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La pandemia può generare una crisi economica capace di determinare rivolte diffuse nel Sud ovvero favorire, come ha spiegato l’ex Procuratore Pignatone, un ruolo di crescente influenza per le mafie?
Con l’epidemia del coronavirus il problema del disagio sociale potrebbe diventare drammatico. Per cercare di comprenderlo nella sua effettiva importanza, dovremmo cercare di essere lucidi, unendo i punti rilevanti per contestualizzarli nel tempo e nello spazio.

Storicamente, i cambiamenti reali sono stati originati da motivi fiscali e l’età contemporanea ne è una conseguenza. Infatti, la rivoluzione americana è esplosa nel 1776 al grido di “No taxation without representation”, mentre la rivoluzione francese del 1789 è scoppiata per la bancarotta, provocata da una tassazione che esonerava i più ricchi, addossandola prevalentemente al terzo stato.

Secondo l’Ocse (ma si dovrà verificare l’andamento dell’economia americana), la riduzione del Pil mondiale potrebbe essere compresa tra lo 0.5%  e l’1.4% che in Italia si potrebbe tradurre nel 4-5% con il fallimento di circa 150.000 imprese, pari al 4% di quelle esistenti, e con un aumento della disoccupazione che potrebbe raddoppiare arrivando al 20%.

Goldman Sachs, che ebbe un ruolo rilevante dopo tangentopoli nelle privatizzazioni delle industrie pubbliche nazionali, prevede per l’Italia una riduzione del Pil addirittura dell’11%.
Ma tutte queste previsioni rischiano di diventare aleatorie, perché occorre confrontarle con l’effettiva durata dell’emergenza. Infatti, una cosa è tornare alla normalità a maggio e un’altra farlo a luglio. E se si accorciano i tempi si attenua l’impatto.

Senza dimenticare le rivolte nelle carceri delle settimane passate e i dodici pacchi bomba inviati sopratutto nel Lazio, al momento si registrano episodi isolati come a Bari e a Palermo, tanto che ieri, a tre settimane dal blocco totale, il governo ha annunciato uno stanziamento di 400 milioni per i generi alimentari, con una media di 50.000 euro a comune. Ma quando i risparmi si eroderanno, migliaia di pensioni non potranno più integrare il reddito delle famiglie, i flussi turistici si ridurranno drasticamente e tutte le attività economiche, quelle legali e quelle sommerse, continueranno a rimanere ferme, il problema inevitabilmente rischia di esplodere, se i futuri provvedimenti governativi non riusciranno a contenere in misura accettabile l’emergenza.

L’intelligence ha responsabilmente posto l’accento sul pericolo delle rivolte sociali. Ricordo che nel Rapporto del Dis al Parlamento depositato a fine febbraio si legge che “la minaccia anarco-insurrezionalista ha continuato a rappresentare un ambito di impegno prioritario per l’intelligence”.

Il disagio sociale sicuramente ci sarà e non avrà alcuna delimitazione geografica, investendo in misura massiccia tutto il Paese.

Infatti, con la diminuzione delle entrate fiscali, lo Stato avrà meno risorse non solo per gli investimenti ma anche per i servizi, come sanità, istruzione e welfare. Non a caso il presidente dell’Inps in un primo momento aveva comunicato che la copertura del pagamento delle pensioni c’era solo fino a maggio. Per fronteggiare la crisi la Germania ha previsto interventi per 550 miliardi di euro, la Francia per 400, l’Italia per circa 50.

Nel nostro Paese, le regioni economiche trainanti della Lombardia, dell’Emilia-Romagna e del Veneto sono quelle più colpite e quindi, nonostante il maggiore benessere, potrebbero risentire persino in misura maggiore della crisi, con il rischio reale di rivolte sociali. Nel Sud è preoccupante il livello di povertà, mitigato dal maggior numero di stipendi pubblici e di redditi di cittadinanza. E in queste condizioni, è esponenziale il rischio di un ulteriore aumento della penetrazione delle mafie.

In ogni caso, occorre che l’intelligence, con grandissima attenzione, esamini in funzione predittiva in tutta Italia il rischio di disagio sociale che se dovesse superare la soglia di guardia potrebbe certamente incidere sulla sicurezza nazionale e quindi sulla tenuta delle istituzioni democratiche.

Se la disinformazione e la propaganda mediatica non riusciranno ad essere efficaci, un numero sempre superiore di cittadini, spinti dall’urgenza dei bisogni, potrebbe appunto unire i punti. Manager sanitari pagati da decenni più del Presidente degli Stati Uniti; parlamenti che dimostrano la loro non indispensabilità, poiché le scelte fondamentali vengono assunte altrove; Regioni che hanno bilanci per il 70 per cento riservati alla sanità, con i territori meridionali che hanno accentuate difficoltà; Unione Europea che riceve da anni dall’Italia molte più risorse di quante, per nostra incapacità, poi noi riusciamo ad utilizzare; rappresentanti istituzionali ed esperti che prima hanno espresso superficiali e dannose opinioni per poi modificarle radicalmente. E una volta finita l’emergenza speriamo che non si confermi l’affermazione di Gabriel Garcia Marquez: “La vergogna ha la memoria debole”.

Di fronte a crescenti difficoltà economiche, potranno essere mantenuti compensi, rendite e privilegi oggettivamente ingiustificati e dietro ai quali non corrisponde nessuna utilità sociale?

Sulla base di queste considerazioni, sicuramente emergerà con forza (speriamo non con violenza) il problema se i cittadini saranno ancora disposti ad obbedire alle autorità.

Nel numero di dicembre del 2019, “Formiche” aveva allegato un mio volumetto, in cui si erano posti questi temi: “La rivoluzione dietro l’angolo. Come il disagio sociale digitale minaccia la sicurezza nazionale”.

Le circostanze non sono facili per nessuno e ci auguriamo nei prossimi giorni interventi adeguati ad una emergenza, che finora le classi dirigenti di quasi tutta l’Europa hanno affrontato con impensabile incompetenza, dimostrando tutta la loro fragilità. Certo è facile governare per decenni quando le cose vanno bene a prescindere, finendo con l’attribuire a sé l’arrivo della stagione dei monsoni. Ed è del tutto evidente che se, come avviene in Italia, gli emolumenti di parlamentari e consiglieri regionali è talmente elevato, inevitabilmente si seleziona una classe dirigente inadeguata.

Concludiamo dicendo che dopo ogni crisi si liberano energie e opportunità: per esempio, utilizzare l’opportunità della digitalizzazione forzata, trasformare questo shock in una nuova consapevolezza delle istituzioni, valorizzare i talenti emarginati nella pubblica amministrazione, redistribuire in modo più equo le risorse erodendo i privilegi, ridurre l’insostenibile peso burocratico (se in Lombardia, con l’apporto di Bertolaso, si può allestire un Ospedale in dieci giorni perché dopo 11 anni L’Aquila deve ancora rimanere in quel modo?).

Al di là delle risorse finanziarie, che saranno per forza insufficienti, speriamo che questi o altri positivi cambiamenti che possano attenuare un inevitabile disagio sociale, limitando un probabile disastro annunciato.

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