Skip to main content

Con la Nato compatta sulla linea americana contro l’Iran (pur invitando tutti alla moderazione), l’Europa ha battuto un primo colpo per recuperare terreno nel nuovo “confronto tra grandi potenze”. L’altra partita si gioca in Libia, dove l’Italia è chiamata a “un’azione di politica estera forte”. Di fronte alle ambizioni neo imperiali di Ankara e Mosca, il rischio è “restare tagliati fuori”. Parola dell’ambasciatore Stefano Stefanini, senior advisor dell’Ispi, già consulente diplomatico del presidente Giorgio Napolitano e rappresentante permanente per l’Italia all’Alleanza Atlantica. Dopo le incertezze del fine settimana in seguito all’uccisione di Qasem Soleimani, qualcosa è sembrato smuoversi nelle ultime ore. Il premier Giuseppe Conte ha sentito la cancelliera Angela Merkel. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dopo l’alt alla missione Ue in Libia, è oggi a Bruxelles per un vertice straordinario con i colleghi europei, mentre domani sarà tra Egitto, Tunisia e Algeria.

Ieri, in un Consiglio Nord Atlantico convocato d’urgenza, Jens Stoltenberg ha compattato gli alleati sul supporto agli Usa, ma ha anche invitato tutti alla moderazione. Come interpreta la posizione della Nato?

In una situazione particolarmente difficile, il segretario generale ha dovuto trovare un equilibrio tra la linea americana, espressa in modo chiarissimo da Trump, e lo sbalordimento degli alleati europei di fronte all’operazione che ha portato all’uccisione di Soleimani. Ne è uscita la linea di solidarietà agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, simile a quella espressa dai principali Paesi europei (Francia e Regno Unito, ma poi anche la Germania) che hanno tenuto ben distinto il tentativo di recuperare il Jcpoa sul nucleare dal non versare alcuna lacrima per la scomparsa del capo della Guardia rivoluzionaria iraniana, accettando di fatto la giustificazione americana nell’aver colpito chi era responsabile di un’escalation terroristica nei confronti degli Usa.

E sulla missione di addestramento, solo temporaneamente sospesa?

Stoltenberg ha mantenuto l’Alleanza sulla linea della lotta al terrorismo, invitando tutti, anche gli Stati Uniti, a non procedere verso un’ulteriore escalation. Ciò sarà difficile nel caso di una rappresaglia iraniana, ma il segretario generale ha fatto il possibile in una situazione in cui la Nato si è ritrovata tra l’incudine e il martello. Per questo ha offerto la possibilità al governo iracheno di tenere in piedi la missione di addestramento, ribadendo la disponibilità a confermarla purché vengano garantite le condizioni di sicurezza sul terreno.

Anche prima della recente escalation in Medio Oriente, uno dei nodi interni all’Alleanza era il nuovo attivismo della Turchia, alleato storico. Si complica adesso con l’iniziativa in Libia a sostegno di al Serraj?

Ritengo quello libico un dossier a parte, da cui la Nato si è tenuta alla larga. D’altra parte, il problema non è stato sollevato nell’Alleanza. Chi avrebbe interesse a farlo è l’Italia, che però non si è mossa in tal senso.

Come legge l’evoluzione della crisi libica?

Stiamo assistendo al passaggio da un confronto tra due potentati locali – un governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Bengasi, entrambi con diversi alleati regionali – a un confronto tra la Russia, a sostegno di Haftar, e la Turchia, che supporta al Serraj. Ora Ankara ha alzato la posta mettendo delle truppe sul terreno, cosa che la Russia aveva già fatto.

E ora?

Ora la crisi non può risolversi senza ingaggiare Mosca e Ankara. L’attivismo turco ci crea un problema, ma al tempo stesso sta impedendo la caduta del governo di Tripoli, quello presso cui è accreditata la nostra ambasciata. La situazione è difficile. Il problema non si risolve più solo tra Bengasi e Tripoli.

Domani Putin sarà a Istanbul per lanciare il TurkStream. C’è un piano per estromettere Usa ed Europa da nord Africa e Medio Oriente? La situazione libica è il frutto delle nuove ambizioni imperiali di Russia e Turchia?

