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Nel corso degli ultimi mesi la Georgia si sta spostando sempre di più fuori dall’orbita dell’Occidente. Le posizioni del governo del Paese caucasico, che si regge sulla maggioranza parlamentare del partito filorusso “Sogno Georgiano”, si sono infatti mostrate come sempre più in opposizione a quelle dell’Unione europea, stella polare della politica estera georgiana nel nuovo millennio. Questo processo di allontanamento ha avuto due momenti culminanti, in occasione dei quali sono scoppiate vaste proteste nel Paese che sono state represse dalle forze dell’ordine: il primo, nell’aprile del 2024, è quello dell’adozione della “Legge sugli agenti stranieri”, una norma di ispirazione russa secondo la quale le organizzazioni e media che ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero a dichiararsi come agenti stranieri per evitare di incorrere in contravvenzioni significative; il secondo, nel novembre dello stesso anno, è quello dell’annuncio da parte del governo della sospensione (ufficialmente temporanea) dei negoziati di adesione all’Ue.

L’economista Soso Berikashvili ritiene che le tensioni nei rapporti con i partner occidentali di lunga data della Georgia potrebbero infliggere un duro colpo all’economia del Paese.“Si prevede un calo dei flussi di cassa, compresi gli investimenti e le sovvenzioni dei partner occidentali, e ciò richiederà una qualche forma di compensazione. In termini pratici, la Georgia dovrà compensare le perdite economiche che ne deriveranno, il che spiega perché stia orientandosi verso i Paesi orientali”, ha detto l’economista.

Parallelamente a questo allontanarsi dall’Europa, la Georgia si è riavvicinata sempre di più alla Russia, che fino al secolo scorso la controllava politicamente. Ma Mosca non è l’unico punto di riferimento nel nuovo corso della politica estera di Tbilisi. Un ruolo importante è stato assunto anche dal rapporto con Pechino, rapporto che negli ultimi anni ha visto un aumento di investimenti, scambi commerciali e collaborazioni strategiche nella dimensione economica; tuttavia, non sembra che al momento le stesse dinamiche si stiano verificando anche sul lato politico.

Oltre alla Repubblica Popolare, la Georgia ha stretto forti legami economici anche con altri attori esterni al blocco occidentale. Uno di questi attori è l’Iran: dal 2012 (anno in cui il partito Sogno Georgiano è salito al potere) il commercio bilaterale con Teheran è quasi triplicato, passando da 119 milioni di dollari nel 2012 a 322 milioni nel 2024. In questo caso, diversamente da quanto avvenuto con Pechino, anche le relazioni politiche hanno seguito la stessa traiettoria. Simbolico in questo senso il fatto che il primo ministro georgiano Irak’li K’obakhidze ha partecipato sia al funerale dell’ex presidente iraniano Ebrahim Raisi sia all’inaugurazione del suo successore Masoud Pezeshkian.

Anche gli Emirati Arabi Uniti sono emersi come un altro potenziale partner. Pochi mesi fa, nel marzo 2024, la Georgia ha firmato un memorandum con Emaar Group, garantendo un investimento di 6 miliardi di dollari e consolidando i crescenti legami con una delle più grandi società di sviluppo immobiliare del Golfo. “L’investimento da 6 miliardi degli Emirati sembra in parte irrealistico, ma il messaggio rivolto ai sostenitori è chiaro: i rapporti con questi Paesi si stanno rafforzando e tutto andrà bene, non c’è nulla di cui preoccuparsi”, commenta Berikashvili.

Queste nuove giunture economiche potrebbero saldare ulteriormente la nuova direzione seguita dalla politica estera georgiana anche sul piano politico. Rendendo più difficile eventuali passi indietro o cambi di rotta nel futuro.

Non solo Russia. Verso dove guarda la politica estera di Tbilisi

Negli ultimi mesi, la Georgia ha accelerato una profonda trasformazione nella propria politica estera, spostandosi progressivamente dall’orbita occidentale verso nuove alleanze orientali. Dalla cooperazione con Cina e Iran agli investimenti promessi dagli Emirati Arabi Uniti, fino ai segnali di riavvicinamento alla Russia, Tbilisi sembra voler compensare l’erosione del sostegno occidentale con aperture verso attori autoritari

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