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L’effetto dazio c’è. E si sente. Sono passati cinque mesi da quando Donald Trump ha acceso la miccia della nuova guerra commerciale, ingaggiando quel combattimento corpo a corpo con le grandi economie globali nel nome della bilancia dei pagamenti americani (qui l’intervista all’economista e docente alla Bocconi, Tommaso Monacelli). Per troppo tempo qualcuno, questa la filosofia a monte, si è arricchito alle spalle di Washington, provocando squilibri consistenti in termini di partite commerciali. Tra tutti, la Cina, che ha venduto più di quanto abbia comprato.

Tra circa un mese, salvo clamorosi cambi di scena, la tregua di 90 giorni firmata da Stati Uniti e Cina, andrà a scadenza naturale. Nelle more, potrebbe arrivare un ben più strutturale accordo commerciale tra la prima e la seconda economia mondiale. Dopo la telefonata dello scorso giovedì, in queste ore le delegazioni americana e cinese si incontreranno nuovamente a Londra, per un secondo round di negoziati. Più nel dettaglio, a rappresentare gli Usa ci sono il segretario al Tesoro, Scott Bessent, il segretario al Commercio, Howard Lutnick, e il rappresentante per il Commercio, Jamieson Greer. La delegazione cinese, invece, è guidata He Lifeng, vicepremier e zar dell’economia cinese fedelissimo di Xi che resterà nel Regno Unito fino a venerdì.

Nel mentre, però, c’è chi ha fatto due conti sul costo della guerra commerciale per la Cina. Misurate in dollari, secondo il Financial Times, le esportazioni della Cina verso gli Stati Uniti hanno accusato un tracollo del 34% a maggio, il calo più pesante dall’inizio delle restrizioni imposte dai governi a motivo del Covid. Per il quotidiano britannico, che ha effettuato delle elaborazioni basate sui dati forniti dalle autorità, si tratta della contrazione più pesante dal febbraio del 2020. Il dato riflette, ovviamente, gli effetti del braccio di ferro innescato dai nuovi dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump.

Anche per l’Europa c’è stato un effetto più che tangibile.  L’export dell’Unione europea verso gli Stati Uniti è crollato del 35% in aprile rispetto a marzo. Più problematici gli effetti per la Germania: la caduta delle vendite di prodotti tedeschi negli Stati Uniti dall’innesco dei dazi reciproci (per quanto poi ridotti al 10%, tranne che per acciaio, alluminio e soprattutto auto tassate al 25% durante gli ultimi due mesi) è severa: meno 16% in aprile rispetto a marzo e soprattutto meno 8,6% rispetto all’aprile del 2024. È probabile che il peso maggiore dei dazi si stia scaricando proprio sul settore auto tedesco, del quale l’Italia è fornitrice diretta. I numeri raccontano una verità: se l’obiettivo degli Stati Uniti era condurre le economie al tavolo dei negoziati, frenando il loro export, l’idea sta funzionando.

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