Kataib Hezbollah, che il defunto generale iraniano Qassem Soleimani – eliminato da un raid Usa a gennaio, a Baghdad – aveva costruito plasmandola sull’esempio di successo dei cugini libanesi. Soleimani, “un eroe iraniano e iracheno” come l’ha definito il ministro degli Esteri iraniano durante un panel Ispi, aveva creato quella e altra milizie per sviluppare l’influenza regionale di Teheran attraverso la costruzione di un sistema para-statale fedele all’Iran (fedele tramite l’ideologia, ma anche per dipendenze economiche e garanzia di posizionamenti sul potere).

Khadimi ha invece ordinato il raid contro gli Hezbollah iracheni non perché sia anti-iraniano, ma perché li considera responsabili di crimini contro gli americani (hanno più volte lanciato Katyusha contro le basi ancora usate dai soldati Usa e contro l’ambasciata americana, forse anche in questi giorni), ma soprattutto per dare un segnale che l’Iraq non sarebbe stato dipendente dallo strapotere delle milizie e dalle volontà dei Pasdaran. In fondo era anche quello che negli ultimi mesi del 2019 hanno chiesto diversi cittadini scesi in strada per protestare contro le ingerenze dell’Iran negli affari interni iracheni: ingerenze che si materializzano attraverso le milizie, e infatti erano le stesse milizie (forse aiutate da squadracce dei Pasdaran) a reprimere con violenza inaudita quelle proteste.

Torniamo alla morte di Hashami. Le telecamere pubbliche sotto la sua casa hanno ripreso l’agguato: perfetto stile mafioso, un sicario è sceso da uno scooter e gli ha sparato contro diversi colpi di pistola mentre stava parcheggiando. L’analista è un volto notissimo dell’Iraq migliore, quello istruito che le milizie temono, perché sanno che l’ideologia e i loro tornaconti funzionano meglio nel silenzio e nell’ignoranza. Chi sia stato a ucciderlo, come detto non è chiaro: ci sono state due finte rivendicazioni dell’Is (altro oggetto degli studi dell’esperto), ma niente sui canali ufficiali baghdadisti e forse sono state solo un depistaggio. Hashami aveva rapporti con Khadimi, si conoscevano da quando il secondo era il capo dell’intelligence. L’assassinio è forse un messaggio contro chi vuole alzare la testa davanti a “chi vuole collocarsi al di sopra della legge”, o quanto meno ha contorni per rendere credibile questa ipotesi.

Il giorno prima di finire freddato dal killer, Hashimi era in televisione a sostenere quanto fosse necessario che il nuovo governo si sganciasse dalla morsa iraniana, in particolare isolando la Kataib Hezbollah.

(Foto: Wikipedia, il generale Soleimani con alcuni leader delle milizie irachene)

Iraq. Chi ha ucciso l'analista Hashimi? Il sospetto che cade sulle milizie

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