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Dinnanzi alla peggiore crisi sociale ed economica dalla fine della Seconda guerra mondiale c’è solo un modo per sopravvivere. Tornare a fare il mestiere di sempre, che poi gli italiani sanno fare benissimo: gli imprenditori. Negli Stati Uniti l’hanno capito all’indomani della prima guerra nel Golfo, quando l’allora amministrazione Usa offrì alle migliaia di lavoratori rimasti senza posto, di aprire una loro impresa. E nacque la Silicon Valley. E allora, dice a Formiche.net Arturo Artom, imprenditore fondatore dell’associazione Confapri, se c’è qualcosa che manca al piano Colao partorito ieri, è proprio questa: dare a chi perderà il lavoro nei prossimi mesi la possibilità di realizzare la propria idea e trasformarla in azienda.

 Artom, partiamo dal piano messo a punto da Vittorio Colao. L’ha visto?

Sì. Sono stati bravissimi, perché hanno fatto uno stato dell’arte su quello che occorre fare, anche con proposte concrete e interessanti. Ci sono alcune cose che potrebbero essere davvero utili alle imprese, come l’aumento del credito d’imposta per le Pmi, anche ricorrendo al Recovery Fund. Penso che sarà fondamentale tenerne conto anche in previsione di un impiego delle risorse stanziate dall’Europa.

Qualcosa che non la convince ci sarà però…

Diciamo che forse manca un ragionamento dal basso. Provo a spiegarmi. Il punto da aggiungere è questo: ora il Paese è sotto metadone, abbiamo la cassa integrazione e il divieto di licenziamento, dobbiamo però essere realisti e capire che a settembre succederà con ogni probabilità il finimondo perché su 16 milioni di dipendenti privati, circa 8 sono in cassa integrazione. Dal 10 al 30% dei lavoratori privati non verranno assunti e su questo dobbiamo ragionare.

Allora cosa propone?

Di partire dalla strada. Bisogna avere il coraggio di andare avanti, la mia proposta è di copiare quello che fecero gli Stati Uniti nella grande crisi tra il 91 e il 92, all’indomani della Guerra del Golfo. In quell’occasione, migliaia di persone rimasero senza lavoro, ma il governo gli diede la possibilità di reinventarsi, fornendo soldi e formazione. Questo dovremmo fare, ritrovare la nostra vocazione naturale, fare gli imprenditori. A ottobre, quando tanta gente sarà senza lavoro, dovremmo avere un piano pronto e un piano può essere questo.

Pensare che spesso ci accusano di essere un popolo di polentoni… 

Non è così. Basta, coi sussidi, è tempo di incentivare i talenti. Vuole la prova? Gli italiani, quando staccano dal lavoro, spesso fanno un secondo e terzo mestiere, i francesi se ne vanno a coltivare l’orto. L’Italiano, per capirci, vuole lavorare e possibilmente fare l’imprenditore. Io direi di servirci proprio di questo.

Lei crede che possa funzionare un simile approccio?

Credo di sì. Perché avremo della gente senza lavoro e dobbiamo trovare il modo di incentivarla, attraverso una tassazione favorevole, per esempio azzerandola sul Tfr. Dopo sei mesi di Cassa integrazione non si può tenere un lavoratore con due anni di sussidi ma dirgli: provaci. Insomma, bisogna ripartire dal Dna imprenditoriale di questo Paese. Ecco quello che manca al piano Colao: basta sussidi ma dare la possibilità di reinventarsi, partendo dalla detassazione del Tfr.

Artom, dopodomani partiranno gli Stati Generali dell’economia. Quale occasione migliore per discutere di certe idee, non crede?

Sì, ma è difficile dire se sarà una cosa utile o no. Vediamola così, abbiamo lanciato il sasso nello stagno. Ora c’è il piano Colao, tra due giorni gli Stati Generali, vediamo che cosa esce fuori. Anche io ero scettico non creda, ma magari delle 30 mila cose che verranno discusse 30 verranno attuate. Mi creda, a settembre non ci sarà spazio per rivoluzioni lunghe e macchinose, ma occorrerà fare cose semplici e immediate. Bisogna prepararsi ora, subito. Il tempo corre.

Vi spiego che cosa manca (davvero) al piano di Colao. Parla Artom

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