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Di certo, c’è solo che Kyriakos Mitsotakis ha vinto e Alexis Tsipras ha perso. Con un impegnativo esercizio di sintesi, si può dire che la Grecia, stremata da dieci anni di crisi e di austerity, ha abbandonato il nuovo che si è comportato come il vecchio a favore del vecchio, nella speranza che sia diverso rispetto al passato.

PROGRAMMA E OBIETTIVI DEL NEO PRESIDENTE

Certo, se Mitsotakis dovesse riuscire a mettere in pratica anche solo un quarto del suo programma, per il Paese sarebbe una rivoluzione, in primo luogo culturale. Basti pensare che il neo premier, figlio di un ex premier, fratello di un ex ministro degli Esteri e zio dell’attuale sindaco di Atene, ha detto che il suo obiettivo è una Grecia libera dai circoli e dai favoritismi che l’hanno caratterizzata negli ultimi decenni. Il che, tradotto, significa essere o un rivoluzionario o un grandissimo bugiardo.

Ma è davvero troppo presto per giudicare, che questo sia metterlo su un piedistallo o al banco degli imputati poco importa. Mitsotakis giurerà oggi in tarda mattinata. Il toto nomi sulla squadra di governo è già scattato. In quelli che per lui sono i ministeri chiave, ossia economia e lavoro, ha messo persone con una solida esperienza accademica e noti agli ambienti internazionali.

Fra i suoi primi obiettivi, infatti, c’è quello di attirare investimenti dall’estero, non solo nel real estate, il settore che fa più gola, ma che si presta anche alle speculazioni, ma in tutti quelli che possono contribuire concretamente alla creazione di un settore industriale nazionale che al momento, diciamo, è ampiamente perfettibile. Fra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare e non ha nemmeno le sfumature di blu dell’Egeo.

UNA NUOVA GRECIA?

Mitsotakis parla di progresso e di una nuova Grecia che non deve più accontentarsi delle aspettative più basse. Il suo partito, però, fa rima con una storia di corruzione e mala gestione della sanità pubblica che, insieme con la vecchia politica, ha portato il Paese allo sfacelo e a buttarsi, quattro anni fa, nelle braccia di Tsipras che, almeno a parole, aveva promesso una cesura netta con questo sistema.

La sfida, dunque, sta tutta qua. Riuscirà il nuovo primo ministro, a essere nuovo anche di fatto e non solo a parole? Questo ce lo potranno dire solo gli eventi, che verranno monitorati con tutta l’attenzione che il caso richiede.

LE RAGIONI DIETRO LA SCONFITTA DI TSIPRAS

Appare però oggi possibile spiegare perché il premier Tsipras non sia riuscito a farsi riconfermare. Di fondo, il referendum del 5 luglio 2015 con il quale, teoricamente, avrebbe dovuto voltare le spalle all’Europa, ha segnato un spartiacque fra il giovane rivoluzionario e l’aspirante euroburocrate. Per la Grecia è stato un bene. Tsipras ha capito che la collaborazione con Bruxelles era l’unico modo per salvare il Paese dalla catastrofe e questo va sicuramente a suo merito. Verrebbe da chiedersi perché non ci abbia pensato prima, quando il suo ex ministro degli Esteri, Yannis Varoufakkis, stava per fare saltare il banco e la permanenza di Atene nell’Eurozona. Ma, a sentire chi lo conosce bene, il premier era troppo impreparato sui dossier, troppo inesperto, e complice anche una buona dose di narcisismo, anche troppo sicuro di se stesso.

Trovatosi faccia a faccia con la dura realtà, ossia che la Grecia ha un pil troppo inconsistente per pesare sulle decisioni di Bruxelles, ha iniziato a rigare diritto e anche a uniformarsi a quel sistema che desiderava anche spezzare. In alcuni momenti, è onestamente parso che gli piacesse pure. Molto meno al popolo greco, che, nonostante l’uscita dal programma di aiuti nell’agosto 2018, ha continuato a vivere in un clima di austerity.

LA CARRIERA EUROPEA

Qualcuno pensa che, in grazia dello storico accordo raggiunto con Skopjie su nuovo nome della Macedonia del Nord, lo attenda una carriera europea. Proprio in quella Bruxelles che avrebbe voluto, metaforicamente, fare saltare per aria. L’ex golden boy della politica greca, ieri sera, nel suo discorso dopo la sconfitta, ha assicurato che lavorerà per la creazione di un nuovo centrosinistra, che metta radici concrete nella società e che diventi una forza progressista autentica. Forse, avrebbe dovuto pensarci prima.

Anche perché, gioverà ricordarlo, l’ex premier Antonis Samaras, a cui portò via il governo praticamente da sotto la sedia fra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, gli aveva lasciato un’economia sulla via della stabilizzazione e una popolazione stremata ma molto meno rispetto ai livelli attuali. Ma i sondaggi, a quell’epoca, lo vedevano sulla cresta dell’onda, e quindi lui deve aver pensato “o adesso o mai più”. Il problema, è che, poi, quanto duri la permanenza sulla cresta, dipende dalle tue scelte. Visti i risultati, si direbbe che ha commesso giusto un paio di errori. E visto quante pressioni ha fatto su media e magistratura e la spregiudicatezza con cui ha gestito il suo potere, almeno fateci una cortesia: non trasformatelo in un martire della Ue.

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