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Come avevo anticipato nel mio precedente articolo, non erano poi così irrilevanti i timori dell’intelligence statunitense sulla politica degli aiuti umanitari all’Italia erogati dalla Cina e dalla Russia per il contenimento degli effetti del Covid-19. La conseguenza è stata quella di aver indotto il presidente Donald Trump ad attivarsi prontamente per ristabilire un ruolo ed un’immagine nella martoriata penisola italica. Con uno specifico memorandum la Casa Bianca ha definito una serie di azioni miranti ad un aiuto concreto e duraturo per l’emergenza Coronavirus, che va dal supporto del personale militare americano di stanza in Italia per esigenze di vario genere, a quello delle istituzioni governative statunitensi e delle organizzazioni caritatevoli ubicate sul territorio nazionale, finanche all’impegno di aziende multinazionali a stelle e strisce per fornire aiuti economici al nostro Paese.

Anche se un primo impegno degli Stati Uniti si era già concretizzato in diverse modalità, come ad esempio la costruzione di un ospedale da campo di 68 letti da parte dell’Ong Samaritan Purse a Cremona, la donazione di 10 milioni di dollari alla Croce Rossa Italiana da parte della Biogen, la donazione della Eli Lilly di 1 milione di dollari di insulina per gli ospedali, e non ultimo perfino della Coca Cola con una donazione di 1,3 milioni di dollari all’IRC, la necessità di poter economizzare politicamente questi aiuti è apparsa come un’esigenza imprescindibile. Il primo segno di risveglio dall’apparente torpore che aveva relegato la Casa Bianca ad una posizione di noncuranza sugli aiuti erogati all’Italia dalla Cina, Russia, Cuba e Albania, è certamente attribuibile al segretario di Stato Mike Pompeo, che durante un’intervista rilasciata l’8 aprile scorso ha affermato: “Sono particolarmente affezionato agli italiani e voglio assicurarli: nessun Paese vi aiuterà più di quello che faranno gli Stati Uniti. Annunceremo a breve altri interventi”.

Probabilmente non saranno rimaste inascoltate da parte del presidente Trump le raccomandazioni del capo della Cia, Gina Haspel, che già a settembre del 2019 ebbe a definire “paesi difficili” la Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Dotata di un’intelligenza pronta, tatticamente abilissima, nonché pragmatica e interessata maggiormente ai dettagli delle informazioni acquisite rispetto al suo predecessore, Mike Pompeo, la Haspel, sin dalla sua nomina, ha saputo stabilire un feeling particolare con il presidente Trump, adottando un comportamento studiato e particolarmente funzionale, frutto di un mix di pulsioni emozionali, piccoli gesti e duro realismo.

Tuttavia, pur avendo ideato un approccio produttivo, non sempre la Haspel riesce a far presa sul presidente, e spesso, anche su questioni importanti Trump non cambia idea. Non è un caso che spesso la Casa Bianca abbia pubblicamente respinto non solo le analisi sviluppate a Langley, ma anche le informazioni raccolte a supporto delle stesse. Una reazione che non si è verificata sull’allerta dell’intelligence statunitense sugli aiuti umanitari destinati all’Italia per fronteggiare la pandemia da parte di alcuni paesi, in particolare Russia, Cina e Cuba. Essendo anche un’attenta lettrice, alla Haspel forse non sarà sfuggita la disamina di alcuni documenti della Central Intelligence Agency riportati nel libro di Alexander Adler, pubblicato nel 2005, dal titolo Il rapporto della CIA. Come sarà il mondo nel 2020?, distribuito nei paesi occidentali tra il 2005 e il 2009. Sorprendentemente, il rapporto fornisce, con più di un decennio di anticipo, una descrizione accurata della pandemia globale attualmente in corso. Nel capitolo intitolato “Una possibile esplosione di una pandemia globale”, gli esperti dell’intelligence americana hanno descritto lo scenario di questa crisi causata dal Covid-19 con sorprendente precisione, addirittura evidenziando “l’emergere di una nuova malattia respiratoria umana altamente contagiosa e virulenta, per la quale non esiste un trattamento adeguato e che potrebbe causare una pandemia globale”.

