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Uno degli effetti del Covid-19 è stato quello di accelerare l’ingresso delle infrastrutture digitali nell’agenda delle istituzioni. Negli ultimi giorni il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, e l’Anac, ci hanno ricordato che l’Italia è al diciannovesimo posto tra i Paesi Ue per grado di sviluppo delle connessioni, che la rete fissa a banda larga copre meno di un quarto delle famiglie contro il 60 per cento della media europea, e che nel Decreto Semplificazioni va prevista la digitalizzazione di tutti gli appalti pubblici. Se aggiungiamo a questi richiami i primi tre punti individuati nel documento conclusivo della Task Force Colao (Infrastrutture, Digitalizzazione, Sburocratizzazione), le modalità e i tempi delle azioni con i quali il governo e gli enti locali investiranno sul tema delle infrastrutture fisiche e digitali ci diranno molto del futuro dell’Italia.

PERCHÉ È IMPORTANTE

Le infrastrutture giocano un ruolo decisivo per programmare la ripartenza del nostro Paese, perché in condizioni di crescente efficienza e di rispetto dell’ambiente sono essenziali per l’ammodernamento del sistema produttivo e per migliorare la qualità della vita dei cittadini, come ci ha ricordato Visco nella sua relazione.

Per rendere più competitiva l’Europa, gli investimenti in infrastrutture devono essere raddoppiati. Secondo il rapporto della Bei gli investimenti sono oggi pari al 2,7% del Pil, ma dovrebbero essere almeno del 5% per garantire all’Europa di competere con i grandi player globali, Far East in primis. Fino al 2008 l’Italia investiva in media il 3,4% del Pil in infrastrutture. Investimenti che, se nel 2009 raggiungevano quota 29 miliardi, nel 2017 ammontavano a soli 16 miliardi.

I COSTI DEI MANCATI INVESTIMENTI

Disinvestire nell’ultimo decennio nelle infrastrutture è costato ogni anno al nostro Paese almeno un punto di Pil (60 miliardi all’anno). L’Italia per investimenti sulle infrastrutture è terzultima in Europa. Solo Irlanda e Portogallo fanno peggio. Se la media europea è del 2,7%, in alcuni Paesi nordici e baltici e sorprendentemente anche in Grecia invece si supera il 4%. Al primo posto c’è l’Estonia con il 5,6% degli investimenti concentrati in prevalenza nelle infrastrutture digitali.

Nella dotazione e qualificazione delle grandi reti di comunicazione italiana ci sono evidenti deficit. Dal punto di vista della logistica, infatti, emergono una limitata capacità intermodale dei grandi nodi di scambio infrastrutturali (porti, aeroporti, interporti) e urbani, e una difficile interconnessione tra le reti e tra i livelli stessi di rete (da nazionale a locale). In un mondo sempre più globalizzato e connesso, quindi, l’Italia rischia di rimanere indietro in assenza di un piano di investimenti in infrastrutture materiali e digitali.

RIPARTIRE DAGLI ENTI LOCALI

Se dal 2008 al 2016 il problema principale delle stazioni appaltanti pubbliche era quello di individuare le risorse economiche da destinare agli investimenti, dal 2016 paradossalmente il tema si è spostato sulla reiterata incapacità delle amministrazioni locali di programmare, pianificare ed eseguire gli interventi, vanificando nei fatti importanti misure di rilancio per le infrastrutture previste dal governo Gentiloni già nella programmazione di Bilancio del 2017 (+23% di risorse), e confermate dal governo Conte 1. I Comuni (la cui imposizione fiscale nell’ultimo decennio è aumentata del 108% per fare fronte alla diminuzione sempre maggiore dei trasferimenti dallo Stato) hanno ridotto nel triennio 2017-2019 la spesa per investimenti in opere pubbliche di circa 2,5 miliardi. Un risultato fortemente negativo dopo un 2016 che si era chiuso con una diminuzione di spesa di 1,7 miliardi, nonostante la possibilità concessa dall’allora governo Renzi ai Comuni virtuosi di andare in deroga al Patto di stabilità.

L’impossibilità di trasformare in cantieri la maggiore disponibilità di risorse in capo agli enti locali pone quindi il vero tema sul quale dovremmo concentrare la nostra attenzione: competenze e capacità di programmazione. Argomenti complicati da affrontare soprattutto nei Comuni di dimensioni più modeste (in Italia 5000 Comuni amministrano poche migliaia di cittadini) o nelle stesse Province, bloccate da una riforma imperfetta.

Non fanno eccezione anche le Regioni. Dal 2016 esiste un Fondo di progettazione contro il dissesto che, a fronte di una dotazione di 100 milioni di euro, avrebbe dovuto determinare sui territori investimenti per 2,4 miliardi di euro. Di quegli stanziamenti le Regioni ne hanno utilizzato solo il 19%, perché non sono stati presentati i progetti da trasformare in cantiere.

LA POLITICA FA LA DIFFERENZA

Un fattore più degli altri, però, sarà decisivo per colmare il gap infrastrutturale dei territori italiani: la responsabilità e l’autorevolezza della politica, che deve avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture. Se non si riuscirà nella delicata operazione di disinnescare questa esasperata conflittualità che da quasi trenta anni caratterizza in tutti i territori italiani il rapporto tra la conservazione dell’ambiente e la realizzazione di nuovi investimenti (Tav e Tap sono solo gli esempi più eclatanti), l’Italia rischia di vanificare l’ultima grande buona occasione che viene dall’Europa, perché una parte delle risorse del Recovery plan sarà destinata proprio all’ammodernamento delle infrastrutture.

Troppe volte abbiamo assistito ad opere ritenute strategiche dal Mise che sui territori si sono scontrate con l’opposizione di comitati o movimenti sostenuti dagli amministratori locali, determinando contenziosi, ritardi e tensioni che oggi non possono più essere ammessi (si veda il 5G).

La globalizzazione post Covid-19 promuoverà le filiere industriali di prossimità solo se saranno in grado di maturare e favorire servizi efficienti. E le infrastrutture, anche nella nuova logistica integrata che avrà nel Mediterraneo come ha ricordato anche di recente il Presidente Mattarella uno snodo essenziale nei traffici commerciali marittimi, sono il principale strumento di sviluppo e crescita.

(Articolo pubblicato su Competere)

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