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Con una operazione senza precedenti, la commissione Giustizia della Camera statunitense, composta da membri bipartisan, ha annunciato l’apertura di un’indagine sulla “concorrenza nel mercato digitale” che interesserà i big della Silicon Valley.
Un cambio di rotta rispetto alle sintonie degli anni passati che per Maurizio Mensi – professore della Sna e della Luiss e responsabile del @LawLab dell’ateneo romano – evidenzia la volontà del mondo politico americano di riappropriarsi di una sovranità in parte perduta. Ma la vicenda, spiega il docente in una conversazione con Formiche.net, fa emergere anche, in modo non marginale, la necessità Usa di affrontare meglio le sfide poste alla sicurezza nazionale dalla minaccia ibrida.

Professor Mensi, quando e come nasce l’offensiva dell’antitrust americana contro i colossi del Web?

La commissione Giustizia della Camera statunitense ha annunciato l’apertura di un’indagine sulla “concorrenza nel mercato digitale” che interesserà i big della Silicon Valley. A ciò si aggiunge la possibile indagine antitrust del Dipartimento di Giustizia nei confronti di Google e della Federal Trade Commission (Ftc) relativa a Facebook.

Si tratta di un cambio di rotta graduale, per certi aspetti anticipato dai contenuti dell’audizione del 5 marzo scorso presso la Commissione del Senato Usa dedicata al tema dei monopoli e della competitività. In quell’occasione autorevoli esperti avevano invocato un salto di qualità nella risposta regolamentare e nella strategia antitrust nei confronti delle Big Tech, attesa la loro presenza pervasiva in ogni ambito della vita economica, sociale, e financo politica del paese.

Il tema è anche politico?

Lo è diventato da tempo ormai, ma non nel senso che l’iniziativa nasce da un’indicazione presidenziale, quanto da una generale consapevolezza che l’età dell’oro delle Big Tech – intesa come la necessità di farle crescere e prosperare nei mercati mondiali, a braccetto con la diplomazia di Washington – sia definitamente tramontata.

Quei pionieri, oggi giganti, dominano il mondo e interloquiscono da pari a pari con i governi. Questo ha però avuto diverse conseguenze, non tutte positive, che ci portano al punto di svolta odierno, figlio di un processo maturato nel corso di diversi anni e che ha come principale ragione la volontà della politica di riappropriarsi di una sovranità in parte perduta.

Insomma, sta emergendo la volontà di riequilibrare la bilancia a vantaggio del decisore pubblico e, in ultima analisi, a beneficio della collettività.

Che cosa ha portato a questo scontro?

In sintesi, i rimproveri mossi ai giganti della Rete sono i seguenti: quello di limitare l’innovazione dopo averla per tanti anni rappresentata, con comportamenti sovente predatori che vanno a detrimento delle piccole imprese (si pensi alla loro dominanza in tema di brevetti); una formidabile capacità di lobbying e di condizionamento della politica mediante l’analisi dei dati raccolti; lo scarso impegno nel contrasto alla disinformazione che transita sulle piattaforme, arbitri dei flussi informativi che viaggiano sulla Rete; il mancato rispetto della privacy legato al controllo di ingenti quantità di dati personali e alla capacità di tracciare il comportamento di chiunque; da ultimo, la circostanza che questa concentrazione di dati, potere e risorse incida anche sulla stessa società civile, orientando l’attività di ricerca di fondazioni e accademia tramite cospicui finanziamenti.

Esiste dunque un problema di monopoli nel mercato digitale?

Si tratta di un problema reale. Ma va visto nell’ottica statunitense, che è differente da quella europea. Come accennavo, quanto sta avvenendo non nasce su imput politico, ma da una tensione che riguarda due aspetti sentiti e rilevantissimi negli Stati Uniti: i valori in gioco e la sicurezza nazionale. Nel primo caso si ritiene che la tutela della libertà di espressione e di impresa – elementi cardine della società americana – non possano essere lasciate nelle mani di una manciata di soggetti, per lo più privati. Mentre nel secondo caso, occorre rammentare che ci si trova nel mezzo di uno scontro con la Cina che non è episodico, ma strategico. E, per affrontarlo al meglio, la politica americana intende tornare ad essere in grado di occuparsi di gangli delicati per la vita del Paese, quali sono le piattaforme digitali, ove transitano dati sensibili e personali dei cittadini, dal rilevante valore strategico. Al riguardo, l’episodio che ha innescato la reazione del legislatore – frutto anche di ripetuti segnali da parte di intelligence e law enforcement – ritengo sia stata la crescita esponenziale del pericolo della minaccia ibrida, oltre al clamore e alle preoccupazioni suscitate dal caso Cambridge Analytica, tuttora non sopite.

Come si intendono affrontare, invece, le questioni legate alla privacy degli utenti che riguardano tanto le Big Tech quanto il governo?

L’esperienza del Privacy Shield dimostra che si è innescato un processo di progressivo allineamento dei sistemi giuridici americano ed europeo. Sempre più capitali nel mondo, Washington compresa, guardano con interesse al modello del Gdpr, che rappresenta un buon bilanciamento tra le necessità del business, la sicurezza di dati e sistemi, il rispetto dei diritti individuali. In questo caso possiamo ritenere, per certi aspetti, che il Vecchio continente stia facendo scuola.

Una delle proposte emerse nel dibattito americano è quella di uno ‘spacchettamento’ dei colossi del Web. Sarebbe una soluzione?

Allo stato non credo, si tratta di una misura estrema e legata al sussistere di specifiche condizioni. È un’ipotesi che è entrata da qualche tempo nel dibattito politico, ma la logica dell’antitrust americana è diversa dalla nostra. Lo Sherman Act del 1890 e la stessa Ftc, l’autorità federale competente, non nascono per colpire i grossi player, sebbene talora sia avvenuto in passato, ma ha l’obiettivo di rendere efficiente il mercato. Se i colossi continuano a fornire agli utenti servizi di buona qualità ad un prezzo considerato accettabile (i dati personali degli utenti) non penso che si riterrà necessario spacchettarli. Penso piuttosto ad un controllo e ad un enforcement più accurato ed efficace, almeno a breve.

Che cosa accadrà, allora?

L’indagine avviata non mi pare destinata a concludersi a breve. E credo che alla fine si troverà il modo di adeguare e affinare le regole (non solo quelle antitrust) per fronteggiare le nuove sfide poste dal capitalismo delle piattaforme digitali, con il salto di qualità invocato. Il risultato a cui tendere è quello di bilanciare il peso dei signori del web; il che, per un cittadino, appare senza dubbio auspicabile.

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