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Un portavoce del Pentagono ha confermato ufficialmente ieri quello che ormai era noto: non è vero che non ci sono stati americani feriti nell’attacco missilistico dell’8 gennaio con cui gli iraniani hanno voluto vendicare il raid mortale con cui cinque giorni prima gli Usa avevano eliminato il generalissimo dell’Iran Qassem Soleimani.

Trentaquattro soldati hanno sofferto commozioni celebrali. Gli iraniani colpirono due basi irachene che ospitano personale occidentale: una è la Al Asad Air Base, la più danneggiata e con più feriti, l’altra a Erbil, nel Kurdistan. I danni celebrali potrebbero essere stati indotti dal cambio di pressione prodotto dall’esplosione dei missili, scrive il New York Times. Qualcosa come l’onda d’urto. A due settimane di distanza, dei feriti solo nove sono rimasti in Iraq, 17 sono stati portati in Germania (con ogni probabilità sono nelle strutture sofisticate di Landstuhl) e altri otto sono rientrati negli Stati Uniti.

La notizia è interessante anche perché smentisce quello che Washington dice da oltre due settimane, e soprattuto arriva a caldo contro una dichiarazione del presidente Donald Trump, che mercoledì — mentre i media parlavano già da qualche giorno di queste conseguenze più serie dell’attacco iraniano — diceva: “Ho sentito che avevano mal di testa, ma non le considero lesioni molto gravi rispetto ad altre lesioni che ho visto”. Parole che chiaramente in questo momento sono sotto l’attacco politico dei Democratici, a cui si abbinano anche dichiarazioni da parte dei Veterani sulla sottovalutazione dei feriti.

È possibile che Trump abbia usato una forma di sottostima dal valore politico. Dopo l’attacco a Soleimani e la reazione iraniana, culmine di scontri a intensità via via crescente che andavano avanti da mesi, il presidente Usa cercava la de-escalation. E il livello di autocensura della stampa e sopratutto delle strutture interne all’amministrazione è stato alto: non sono state diffuse informazioni immediate che avrebbero potuto far scivolare la crisi.

Un silenzio controllato, sebbene fin dalla notte dell’attacco si sapesse che alcuni soldati erano stati estratti dalla base in Iraq e trasferiti a Ramstein, in Germania (base che fa da stop-over per i feriti evacuati nel quadrante mediorientale prima dell’ingresso nelle strutture ospedaliere Lrmc di Landstuhl). Ora le informazioni escono, vengono confermate dalle strutture ufficiali, perché è passato del tempo, la questione si è annacquata e non richiede più una contro-risposta americana e l’innesco di un ciclo a spirale.

In effetti tutto era piuttosto chiaro nel discorso con cui Trump ha commentato l’uccisione del generale, durante il quale ha addirittura offerto a Teheran la possibilità di dialogo e di un nuovo accordo, andando oltre a quello sul nucleare Jcpoa del 2015 (messo in crisi a maggio 2018 dall’uscita unilaterale americana). Quello che adesso arriva dal Pentagono “è comunque strategicamente importante”, spiega a Formiche.net Jacopo Scita, ricercatore dell’università di Durham, “proprio perché uno dei punti chiave del discorso di Trump all’indomani della attacco era il ‘we suffered no casualties’, sulla base del quale, sostanzialmente, sembrava essere basata la scelta di non continuare sulla strada dell’escalation militare”.

“Il ripristino della deterrenza con cui Washington aveva giustificato l’uccisione di Qassem Soleimani potrebbe essere nuovamente in discussione”, spiega Scita. Secondo un’analisi pubblicata sul sito della Brookings Insitution dal senior fellow Daniel Byman, professore della Georgetown, in questo momento la deterrenza nella regione sta dietro un’immagine offuscata. Sia da Washington che da Teheran escono segnali di distensione abbinati ad altri che riguardano rafforzamenti militari e promesse di vendetta.

Se la deterrenza è ancora un concetto nebuloso, come spiegato dall’analisi della Brookings, il rischio è che qualche apparato interno, in Iran o negli Stati Uniti, possa pensare che spingere l’acceleratore è ancora conveniente. Ma è davvero così? Dal discorso di Trump alle recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, quello che sembra è che nessuno abbia interesse a un’escalation se non alcune parti ultra-conservatrici, e finora minoritarie, del potere iraniano. Posizioni che riscuotono dividendi da un ingaggio continuo. A Washington i falchi come John Bolton, un tempo consigliere per la Sicurezza nazionale e uomo dal grilletto facile, sono fuori dall’amministrazione e in fase calante come influenza.

“Il pensiero dominante è sicuramente quello di evitare forme di crescendo dello scontro. D’altronde lo stesso Trump non ha alcun interesse a fare una guerra che sarebbe un pantano pazzesco nell’anno delle elezioni. Ma anche gli altri player, dal Golfo alla Cina sono sulla stessa linea”, aggiunge Scita. Il ricercatore di Durham recentemente ha co-firmato per l’Atlantic Council un report proprio sul ruolo cinese in Medio Oriente visto dal rapporto con l’Iran.

Un’analisi quadro che può essere molto utile per la lettura della situazione attuale: Pechino sembra sfruttare le connessioni con l’Iran sul piano retorico contro gli Usa (e viceversa, per esempio: in questi giorni in cui il coronavirus 2019 nCoV si sta diffondendo, quello di Teheran è stato uno dei primi governo a esprimere soddisfazione su come i cinesi hanno gestito la situazione, dimostrando l’interesse su questo allineamento contro alcune critiche circolate).

Ma i cinesi si muovono con delicatezza per evitare che scombussolamenti legati a confronti militari possano intaccare i propri interessi nella regione mediorientale. “Anche se Pechino ancora nel Golfo non ha forti interessi militari, invece Stati Uniti e Iran sì: da questo nascono situazioni come quella post-attacco ad al Asad, dove Trump ha dovuto minimizzare per evitare di dover rispondere duramente davanti ai feriti subiti dall’America per l’attacco iraniano”, aggiunge il ricercatore italiano.

Minimizzare i danni. Così Trump ha evitato l’escalation con l’Iran

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