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Che cosa è successo all’Angelus di domenica scorsa, quello all’inizio del quale il papa ha detto di sentirsi ingabbiato? Non lo ha colto appieno neanche uno scrittore di qualità come Paolo Di Paolo, che quell’Angelus ha pur ben presentato ai lettori de La Repubblica. Nè lo hanno colto, a mio avviso, tanti altri giornali.

Quel che è successo di sorprendente è che il Papa, dicendosi “ingabbiato”, ha fotografato lo stato d’animo di tutti, sottoposti a tante pressioni, fisiche o psicologiche, dal nemico invisibile. Ma proprio perché “ingabbiato” Bergoglio ha voluto subito dopo dire di salutare con affetto quel gruppo che aveva ritenuto di andare in piazza per i dimenticati di Idlib. Sono il milione di siriani che vivono all’addiaccio, e muoiono assiderati, davanti a un confine ermeticamente chiuso da un muro, quello turco, e dietro al fuoco aereo e di terra di chi li scaccia da terre bruciate, case distrutte, ospedali spianati; gli aerei russi e le truppe siriane. Ricordando subito questa tragedia rimossa, ma che lui denuncia dal luglio scorso, il papa non è stata “carino” con chi era in piazza nonostante qualche personale apprensione per il virus. No. Ci ha invitato tutti a riflettere sul nostro sentirci ingabbiati e il loro essere ingabbiati. Ingabbiati mezzi nudi, ingabbiati nella neve, ingabbiati nella distrazione di chi non li vede, non adesso, per via del coronavirus che ci ingabbia a casa nella paura, ma che non li vede ingabbiati da un anno.

La lezione domenicale del papa è stata su quanto siano gabbie le gabbie. Le nostre, pesanti da sopportare e dalle gravissime conseguenze economiche per tutti, con l’incubo poi di possibili malattie e in alcuni casi di qualche malato tra i nostri cari, e le loro gabbie, quelle che fanno morire di freddo un bambino davanti allo sguardo impotente della mamma che cerca di riscaldarlo anche ora che non ce l’ha fatta.

Questo Angelus dunque ha riconnesso l’umanità: noi, parte dell’umanità sotto l’attacco invisibile e quindi pauroso, spaventoso, del virus. E loro, il milione di Idlib, parte della stessa umanità, sotto un attacco per loro visibilissimo ma che non sappiamo vedere. E che qualcuno non vuole vedere. Quel milione di essere umani potrebbe triplicarsi, forse si sta triplicando già in queste ore, ma la sola cosa che l’Onu ha saputo decidere è di non aumentare i due piccoli corridoi umanitari che gli portano qualche tenda, qualche razione di cibo, qualche coperta. L’Onu funziona così, la Russia ha potuto opporre anche questo veto.

Di questa storia di umanità, che volendo potrebbe usare le sfide dell’oggi per tornare a scoprirsi “una” Bergoglio ha saputo parlarci con il cuore in mano, da padre delle nostre ansie che ha fatto sue, ma anche da padre di quell’umanità che noi dimentichiamo volentieri, e le cui angosce ha fatto contemporaneamente sue.

Io credo che non fosse difficile capirlo. Ma se non lo abbiamo voluto capire è perché non ci interessa? Questo, se fosse vero, dovrebbe preoccuparci. Perché se domani qualcuno dovesse restare con il virus non dovrebbe essere abbandonato come un appestato dagli altri Paesi. Andrebbe aiutato, non isolato, criminalizzato. Andrebbe sostenuto, non tenuto a distanza come un appestato. Lo stesso discorso vale per loro, per i bambini di Idlib. Quale sarà mai la colpa per cui quei bambini devono essere scacciati dalla Siria? Scacciati col forcone dal loro Paese, il paese dei loro genitori? E’ stata questa semplice domanda che ha consentito per la prima volta, che io sappia, di unire in un unico cartello importantissime sigle cattoliche, laiche, musulmane.

La stesso Ucoii, l’Unione della Comunità Islamiche d’Italia, ha firmato per dire “grazie Santo Padre”. Grazie di essere stato l’unico a ricordarsi di quei nostri fratelli, quasi tutti musulmani, ma che lei ha trattato da figli di Dio, da suoi simili, come nessun altro ha fatto. Questo è successo in Piazza San Pietro domenica: non sorprende né che a consentirlo sia stato il messaggio di fratellanza di Francesco né che a contarlo materialmente sia stato il nome unificante e comunicante per tutti, quello di Paolo Dall’Oglio. Dispiace che il virus della solitudine abbia vinto la sua battaglia, impendendo a tantissimi di vederlo, di capirlo, di raccontarlo.

Il fatto è che il documento sulla fratellanza umana firmato dal papa e dall’imam di al-Azhar non è un testo che rimane negli scaffali. Sta entrando nella vita delle persone, nei fatti. E così gli imam italiani possono ringraziare il papa “di Roma”, i siriani di mezza Europa possono finalmente uscire dalle catacombe dove Assad e la nostra insipienza politica o culturale li hanno costretti da anni per tornare ad essere popolo e dire con la loro voce, uniti pur nelle loro diversità: “Grazie Santo Padre per non essersi dimenticato che Dio ha creato anche noi”.

L’occasione persa dal racconto giornalistico, se si eccettua Avvenire e i media vaticani, è ormai passata; il suo fine era spiegarci meglio l’importanza della sfida alla quali siamo chiamati, “ingabbiati”.

Vi racconto il papa che sa unire coronavirus e Idlib

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