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Venerdì epocale in Medio Oriente, per la precisione a Baghdad e a Beirut. Si svolgono infatti in questa ore in entrambe le capitali le rivolte non violente arabe contro i propri regimi miliziani e corrotti. Due enormi e decisive manifestazioni di popolo, interconfessionali, salutate con favore dai vertici religiosi cristiani.

I maroniti di Beirut vi sono arrivati con ritardo e grandi cautele a schierarsi con il loro popolo, stanco tanto del presidente cristiano filo-iraniano Aoun che dell’oppositore cristiano filo-saudita Geagea, ma vi sono arrivati, mentre il patriarcato caldeo di Baghdad ha saputo da subito cogliere il significato della mobilitazione popolare irachena, che ha al suo centro la maggioranza sciita in urto con le milizie filo-iraniane: quel significato è “basta militarizzazione della fede, siamo cittadini”.

Lo stesso ora accade in Libano, dove l’unica forza che si oppone alla sostituzione dell’impresentabile esecutivo in carica, come richiedono i cittadini di tutte le appartenenze confessionali, è Hezbollah, che ha addirittura inviato i suoi miliziani ad aggredire i manifestanti ieri. Sono stati respinti dall’esercito, ma tutti sanno che Hezbollah ha armi di cui l’esercito non dispone: cosa faranno oggi? La domanda è la stessa che si pongono a Baghdad nei confronti delle milizie sostenute dai pasdaran iraniani che nei giorni scorsi hanno sparato sulla folla pacifica. Lo spettro è quello di Assad, il raiss siriano che represse nel sangue di centinaia di migliaia di persone le rivolte non violente del 2011. Oggi gli eventi prenderanno quella piega o si saprà evitare la deriva? Le cose sembrano un po’ più pericolose in Iraq, dove i miliziani hanno già avuto meno remore, versando sangue di sciiti come loro, stanchi delle loro vessazioni.

Un ruolo cruciale è dunque quello del clero cristiano di entrambi i Paesi: oggi ha in mano una possibilità enorme, dimostrare che il clero cristiano guida la riconciliazione nazionale e interreligiosa stando da una parte sola, dalla parte dei cittadini di ogni confessione.

Ma questo venerdì del Levante in lotta per conquistarsi pacificamente la cittadinanza ha anche un altro protagonista: i nostri media. Perché viene raccontato così poco? Perché i nostri media non sembrano volerlo vedere, capire, raccontare? Una risposta viene dalle piazze: quello che è sul banco degli imputati del popolo non è l’Islam, ma la guerra fredda e i nazionalismi totalitari, proprio come accadde da noi negli anni Quaranta e negli anni Ottanta. Non raccontare questa storia fa comodo a chi vuole fingere che ce ne sia un’altra: Oriente contro Occidente, antagonisti contro servi degli americani. Non è così, gli sciiti, i sunniti e i cristiani di Libano e Iraq sono sullo stesso lato della barricata, contro le stesse milizie, per la stessa cittadinanza. Ottenerla vuol dire avere governi di sunniti, sciiti e cristiani eletti da tutti, non solo dai loro correligionari, che servono l’interesse nazionale, non quello delle potenze straniere che li armano. Ma questa evidenza a destra e a sinistra non piace. A destra, perché mette in discussione il racconto inventato dello scontro di civiltà, a sinistra, perché mette in discussione il racconto inventato dello scontro tra regimi antagonisti e servi degli americani. Anche per questo molti non raccontano questo venerdì.

Ma in realtà quella odierna è una giornata storica per il dialogo e tutto il Mediterraneo. Libanesi e iracheni hanno preteso di riaprire il fronte del vivere insieme, se riusciranno a vincere senza paura delle provocazioni armate che ci saranno daranno un colpo tremendo al muro di Berlino che resiste nel Medio Oriente; la menzogna antagonista da una parte e quella dello scontro di civiltà dall’altra.

(Foto: Alessandro Balduzzi da Beirut)

venerdì

Cosa cela il venerdì di passione a Beirut e Baghdad

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