Ciò che è certo è che la questione della possibile ingerenza di Cina e Russia nell’attuale travagliato scenario in cui versa il nostro Paese ha allertato non poco il presidente statunitense sulle possibili strategie di condizionamento politico e strategico sull’attuale governo italiano da parte di alcuni paesi desiderosi di ampliare le proprie mire espansionistiche. Una preoccupazione tale che probabilmente è perfino ricollegabile alla telefonata di sostegno morale fatta da Melania Trump alla figlia del Presidente della Repubblica, Laura Mattarella. Anche l’annuncio del presidente americano del 31 marzo scorso, relativo all’invio di materiale sanitario per un importo pari a 100 milioni di dollari, oltre alla fornitura di respiratori che saranno inviati anche in Spagna e Francia, va certamente nella direzione dell’indicazione di una rinnovata presenza nello scacchiere europeo.

Gli Stati Uniti sanno perfettamente che l’Italia rimane ancora un fondamentale caposaldo strategico per i loro molteplici interessi, che vanno dalla presenza di basi militari americane, alla vicinanza geografica al sempre turbolento scacchiere mediorientale, all’importanza dell’appartenenza dell’Italia alla Nato, ai rapporti storicamente saldi e ultradecennali dei nostri due paesi, fino ad includere l’attivazione, a ottobre del 2019, del sistema Muos (Mobile User Objective System) a Niscemi, in Sicilia. Si tratta di un avanzato sistema di comunicazione satellitare, definita dalla società che lo ha realizzato, la Lockheed Martin, come “Una nuova rete cellulare progettata per rivoluzionare le comunicazioni sicure e ora pronta per il pieno utilizzo operativo in ambiente di guerra”.

Per questi motivi, e non solo, l’Italia non può permettersi di stabilire legami che possano mettere in discussione legami transatlantici cementati nel corso dei decenni o che possano creare “imbarazzi” in quello sconfinato oceano di “accordi temporanei di interessi”, in cui la quasi totalità delle nazioni dell’intero pianeta naviga da diverso tempo.

Troppi, tuttavia, sono i profitti economici e le aree di potere che le maggiori potenze mondiali intendono conquistare. Dal 5G all’IoT (Internet of Things), fino alla conquista di nuovi e appetitosi mercati, come quello della farmaceutica, ove si giocherà una probabile partita all’ultimo sangue per quanto concerne la produzione e la distribuzione di nuovi vaccini antivirali per il prossimo futuro.

Vale la pena di ricordare che sulla salvaguardia degli accordi transatlantici si è pronunciato anche il Quirinale, per mezzo del presidente Sergio Mattarella, da sempre attento alla permanenza dell’Italia nell’ambito delle alleanze atlantiche e quindi della Nato. Cionondimeno, sono Pechino, Mosca, Ankara e Teheran, a dedicare particolare attenzione alla delicatissima fase che sta attraversando il nostro paese, coltivando l’idea che si possa verificare uno scenario come quello evidenziato da Andrew Hammond, docente presso la London School of Economics, che riferendosi all’Italia sostiene come “Il timore non è solo che l’amministrazione sia instabile, per non parlare dell’incapacità di garantire le riforme strutturali a lungo termine di cui il paese ha molto bisogno negli anni ’20. Ma anche che il governo potrebbe crollare richiedendo nuove elezioni con l’incertezza che ciò porterebbe e la prospettiva di un’ulteriore paralisi politica”.

Non è da escludere la possibilità che questi Paesi abbiano atteso in silenzio il momento giusto per conquistare il loro posto al sole in uno nuovo contesto geografico, e forse quel momento potrebbe essere arrivato.

Perché la politica estera italiana preoccupa l’intelligence. L’analisi di Teti

Di Antonio Teti

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