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La mia generazione ha un problema. È insicura. Non parlo – oggi – della precarietà, economica, lavorativa, abitativa, esistenziale, che già basterebbe a riempirci alcuni saggi, ed effettivamente l’ho fatto.
Parlo di quell’insicurezza che spinge quasi tutti loro, i migliori tra loro, a doversi meritare sempre qualsiasi cosa in maniera maniacale, che li porta a dover dimostrare sempre qualcosa, a tutti, a se stessi, alla società, a sentirsi fuori posto se poco poco qualcosa arriva facilmente e mette in discussione, ai loro occhi, il fatto che spettasse proprio a loro, proprio in quel momento, proprio in quel luogo. La sensazione di essere di troppo, loro che sono già così pochi.

Ovviamente c’è chi è diverso, come dice una mia cara amica (che rientra esattamente nell’identikit), c’è chi ha più pelo sullo stomaco.

E adesso, che mi confronto spesso sul nuovo libro, in libreria da alcuni giorni, “Il bene comune”, le domande, i dubbi, aumentano.

Noi che ci schieriamo per l’interesse generale prima che per quello personale, noi che tra perdere e vincere preferiremmo perdere bene che vincere male, fino a non vincere mai, pur di non perdere noi stessi, non perdere la libertà in patti col diavolo, ritardiamo, a tutto beneficio di chi non si fa tanti scrupoli di coscienza.

Io ricordo ancora una maratona, avrò avuto cinque anni, sono stata chiamata sul palco a rititare una piccola coppa.
A me pesa ancora, dopo 31 anni, e passa. Perché io di quella maratona (di adulti) ricordo solo il non capirne il senso di marcia, non finiva più e ogni tanto tornavo in contro a qualcuno rimasto in dietro o forse andato un giro avanti.

Se potessi io quella coppa la riporterei in dietro. Farei mille domande su perché ho vinto. Cosa ho vinto. Ecco, un regolamento su come si vince, vorrei. (Vincere perchè si è unica bambina a correre, non mi bastava). (È un po’ come la questione delle quote. Il bisogno di farcela a prescindere. Ma la legge Golfo Mosca alla fine persegue “il bene comune”, non solo di genere).

Perché la mia generazione, mal rappresentata, corre per qualcosa di più grande. Ma nel frattempo rinuncia ad essercitare il potere, il potere per. E così deve farsi dare tanti ok da chi c’è sopra di loro.

Clientelismo, corruzione, raccomandazioni, nepotismo, risposte multiple, allocano talora più persone, e ben prima, del merito, della visione.

Ma non sarà sempre così. Vero?
Determinazione, metodo e sacrificio, passione, cultura ed etica.

La mia generazione non è Di Maio.

La mia generazione

La mia generazione ha un problema. È insicura. Non parlo - oggi - della precarietà, economica, lavorativa, abitativa, esistenziale, che già basterebbe a riempirci alcuni saggi, ed effettivamente l'ho fatto. Parlo di quell'insicurezza che spinge quasi tutti loro, i migliori tra loro, a doversi meritare sempre qualsiasi cosa in maniera maniacale, che li porta a dover dimostrare sempre qualcosa, a…

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