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Tira, forse, una leggera brezza di novità per quel che riguarda la pubblica amministrazione Italiana, con qualche elemento che fa sperare in un cambio di marcia ed un approccio diverso rispetto al sempiterno tema del miglior funzionamento della macchina pubblica. Se finalmente è stata firmata l’ipotesi di nuovo contratto per i dirigenti pubblici, che si aspettava ormai da dieci anni, la nuova Ministra per la PA Fabiana Dadone ha ricordato che, al netto di chi sbaglia e va punito, chi lavora bene va valorizzato: “Illudersi che sia sufficiente controllare gli ingressi dei dipendenti con cartellini e con impronte digitali per far funzionare la macchina dello Stato è folle. Se un dipendente una volta entrato in ufficio non è motivato – ha detto Dadone – farà poco. Serve un approccio culturale diverso: vorrei che i ragazzi invece di andare all’estero desiderassero diventare il braccio appassionato di uno Stato efficiente”. Non è cosa da poco: va colto il segnale della sfida che deve essere profondamente trasformativa, consapevoli che la PA, al pari di qualsiasi organizzazione complessa, quando minacciata reagisce con l’innata capacità di assorbire senza danni ingenti anche l’onda d’urto più violenta. Scartati i pregiudizi diffusi avverso il settore pubblico, è innegabile, tuttavia, che i problemi siano molti e che impattino sul sistema produttivo Italiano e sul comune sentire dei cittadini, destinatari ultimi dei servizi che la PA eroga. Da questo punto di vista, il punto nodale sembra essere quello della distanza fra un’amministrazione che è ancor oggi troppo modellata sulla catena fordista del prodotto e una società che, al contrario, spinta dalle innovazioni tecnologiche, corre a perdifiato (non si sa bene dove, potrebbe dire qualcuno). La nostra è un’amministrazione pubblica formalistica? Sì, senza dubbio. E non può non esserlo: il rigido rispetto delle norme è alla base del principio di legalità ed è garanzia del pari trattamento per tutti i cittadini. Il problema insorge quando le norme sono troppe, contraddittorie, paralizzanti. Chiunque si sia trovato a gestire un appalto, una gara o un qualsiasi procedimento amministrativo complesso sa bene come ogni decisione sia condizionata da un numero imprecisato di variabili che, se ignorate, possono portare alla sanzione per il malcapitato burocrate e al disservizio finale per il cittadino. Le nostre amministrazioni soffrono, da tempo, di un grave strabismo, con le donne e gli uomini civil servant che vivono quotidianamente due opposte esperienze cognitive e di gestione del tempo: privati cittadini assai esigenti e sempre più social, da un lato, e amministratori pubblici la cui azione è fortemente proceduralizzata e molto spesso demotivati da un ambiente in cui il merito fatica ad affermarsi come principio condiviso, dall’altro.

Se queste sono le trame fondamentali che appesantiscono la nostra capacità amministrativa, di cosa abbiamo bisogno per dar corpo a quel cambiamento culturale che possa innescare cambiamenti di lungo periodo? Serve, intanto, una produzione normativa non tossica, non pletorica e, per quanto possibile, intellegibile. Il Parlamento è, di fatto, da tempo esautorato dalla preponderanza legiferante del Governo, che procede con passo spedito e sempre più tecnicistico nel sostanziale disinteresse dei cittadini che ignorano il contenuto specifico delle norme, riversando sugli uffici un’attività di esegesi e messa in opera lunga e complicata. Il moltiplicarsi geometrico di opacità normativa e amministrativa, peraltro, crea le condizioni per lo sviluppo di un ambiente favorevole alla impropria gestione di solitari orticelli che danneggia inevitabilmente il senso stesso dell’azione amministrativa. Accanto alla copertura di leggi più chiare e lineari, è necessario, inoltre, smontare pezzo per pezzo il modus operandi delle burocrazie che, in larga parte, si affidano a prassi, gerarchie e processi adempimentali: da questo punto di vista, la chiave organizzativa è fondamentale per restituire senso di appartenenza e consapevolezza del ruolo, in un clima che scoraggia l’iniziativa individuale. L’apporto del lavoro agile (o smartworking), solo di recente iniettato in piccole dosi nella struttura burocratica Italiana, potrebbe avere effetti insperati nel medio e lungo periodo, rivoluzionando il modo di relazionarsi e contribuendo a buttare alle ortiche i concetti ormai desueti di tornellismo e presenza fisica. Va definitivamente abbandonata l’infantile concezione deterministica dell’agire burocratico, seconda la quale per il sol fatto di spingere un bottone a monte, l’effetto desiderato si materializzerà magicamente a valle. Spingere al risultato, indipendentemente da orario o timbratura del cartellino, potrebbe allora scardinare modalità di lavoro oggi poco efficaci con effetti al momento ancora imprevedibili. Servirà, naturalmente, adeguata formazione e impegno incessante da parte del vertice politico e della prima fila amministrativa perché un nuovo modo di fare le cose venga assimilato e non, ancora una volta, semplicemente digerito e trasformato secondo le esigenze della struttura. Un nuovo modo di lavorare necessita – non va dimenticato – di nuove figure professionali: una solida preparazione amministrativo-contabile è e resta necessaria, ma andranno cercate, valorizzate e premiate anche altre fondamentali caratteristiche del pubblico dipendente in termini di adattabilità e di relazione inimmaginabili solo fino a pochi anni fa.

Non si può ignorare, tuttavia, che una profonda trasformazione di questo tipo influenza ed è influenzata dai processi che investono l’identificazione dei compiti dell’amministrazione pubblica. Sta cioè alla politica immaginare cosa vogliamo faccia la nostra macchina amministrativa in questa fase storica, se sia opportuno allargare o restringere il perimetro pubblico, se e quanto sia possibile attenuare o eliminare la propria influenza sui processi gestionali, quali e quanti servizi si vogliano erogare ai cittadini in una fase caratterizzata dalla costante decrescita della natalità, da crescenti diseguaglianze interne, da un rapido processo di invecchiamento della popolazione, con impatti preoccupanti sul nostro stile di vita. La CGIA di Mestre ha recentemente rilevato un aumento della spesa complessiva per i consumi interni della PA, che avrebbe sforato i 100 miliardi di euro per il 2018: tuttavia, la domanda, tuttora inespressa, è a quali fini vada concretamente rapportata la spesa. Cosa vogliamo facciano, in altre parole, le nostre amministrazioni e per chi? Sì, è vero, la pubblica amministrazione resta, la politica cambia: ma è compito di una politica avveduta costruire la visione del domani e avere al proprio fianco una tecnostruttura che sappia interpretarla in modo adeguato, al fine comune di tutelare e promuovere il benessere delle nostre propria comunità. Perché altrimenti, ammettiamolo, a che serve dannarsi?

Le possibili soluzioni per lo strabismo della nostra amministrazione pubblica

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