Sicuramente è un ritorno al confronto tra grandi potenze. Un ritorno delle ambizioni e influenze ottomane della Turchia e un ritorno tout court della Russia post-sovietica in Medio Oriente (con la Siria ormai acquisita) fino al Mediterraneo occidentale con la Libia. Ciò è in parte consentito dalla riluttanza americana a restare impegnati troppo su questi teatri. Eppure, come ha dimostrato l’attacco su Soleimani, riterrei prematuro considerare gli Usa fuorigioco. Washington continua a giocare, ma lo fa in modo diverso rispetto al passato, con il minimo dispendio di energie e utilizzando tutta la sua potenza militare. Chi invece sta finendo del tutto fuorigioco è l’Europa, e quindi anche l’Italia.

Perché?

Perché non abbiamo capito per tempo che il gioco nel Mediterraneo è diventato pesante, con regole dettate ormai dai vari Erdogan, Putin e Trump. Senza una potenza militare e senza la volontà di usarla, si è tagliati fuori.

Oggi Di Maio è a Bruxelles per un vertice straordinario Ue. Domani sarà in Egitto, Algeria e Tunisia. Ci sono margini per recuperare terreno e influenza?

I margini ci sono. L’Italia e l’Europa rimangono attori importanti in questa parte del mondo, con una presenza ancora forte sul terreno. Il nostro Paese in Libia ha un’ambasciata, una presenza d’intelligence capillare e l’Eni. Ha però bisogno di accompagnare tale presenza con un’azione di politica estera forte, con il sostegno europeo che finora è mancato. L’altro Paese che conta è la Francia. Tra Parigi e Roma c’è stata però fino ad ora la tentazione di farsi concorrenza, una tentazione in cui sono caduti forse di più i francesi. Adesso bisogna rendersi conto che, se non operiamo insieme, finiamo in secondo piano rispetto a Russia, Turchia e ai Paesi regionali che hanno un grosso peso nella questione, Egitto in primis. È molto probabile che Erdogan e Putin alla fine trovino un accordo che porti alla divisione della Libia in due zone di influenza. Tutto questo accade alle nostre spalle. È il momento di una politica estera che ci porti a ragionare con Egitto, Turchia e Russia. Denunciare ciò che fa Erdogan o Putin è fiato sprecato, perché non li ferma.

Tornando all’Iraq, a prescindere dalla decisione che verrà presa dal governo di Baghdad sui contingenti stranieri, l’Italia è divisa tra chi propone il rientro della missione italiana e chi invece è contrario al ritiro. Lei come la vede?

È una missione Nato per cui vale la stessa linea presa per l’Afghanistan: in together, out together. Siamo il secondo Paese per contributo alla missione con parecchia voce in capitolo. Bisognerà valutare insieme agli alleati se ci sono le condizioni per restare e, se non ci sono, per decidere quando e come andarcene. Occorre in ogni caso evitare iniziative nazionali unilaterali. Poi, la valutazione potrà benissimo condurre a un ritiro, ma dell’intera missione, e non di uno solo dei Paesi coinvolti.

Vuole aggiungere qualcosa?

Sì. Ciò che sta succedendo in Iran e Iraq è una sfida all’Europa (e all’Italia nell’Europa e nella Nato) per dimostrare se siamo ancora in grado di avere voce in una parte del mondo che rappresenta il nostro vicinato, oppure se siamo divenuti semplici spettatori di un gioco tra grandi potenze.

Libia e Iraq, ecco le carte dell’Italia (nella Nato). Parla l’amb. Stefanini

Con la Nato compatta sulla linea americana contro l'Iran (pur invitando tutti alla moderazione), l'Europa ha battuto un primo colpo per recuperare terreno nel nuovo “confronto tra grandi potenze”. L'altra partita si gioca in Libia, dove l'Italia è chiamata a “un'azione di politica estera forte”. Di fronte alle ambizioni neo imperiali di Ankara e Mosca, il rischio è “restare tagliati…

Dalla Francia all’Uk, perché l’Europa in ordine sparso non funziona. Parla Politi

La Nato c'è e decide (anche sull'Iran). Secondo Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, l'alleanza che da 70 anni garantisce pace ed equilibri, nel Consiglio di ieri sul dossier iraniano ha indicato una via, che si ritrova nell'appello alla moderazione lanciato dal segretario generale Stoltenberg. Il nodo verte più sulle politiche disarticolate di alcuni grandi paesi dell'Ue. L'occidente…

