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Nel keynote-speech con cui ieri il presidente americano, Donald Trump, ha inaugurato il Forum economico mondiale di Davos, mentre rivendicava successi economici invidiabili (“mentre da voi in Europa le cose non vanno così bene”) ha detto che gli Stati Uniti hanno raggiunto l’indipendenza energetica. Ambizione nixoniana, è da sempre un obiettivo centrale nella strategia globale americana. “Oggi non dobbiamo più importare energia” ha detto, perché “l’America è diventata il primo produttore al mondo di gas naturale”. Sottinteso: e voi?

Non è un’uscita propagandistica, ma una verità dal valore profondo. Questo significa che esiste una ragione di fondo per il disingaggio americano da alcuni dei territori più caldi del pianeta, come il Medio Oriente. Gli Stati Uniti non sono più direttamente dipendenti dall’importazione del greggio del Golfo, hanno petrolio e gas a sufficienza, sebbene chiaramente sono interessati alle dinamiche regionali perché potrebbero alterarne il mercato.

Ieri per esempio, l’ambasciata americana ha preso posizione contro la chiusura dei campi petroliferi in Libia (Paese Opec) ordinata dal capo miliziano della Cirenaica, Khalifa Haftar, per strangolare Tripoli – che sta assediando da dieci mesi. Ma sono attività quasi di routine, che Washington intende svolgere quanto più possibile da remoto. E soprattutto, vuole suddividerne il peso con gli alleati – gli “e voi” del discorso di Davos.

Lunedì la portaerei americana “USS Lincoln” è rientrata alla base navale di San Diego dal più lungo dispiegamento operativo dalla fine della Guerra Fredda. Col suo gruppo da battaglia (il Carrier Strike Group 12) e gli oltre settemila membri degli equipaggi è stata per dieci mesi nelle acque turbolente del Golfo Persico. In quelle stesse ore, l‘Europa annunciava, tramite la Francia (che si faceva portavoce anche dell’Italia), che una missione di sicurezza dei mari in quell’area era in fase di avvio. Contemporaneamente anche la Corea del Sud faceva sapere che avrebbe provveduto al rafforzamento della sua presenza nel quadrante.

Se si unisce che il 27 dicembre il Giappone ha autorizzato l’invio di alcune unità  della Forza di autodifesa nella regione mediorientale, allora appare disegnato uno schema. Gli Stati Uniti hanno incassato un risultato: dopo aver chiesto per lungo tempo un alleggerimento del proprio impegno in giro per il mondo, e soprattutto in Medio Oriente, gli alleati rispondono positivamente e rafforzano la cooperazione prendendosi maggiori responsabilità.

Non è poco, perché il disingaggio è anche una delle linee guida del trumpismo, e potrebbe essere un’ottima carta da giocare durante la corsa elettorale. Sebbene la platea sia piuttosto disinteressata alle questioni di politica estera (per dire: i sondaggi dicono che gli americani inquadrano geograficamente l’Iran in Puglia, tanto è profonda la conoscenza e l’interesse di certi temi). Ma le missioni all’estero sono un fardello per ogni presidente. Nelle ultime elezioni ha vinto sempre chi ha promesso una qualche forma di ritiro, mezzo per impedire altri caduti americani. È successo con Donald Trump e prima di lui con Barack Obama.

Attenzione però, l’intero discorso non deve far presupporre che la presenza americana in Medio Oriente stia diminuendo, tant’è che la rotazione delle portaerei ha già  portato la “USS Truman” nel Golfo a metà  dicembre. E gli Stati Uniti hanno rafforzato le unità terrestri e aeree nella regione, sebbene Trump abbia provato a forzare la narrazione sul “ritiro”.

Nella regione è in corso il confronto con l’Iran. Ci sono state schermaglie dirette (l’abbattimento di un drone americano da parte dei Pasdaran, l’uccisione del super-generale Qassem Soleimani, la formale risposta missilistica iraniana contro basi irachene che ospitano personale occidentale in Iraq). Ci sono state operazioni pensate dall’Iran e compiute da forze collegate nella regione (il gigantesco attacco dalla Yemen contro due postazioni petrolifere saudite e diversi altri episodi minori: uno anche lunedì sera, con tre razzi Katyusha lanciati contro l’ambasciata Usa di Baghdad).

Ma nel quadrante è anche in corso una forte competizione più politica, che vede la Russia e la Cina impegnate in prima fila per scalzare la regione dal controllo americano e occidentale. Non si tratta solo della partita energetica, dunque: ci sono almeno due motivazioni forti che impediscono agli americani di uscire. La terza è il terrorismo. Ma che l’amministrazione Trump ha già  messo in chiaro che tutto dovrebbe essere gestito in forma più allargata possibile con gli alleati.

La risposta è sempre stata flebile. Almeno finora. La Corea del Sud ufficialmente ha navi che stanno compiendo controlli anti-pirateria lungo lo stretto di Hormuz. Il Giappone ha piazzato le sue tra il Golfo dell’Oman e Bab el Mandab, e non lungo Hormuz. L’Europa va in missione autonomamente, su spinta francese (che piazzerà il comando in una base emiratina dell’Armées françaises), con la convinzione che unirsi agli americani nella loro operazione “Sentinel” – come hanno fatto gli inglesi, gli australiani e alcune forze del Golfo – potesse essere visto dall’Iran in modo negativo.

Ma è evidente che tutti e tre rispondono positivamente alla chiamata insistente di Washington, che chiede maggiore impegno agli alleati in quel quadrante. Ed è una notizia importante, se si considera che il terreno del Jcpoa è stato quello più scivoloso per le relazioni transatlantiche recenti, dove gli altri co-firmatari, Cina e Russia, hanno provato a giocare l’arma della divisione su quello che chiamavamo “Occidente”. Ed è evidente che Trump – che adesso non è più detestato dalla “gente di Davos” (citando Daniele Raineri, sul Foglio di oggi) – sta mettendo in chiaro quali sono le realtà attuali: gli Stati Uniti non vogliono restare da soli, ma chiedono che il carico degli impegni sia ridistribuito tra gli amici di sempre.

Lunedì il segretario di Stato, Mike Pompeo, era in Colombia per incontrare l’autoproclamato presidente venezuelano Juan Guaidó (che sta cercando di sconfiggere il regime chavista col sostegno psicologico dell’Occidente). Con un tweet però, Pompeo ha ringraziato i vari Paesi sudamericani che hanno designato Hezbollah, il satellite iraniano in Libano, come gruppo terroristico. È una priorità per Washington e riguarda il tema mediorientale, la crisi in un Paese sensibile, la questione-Iran. Il gruppo politico armato ha interessi in vari stati delle regione sudamericana, tanto che il dialogo dei Paesi del quadrante con gli Usa sta ruotando anche attorno a questo punto di allineamento nella postura anti-Iran. Ora tocca all’Ue: ieri l’ambasciatore americano in Germania ne ha parlato chiaramente in un op-ed firmato per Politico, come ricorda su queste colonne Gabriele Carrer. La feluca sta lavorando anche a Bruxelles affinché l’Europa ampli la designazione del gruppo in forma totale e non solo all’ala armata.

(Foto: Twitter, @WhiteHouse)

 

 

Cosa c’entra Hormuz con le linee tracciate da Trump a Davos?

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