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Qualcuno dei capi miliziani che stanno cercando di prendere Tripoli rispondendo agli ordini del signore della guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar, ha parlato con l’Associated Press e chiesto scusa agli americani per aver “abbattuto” un loro velivolo senza pilota sopra la capitale. “Lo abbiamo scambiato per un drone turco”, ha detto alla AP. La Turchia protegge il Governo di accordo nazionale libico, che l’Onu ha insediato a Tripoli, dando sostegno militare (extra embargo) alle milizie di Misurata che combattono Haftar.

Tre giorni fa, Africom ha annunciato di aver perso contatti con un velivolo mentre realizzava operazioni di intelligence su Tripoli, seguendo di 48 ore quello che era già successo agli italiani. Un Reaper dell’Aeronautica è precipitato a Tarhouna mercoledì 20. Solo che l’Italia da parte di Haftar ha avuto un trattamento completamente diverso – sebbene potrebbe essere del tutto simile la dinamica: volevano abbattere un drone turco. Se con gli americani c’è stata un spiegazione, seppure informale, nel caso del velivolo italiano gli haftariani hanno ballato sui rottami, sparato dichiarazioni pesanti contro Roma, chiesto ufficialmente spiegazioni – sebbene non sia chiaro a che titolo – al governo italiano sul perché quell’aereo era laggiù (Tarhouna è uno dei fronti dell’offensiva su Tripoli con cui Haftar vuole rovesciare il governo dell’Onu).

Dall’Italia silenzio. Nessuna dichiarazione altrettanto forte, zero richiami a rispettare le regole per non incorrere in ritorsioni, nemmeno una mezza minaccia, o almeno una posizione da Paese strutturato. Anche perché quel Reaper era sui cieli libici in volo autorizzato e addirittura pubblico (aveva il transponder acceso), dopo aver ricevuto il via libero dal governo libico di Tripoli, che è l’unico che gode della legittimazione internazionale. “Avvertiamo la Repubblica italiana che persistendo con questo approccio a sostegno delle milizie l’Italia non avrà alcuna opportunità di partecipare in futuro alla cooperazione con la Libia” riportava un comunicato uscito dai falchi haftarini all’interno del cosiddetto governo di Tobruk, un esecutivo fantoccio che fa da appendice politica alle pretese militari dell’uomo forte della Cirenaica.

Nello stesso si legge anche che quelle milizie, ossia le forze misuratine anti-Haftar che proteggono militarmente e politicamente il governo onusiano sono bande terroristiche ed estremiste” alle quali l’Italia dà sostegno tramite “il supporto logistico sul terreno e il volo di droni nello spazio aereo libico”. Ossia, la propaganda di Haftar accusa l’Italia di essere uno stato che dà sostegno al terrorismo.

Quello che da molto tempo viene segnalato dalla Libia è l’assenza di politica da parte dell’Italia. Come dimostra il volo del Reaper, l’Italia in Libia c’è. Segue attività di intelligence e militari, ha un’ambasciata che tiene rapporti in modo dinamico, ha sul campo un contingente militare che difende un ospedale da campo basato all’interno dell’aeroporto di Misurata (è quel “supporto logistico” di poche righe sopra). Questa medical  diplomacy è peraltro oggetto di attacchi aerei ravvicinati da parte di Haftar, e anche in questo caso il governo di Roma segue lo schema visto col drone: il silenzio. L’assenza dal punto di vista del supporto politico a queste iniziative diplomatico-militari – che si svolgono in un quadrante molto importante per la politica estera italiana – è un elemento di debolezza.

L’Italia sta perdendo credibilità in Libia a causa dei suoi silenzi e delle sue indecisioni? Se finora Roma era l’interlocutore privilegiato di Tripoli, da qualche tempo si assiste a spostamenti. Una decina di giorni fa, per esempio, il vicepremier libico, Ahmed Maitig, ha riaperto i contatti con Parigi – chiusi con l’accusa pesantissima alla Francia di sostenere clandestinamente Haftar (qualcosa sta lentamente cambiando). Si dice che la visita francese di Maitig sia stata organizzata anche per riempire il vuoto italiano davanti una situazione che rischia di precipitare, visto che Haftar starebbe ricevendo aiuto dalla Russia.

L’abbattimento dei due droni è tecnicamente un elemento molto rilevante. E coincide con le notizie dello schieramento in Libia di alcuni contractor russi: uomini della Wagner (una società che fa da prolungamento del Cremlino quando il governo russo non vuole sporcarsi le mani direttamente).

È possibile che questi, che secondo le ultime informazioni (non ufficiali) sono circa mille, si siano portati dietro anche sistemi per disturbare le frequenze di pilotaggio dei droni? Certamente. È possibile che siano stati questi sistemi noti come jammer ad abbattere il velivolo italiano e quello americano? Sì, lo è ma siamo nel campo delle supposizioni. È un fatto che l’uso dei droni da entrambi i fronti sia l’elemento che alza il livello tecnologico di questa guerra civile strada per strada. L’abbattimento dei due Uav occidentali ha un valore politico. Da settimane gli Usa stanno cercando di spostarsi più sul lato di Tripoli perché non possono tollerare la penetrazione russa in Libia.

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