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In un giovedì di fuoco per la politica italiana, mentre i corridoi di Montecitorio e di Palazzo Chigi si riempivano di mormorii e bisbigli sull’imminente crisi di governo prima agitata da Matteo Salvini e poi congelata da entrambi i vicepremier in tarda serata, a due passi dalla Camera, all’Hotel Nazionale, si discuteva di un altro pomo della discordia gialloverde: la politica estera. Organizzato da Rel (Riformismo e Libertà) e dal suo presidente Fabrizio Cicchitto, il convegno “La collocazione internazionale dell’Italia. Politica estera, della difesa e dell’immigrazione” ha riunito all’ombra di Montecitorio politici e giornalisti come Marco Minniti, Mara Carfagna, Pier Ferdinando Casini, Guglielmo Picchi, l’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco e il direttore di Agi Mario Sechi.

Gli italiani, lo sanno bene i sondaggisti, non si scaldano più di tanto per la politica estera. Perfino un caso potenzialmente dirompente come il “Russiagate” leghista, almeno per il momento, non sembra avere gravi ripercussioni sulle proiezioni elettorali del Carroccio. Eppure mai come con i gialloverdi al governo, che in campagna elettorale di politica estera si erano del tutto disinteressati, gli affari internazionali hanno riempito con fiumi di inchiostro le pagine dei quotidiani nazionali. Dai corteggiamenti cinesi dei Cinque Stelle alla consolidata postura filorussa della Lega salviniana, dall’altalenante rapporto con Washington del governo alle tentazioni bolivariane di Dibba &Co, la politica internazionale è finita per occupare buona parte dell’agenda gialloverde.

Poco male, se non fosse per il “presappochismo di persone che non hanno la necessaria qualità per i passaggi fondamentali della politica estera” accusa un politico navigato come Casini, che nella scorsa legislatura ha presieduto la Commissione Esteri della Camera. Gli fa eco Cicchitto con una stoccata a Salvini: “Non può trattare Trump e Putin come fa con Berlusconi in Italia, noteranno questo gioco politico e daranno segnali di insofferenza”. Durissimo il bilancio della Carfagna sull’ambiguità legastellata alla Farnesina: “siamo di fronte a un Paese isolato sulla scena internazionale, aggredito da scorrerie mediatiche e giudiziarie legato a vicende internazionali, nel Mediterraneo quanto va bene è gendarme e quando va male vigile del traffico delle ong”. Per Sechi “il contratto gialloverde non basta per fare politica estera, il governo deve essere riprogrammato”. Di fronte ai grandi avvenimenti geopolitici “poco importa essere di centrodestra o centrosinistra, è essenziale avere una linea coerente”.

Tocca a Picchi, sottosegretario agli Esteri leghista fedelissimo del “Capitano”, difendere la linea del governo. “Mi spiace mettere in imbarazzo il sottosegretario, ma alla Farnesina il ministro Moavero non è pervenuto” lo provoca Casini, strappandogli una risata. Picchi è sicuro: “il nostro Paese può e deve avere un’ambizione globale”. Uno ad uno ripercorre i dossier più scottanti. A partire da quello russo, che rischia di far saltare il tavolo da un momento all’altro con il caso Savoini. L’ex ministro dell’Interno Minniti picchia duro contro Vladimir Putin e i suoi ammiratori nostrani: “Un Paese si è impossessato e continua ad occupare militarmente di un altro Paese sovrano (l’Ucraina, ndr), e il governo italiano ha come priorità la rimozione delle sanzioni Ue”. “L’Italia è nella Nato, che rimane il cardine della politica estera italiana – dice Picchi sgombrando il campo da ogni dubbio. “Salvini e la Lega schiacciati sulla Russia? Se ha scelto me come sottosegretario un motivo c’è, le mie posizioni sugli Usa sono ben note, i rapporti con Washington non sono mai stati ottimi come quelli attuali”.

Se il tam tam gialloverde fra Mosca, Washington e Pechino lascia diversi punti interrogativi sulla collocazione internazionale del Paese, non meno ambiguo resta il posizionamento del governo in Ue. Quella che in principio entrambi gli alleati volevano ribaltare da cima a fondo, e che invece li vede oggi litigare e minacciare la crisi. L’ultimo capitolo è l’elezione della presidente della Commissione, la tedesca Ursula Von der Leyen. I leghisti, sfilatisi all’ultimo, accusano i pentastellati di alto tradimento per aver fatto da ago per la bilancia all’elezione a capo dell’Ue di un “falco” del governo di Angela Merkel. I grillini sminuiscono e danno a Salvini del voltagabbana. Picchi calca la mano: “le famiglie politiche tradizionali contano 484 voti, sono riuscite a eleggerla con i voti determinanti dei Cinque Stelle”. Diversa la versione dei fatti di Massimo Franco. “Non sarei sorpreso, già due anni fa il Movimento ha tentato un aggancio con i liberali europei – dice la firma del Corriere – la verità è che la Lega si è autoesclusa perché non ha avuto garanzie per un suo commissario”.

La Nato rimane il cardine della politica estera italiana. Parola di Picchi (Lega)

In un giovedì di fuoco per la politica italiana, mentre i corridoi di Montecitorio e di Palazzo Chigi si riempivano di mormorii e bisbigli sull’imminente crisi di governo prima agitata da Matteo Salvini e poi congelata da entrambi i vicepremier in tarda serata, a due passi dalla Camera, all’Hotel Nazionale, si discuteva di un altro pomo della discordia gialloverde: la…

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