Erdogan e Putin insieme per il Turkish Stream ma distanti su Libia, Siria e Iraq

Oggi si celebra il Natale Ortodosso, ma per il presidente russo, Vladimir Putin, si tratta di vacanze natalizie particolarmente impegnative. Non solo, oggi ha fatto una visita inaspettata a Bashar al-Assad a Damasco. Domani lo attende una giornata in Turchia, che avrebbe dovuto essere una giornata di festa e traguardi raggiunti, ma in realtà si è trasformata in una missione…

Le tensioni nel Golfo ed il prezzo del petrolio che va su. La lettura di Nicolazzi

Il punto maggiormente critico della vicenda iraniana si chiama Arabia Saudita e potrebbe far esplodere i prezzi. Il motivo? Fondamentalmente nell'età dell'abbondanza di riserve potenziali di idrocarburi, il tema si sposta nettamente sul versante sicurezza delle infrastrutture. È la riflessione che Massimo Nicolazzi, manager con alle spalle una solida esperienza nel settore degli idrocarburi, (Eni e Lukoil), affida a Formiche.net…

Sulla Libia la Ue è equidistante ma fa l’occhiolino ad Haftar. Macron ringrazia

L'Ue in Libia sceglie di non scegliere. O meglio, sceglie velatamente il generale Khalifa Haftar, che da mesi assedia Tripoli e si è macchiato di gravi crimini di guerra, l'ultimo dei quali il massacro di trenta ufficiali dell'accademia militare della capitale libica. Dal comunicato congiunto che ha chiuso la riunione lampo dei ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania e…

L’amicizia (e la protezione) costa cara. E la Russia propone le sue armi all’Iraq...

Dopo le incertezze sul ritiro americano, la Russia prova a prendersi l'Iraq. Lo fa con la punta di diamante del suo export militare: il sistema missilistico S-400 che ha già contributo allo strappo tra Ankara e Washington. È il prezzo del protettorato che Mosca, forte dell'asse con Teheran e dell'influenza iraniana nella politica irachena, mette sul tavolo di Baghdad. Aggiunge…

Italia non è peggio di Germania e Francia ma su Autostrade... La versione di Fortis

L'economia italiana negli ultimi anni non è andata poi così male come si crede, anzi, si è mantenuta sostanzialmente in linea con le altre due grandi manifatture europee, quella tedesca e francese. A qualcuno potrà sembrare fantascienza, ma non a Marco Fortis, economista della Cattolica di Milano e vicepresidente della Fondazione Edison. Fortis, siamo nel 2020. Tempo anche di guardarsi…

Tre buone ragioni per benedire la decisione del Tribunale sull'Altoforno Ilva

La sentenza del Tribunale del Riesame di Taranto che ha accolto l’istanza presentata dai commissari dell'Ilva in amministrazione straordinaria di autorizzare l’uso dell’Altoforno n.2 - che invece il giudice monocratico del processo per la tragica scomparsa dell’operaio Morricella avvenuta nel 2015 avrebbe voluto che fosse avviato allo spegnimento per ragioni di sicurezza di coloro che vi lavorano, nonostante il parere…

Caro Grillo, l’analfabetismo politico è da somari, ma Brecht non è l’esempio giusto

Beppe Grillo, che fresco della laurea honoris causa in una secondaria università americana, ama appellarsi “Dottor Elevato”, ha pubblicato stamane, sul suo seguitissimo blog, un post sibillino. Ha cioè riprodotto una poesia di Bertolt Brecht: così semplicemente, senza nessun commento. D’altronde, come l’oracolo di Delfi, Grillo non dice e non nega, ma solamente accenna. Questa volta però il cenno è…

Perché negli Usa scommettono su Bruxelles anti-Cina. Il report di Eurasia

Di Gabriele Carrer

“La globalizzazione è la chiave”, anche per il 2020. A scriverlo sono Ian Bremmer e Cliff Kupchan, rispettivamente presidente e chairman di Eurasia Group, nel report Top Risks 2020 dedicato alle minacce globali da temere nell’anno nuovo. Come gli autori riconoscono, per la prima volta il fattore numero uno da tenere d’occhio è una questione interna agli Stati Uniti: le…

×

Iscriviti alla newsletter