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L’imponente manifestazione tenuta sabato dal centrodestra a Roma in piazza San Giovanni ci dà qualche elemento in più per comprendere la strategia e le prospettive dell’attuale opposizione.

Essa ci dice in primo luogo che a poco più di un mese dalla nascita del governo giallorosso Conte II il contesto politico italiano è già piuttosto cambiato, e in costante ridefinizione. E che i gruppi di centrodestra ora tutti all’opposizione ne prendono atto, si coordinano e si attrezzano a competere nel nuovo scenario.

Un mese fa Matteo Salvini appariva come il grande “espulso” dal sistema politico, e la maggioranza aggregata contra personam per ricacciarlo all’opposizione si presentava come un conglomerato unificato dalla ferma intenzione di far durare la legislatura fino alla scadenza naturale per eleggere un Presidente della Repubblica non di destra, e, se possibile, di cambiare la legge elettorale in senso proporzionale per rendere più difficile ogni tentativo di scalata al governo al temutissimo avversario. Un conglomerato che promette di allargarsi al limite anche verso il centrodestra stesso, con l’adesione plausibile di Forza Italia o di una sua parte.

Oggi, alla luce della scissione renziana di “Italia Viva”, della crescente disgregazione del Movimento 5 Stelle tra i poli di Di Maio e Conte, della conflittualità già radicata e continua che caratterizza ogni mossa dell’esecutivo, il destino della compagine di “Giuseppi” si profila sempre più incerto. Tanto da spingere molti, nel gruppo dirigente del Pd, a ritenere preferibile andare alle elezioni a breve con Conte candidato premier e una alleanza organica con l’ala del M5S che a lui fa capo: pensando di potersela forse giocare contro un Salvini ancora in confusione, e quanto meno di liberarsi del disturbo di Renzi e Di Maio.

L’immagine offerta da Lega, FdI e Forza Italia con la manifestazione di sabato scorso è una prima risposta coerente a questa nuova situazione. I tre raggruppamenti accantonano le differenze e si rendono conto dell’urgenza di approntare una autentica coalizione, più coesa e coerente che nel recente passato. Salvini sembra aver compreso che se vuole – come è ad oggi naturale – essere il leader di una futura possibile destra di governo deve darsi un profilo più rassicurante per gli elettori non schierati a prescindere, e considerare i suoi alleati come un’opportunità piuttosto che un freno.

Giorgia Meloni, dal canto suo, si radica nel ruolo di “nocciolo duro” della destra, ormai stabilmente seconda forza di uno schieramento popolare, identitario e law and order, e addirittura come possibile alternativa futura a Salvini.

Ma la mossa in prospettiva più feconda è stata quella di Silvio Berlusconi. Dopo un periodo di sbandamento che ha condotto FI sull’orlo della dissoluzione tra “responsabili” di una possibile coalizione “Ursula” e filo-salviniani, il Cavaliere ha compreso che per ricompattare il suo partito e continuare a esercitare una funzione nella dialettica politica italiana doveva accettare il fatto di non poter più dettare legge nel centrodestra, e mettersi al servizio della coalizione come “padre nobile”: “benedicendo” la leadership salviniana e digerendo il sorpasso meloniano, ma facendo valere un pacchetto di voti ancora probabilmente decisivo, e grazie ad esso tenendo ancora nell’identità della nuova destra “sovranista” alcuni punti fermi della cultura liberale (battaglia contro le tasse e lo statalismo, garantismo sulla giustizia). Magari con un pensiero al fatto che, in caso di consultazioni anticipate a breve scadenza e di vittoria del centrodestra, per le elezioni del Capo dello Stato nel 2022 il profilo ideale di un presidente di destra, ma moderato ed europeista, accettabile anche da una parte della sinistra, potrebbe essere proprio il suo.

 

 

 

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