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Dalle prime evidenze dal voto emiliano-romagnolo, le Sardine si vedono e si sentono. Eccome. Lo documentano i dati emergenti e persino quelli che già nella nottata post voto hanno avviato una profilazione degli elettori. Ma lo si capisce ancor efficacemente osservando la correlazione tra voto per il centrosinistra, titoli di studio e classi d’età ma, a guardar bene, anche tematizzando le differenze con cui si è manifestata, nelle diverse aree, la risposta di massa all’appello al voto. Tutti indizi che a caldo sostengono l’ipotesi di un forte dividendo di influenza per le Sardine.

Eppure, una tendenza abbastanza diffusa fra politologi e giornalisti tende a enfatizzare la natura congiunturale del loro impatto; ancora una volta una riprova che gli uni e gli altri vedono essenzialmente quello che sanno riconoscere e, ogni tanto, non colgono tempestivamente le novità profonde. Solo osservando queste emergono i messaggi lanciati dai nuovi trend, che non consentono ad esempio di omologare questo movimento ai partiti esistenti e persino al Movimento 5 Stelle di quella stagione in cui influiva, grazie alla sua novità, sul dibattito pubblico.

Le Sardine hanno colto più di tutti la “relazione pericolosa” tra comunicazione, reti social e politica e ne hanno pubblicamente svelato e denunciato l’inganno. Inutile dire che questa è una lezione anche per quanti hanno a cuore indipendenza e garanzia di pluralismo. Qui annotiamo che persino i soggetti politici “vittime” di un lungo processo di ridimensionamento informativo non hanno riservato la dovuta attenzione al problema; questo è tanto più grave per il Movimento 5 Stelle la cui natura è quella di basarsi su un legame orizzontale, sostanzialmente destrutturato e con deboli riferimenti territoriali. Di conseguenza, patisce più del Pd la lunga stagione di sottoinformazione in cui si è industriato il sistema informativo italiano “pluralista”. La prova è evidente: nessun opinionista commenta la perdita di consensi dei 5 Stelle riconducendola ad una sostanziale scelta di fatto da parte dei media.

Tornando alle Sardine, invece, non solo hanno messo al centro più o meno direttamente l’indipendenza e terzietà dell’informazione, senza per questo arroccarsi dietro ai social e magari restituendo pan per focaccia ai militanti dell’insulto. Hanno scelto invece la strada più difficile e apparentemente retrò: quella della piazza, del contatto reale e della partecipazione. È impressionante quanto questa semplice postura democratica abbia influenzato il sentiment dell’appuntamento elettorale, agendo persino da stimolo agli adulti e finendo per costruire la marca comunicativa di questa campagna.

Veniamo ora all’ultimo pronunciamento delle Sardine contro il teatrino mediatico contemporaneo; si capisce anche troppo la reazione allergica nei confronti dei palcoscenici televisivi e dei talk show, che Ettore Bernabei definiva il carnevale mediatico. Non vogliono confondersi con un movimento formattato dai media. A questo punto c’è una sola conclusione da trarre, e riguarda la qualità profonda dei processi informativi contemporanei: come non accorgersi che una parte del giornalismo raggiunge un vero e proprio orgasmo professionale quando si mette a cantare le lodi del “carro del vincitore”. E non è successo solo per il centrodestra recentemente dopato dalla comunicazione. C’è di peggio: un tic di questo genere si riversa ancor più quando si tratta di costruire una simulazione di equilibrio, eccitandosi a denigrare e amplificare gli sconfitti.

Viene in mente un noto adagio: essere forte con i deboli/debole con i forti. Una formula eticamente inaccettabile.

Le Sardine tra comunicazione e politica. L'analisi di Morcellini

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