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Fino alle 21 di questa sera non si possono diffondere dati acquisiti con gli exit poll, tanto sono complicate queste nuove elezioni israeliane. Le secondo di quest’anno (le quarte dal 2013) dopo lo stallo sostanziale con cui si erano chiuse quelle di aprile, con il Likud di Benjamin Netanyahu e il partito centrista Blu-Bianco di Benny Gantz ancora praticamente appaiati e non in grado di raggiungere la maggioranza di 61 seggi alla Knesset. L’opzione che alcuni osservatori ritengono l’unica percorribile è la costruzione di una grande coalizione di governo, ma sono scenari che prima del peso effettivo dei voti – che si avrà domani sera – sono prematuri. Tutto corre sul filo di pochi numeri di maggioranza.

Netanyahu parte da un dato: il suo partito, il Likud, non è mai stato così forte. Alle elezioni di aprile ha superato il 26 per cento dei consensi, ma a dispetto di queste percentuali dirette ha perso la capacità di coagulare alleanze. Un esempio su tutti: si va al voto perché Avigdor Lieberman, un tempo ministro e principale alleato di Bibi, s’è rifiutato di entrare nella maggioranza di governo accusando Netanyahu di essere troppo dipendente dalla destra religiosa. Il punto è che gli ultimi sondaggi dicono che Israel Beytenu, il partito di Lieberman (essenzialmente laico, che ha fatto campagna sul quel claim contro gli ultraortodossi), potrebbe addirittura raddoppiare il numero dei propri seggi, e dunque la situazione non sarebbe migliore di cinque mesi fa sotto questo punto di vista per Netanyahu.

Il premier uscente, restando ai sondaggi, è comunque più amato del suo principale contender, Gantz, e questo perché sostanzialmente si riconosce a Netanyahu l’aver creato condizioni di sicurezza migliori e una piattaforma economica forte nei suoi dieci anni di amministrazione. Il Pil cresce, le attività dei gruppi palestinesi estremisti sono sostanzialmente diminuite (o calmierate, anticipate, combattute in maniera preventiva): le persone dicono di vivere in modo più sereno, frutto di un tentativo di Netanyahu di tenere in piedi lo status quo – conveniente a Israele chiaro, adesso più di qualche anno fa anche grazie al perfetto allineamento della Casa Bianca e della vicinanza alla Russia – evitando sconvolgimenti.

Un punto sostanziale per il futuro governo sta nella poca differenza con cui i due principali sfidanti interpretano l’interesse nazionale e la proiezione esterna. C’è una sovrapposizione di visioni piuttosto profonda, per sia per il Likud che per Gantz l’idea di preservare la sicurezza e l’interesse nazionale israeliano viene prima di tutto; davanti ai gruppi armati palestinesi e nel quadro della minacce che vengono da fuori, da nemici come l’Iran. Da non dimenticare che Gantz è un militare, abituato ai metodi militari della prevenzione e del confronto armato alla minacce.

D’altra parte il centro-sinistra è stato indebolito proprio dall’aver mollato sostanzialmente il concetto di prevenzione e sicurezza, anche se paga anche la scarsa credibilità sull’economia. Testimonianza lo scarso 4,43 per cento ottenuto dai laburisti alle elezioni di aprile – a Meretz, partito laico di sinistra, era andata anche peggio. Tredici i punti percentuali persi dai laburisti, e i rimaneggiamenti che hanno portato, di nuovo, l’ormai datato Amir Peretz alla guida del partito non sembrano prospettare miglioramenti oggi, secondo i sondaggi usciti finora.

Kahol Lavan, “Blu e Bianco” di Gantz e Yair Lapid ha rubato buona parte di quei voti laburisti. Ha avuto un solo test elettorale, quello di aprile (è nato proprio per le elezioni), in cui ha passato di poco il 26 per cento e ottenuto qualche centesimo percentuale di voti meno del Likud. Risultato, stesso numero di seggi. Su Kahol Lavan si basa la scommessa e il consenso di chi si oppone a Netanyahu: Gantz è visto come un leader solido, che ha ottenuto anche il favore di giornali di sinistra come Haartez.

Ma mancano i numeri: Blu e Bianco, i laburisti e altri partiti potrebbero arrivare tutti insieme a 55 seggi, secondo i sondaggi. Ne mancherebbero sei, apparentemente inavvicinabili per il centro-sinistra, a meno che Lieberman non decidesse di proporre proprio lui un governo di coalizione che potrebbe addirittura comprendere il Likud, ma senza Netanyahu (un esecutivo che si baserebbe su un supporto parlamentare previsto di 75 seggi).

Sarebbe un governo sostanzialmente nazionalista, ma laico; per dire, un’amministrazione che affronterebbe temi come la questione palestinese alla stregua di un’emergenza per la sicurezza, ma non come un elemento ideologico. Tutto dipenderà anche dall’affluenza: al momento della stesura di questo pezzo è in aumento rispetto alle ultime votazioni. I voti finali daranno diritto al primo arrivato di iniziare il cammino per la ricerca di governo. Se vincesse Gantz, la strada sarebbe più ampia, mentre per Netanyahu ci sarebbe da ricompattare la spaccatura con Lieberman.

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