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Il tono e le parole del procuratore generale Robert Mueller nel suo discorso che ha chiuso l’inchiesta sul cosiddetto Russiagate – l’indagine sulle interferenze russe alle elezioni del 2016 negli Usa – sono state “una lezione di diritto costituzionale”.

A crederlo è il professor Marco Mayer, docente in Conflict & Peacebuilding alla Luiss e direttore del Master in Intelligence e Sicurezza alla Link Campus University, secondo il quale l’ex direttore del Fbi “ha dimostrato ai cittadini americani come uno dei pilastri della democrazia e dello stato di diritto sia il rispetto delle regole e delle gerarchie giuridiche, così come le procedure ed i limiti di ogni azione investigativa”. Insegnamenti che, ha commentato in una conversazione con Formiche.net, dovrebbero essere appresi, nella loro ampiezza, anche da regimi illiberali come quello cinese, al centro di una contesa sul 5G che ha “prevalentemente ragioni culturali”.

Professor Mayer, come valuta l’intervento del procuratore generale Robert Mueller, il primo e – a sua detta – l’ultimo riguardo la sua inchiesta sul Russiagate?

A mio avviso il suo tono e le sue parole sono state una bella lezione di diritto costituzionale. Mueller ha dimostrato ai cittadini americani come uno dei pilastri della democrazia e dello stato di diritto sia il rispetto delle regole e delle gerarchie previste dall’ordinamento giuridico, così come le procedure ed i limiti di ogni azione investigativa. Non era nelle sue prerogative cambiare una posizione consolidata del ministero della Giustizia degli Stati Uniti circa la immunità del presidente degli Stati Uniti. Mueller lo ha affermato con grande chiarezza.

Qual è l’aspetto più importante emerso dal suo discorso?

Senz’altro quello che ha visto Mueller ribadire con forza che le rilevanti interferenze russe non sono state certo un’invenzione. E poi la mancanza di prove sufficienti per dimostrare gli attacchi russi fossero parte di una cospirazione in cui anche il presidente fosse coinvolto. Ma ci sono anche altri dettagli, non di poco conto, che rendono questa vicenda assai peculiare dal punto di vista dei rapporti tra politica e intelligence negli Stati Uniti.

A quali dettagli fa riferimento?

Quello che mi ha colpito è il trasferimento di competenze in materia di declassificazione del Rapporto Mueller dal Capo della National Intelligence Dan Coatz – che coordina le 17 agenzie operative, tra cui Cia e Nsa – e l’Attonrey General ovvero il Ministro della Giustizia americano, William Barr. Non so quali e quanti altri casi simili esistano. Certamente rientra nelle prerogative del Presidente, ma è un dato da non sottovalutare.

Da che cosa è stata dettata questa scelta?

L’incarico al ministro della Giustizia è probabilmente dovuto alle divergenze sostanziali tra Barr e Mueller su cui si è soffermata ampiamente la stampa nelle scorse settimane. Non c’è dubbio che la declassificazione degli “omissis” sia sempre materia estremamente delicata. Quando si parla degli organismi di intelligence e di counterintelligence del Fbi è però certo che si tratti di strutture che rivestono un ruolo di primo piano per la sicurezza e la stabilità internazionale. Posso, dunque, solo ipotizzare che questo episodio rientri nella difficoltà generale di Trump mantenere relazioni stabili di reciproca fiducia con i suoi collaboratori, così come evidenziato dall’elevato turn-over nei diversi incarichi ministeriali negli ultimi due anni dell’amministrazione. Ma, ripeto, si tratta solo di mie congetture, che non mi fanno dimenticare quella che mi sembra la grande lezione che sia le altre potenze, sia le big tech possono trarre non solo dall’atto finale di questa prima fase.

Che cosa possono imparare?

L’esperienza dimostra che Democrazia e Stato di Diritto non si possono né copiare, né tanto meno esportare tout court. Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato dimenticare che l’indagine, le inchieste giornalistiche e il dibattito politico-istituzionale come quello a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo negli Stati Uniti sul Russiagate sarebbero impensabili in regimi illiberali o semi-liberali, ma anche improbabili in alcuni Paesi della Unione europea.

Come si può affrontare questa differenza profonda?

Gli studiosi occidentali mettono giustamente in rilievo i risultati della politica della Cina dal 1979 ad oggi ed in particolare il netto miglioramento delle condizioni della vita della popolazione e il tumultuoso avanzamento tecnologico e industriale. In questo senso 40 anni dopo si guarda con grande attenzione al pensiero ed alle intuizioni di Deng. Sarebbe altrettanto auspicabile che gli studiosi cinesi approfondissero il senso profondo delle conquiste prodotte dalle “nostre” tre grandi rivoluzioni: inglese, francese e americana. Ed non é un caso che proprio nelle democrazie liberali si è fondato, dopo la seconda guerra mondiale, il modello sociale di welfare state di Lord Beveridge, Democrazia, libertà civili ed un minimo comune denominatore in termini di welfare sono rilevanti conquiste storiche a cui rinunciare in un mondo messo in crisi dall’aumento delle diseguaglianze e dalla crisi delle finanze pubbliche.

Come si inserisce in questo confronto il caso Mueller?

Il rapporto Mueller è certamente un piccolo esempio contingente. Tuttavia la considero una testimonianza vivente su cui anche le diverse culture politiche dovrebbero riflettere, in particolare su come le costituzioni liberali e democratiche possano funzionare anche di fronte alle sfide della rivoluzione digitale e agli attacchi persistenti degli hacker russi o di altri paesi. Da un lato, in due anni di lavoro Robert Mueller ha valorizzato la distinzione fondamentale tra politica e amministrazione della giustizia, il perimetro in cui può muoversi l’agire politico nonché gli obblighi deontologici dell’investigatore. In particolare desidero sottolineare l’obbligo di seguire scrupolosamente le procedure e la giurisprudenza e, al tempo stesso, la necessità di non eccedere in alcun modo nell’ esercizio delle proprie funzioni investigative. Il lavoro di Mueller e del suo team rafforzano la convinzione che nelle società digitali in cui viviamo difendere le libere elezioni, l’opinione pubblica ed il “libero arbitrio” da ogni tipo di intrusione estera o esterna è fondamentale: hacking, influenze, interferenze, spionaggio politico e finanziamenti opachi. Ma questi insegnamenti non valgono solo per le grandi potenze politiche di impronta illiberale, ma anche per i colossi della Rete.

Quali insegnamenti possono trarne le aziende tecnologiche?

Nelle società digitali in cui stiamo vivendo, l’assetto dei grandi colossi tecnologici esercita un potere immenso, orientando i consumatori e influenzando talora anche le scelte politiche dei cittadini si pensi a Cambridge analitica. L’interferenza russa nella campagna elettorale americana del 2016 è solo la punta del’iceberg. L’oligopolio digitale e il totalitarismo digitale costituiscono uno dei pericoli per il futuro della democrazia, se non adeguatamente governati. Il 5G complicherà ulteriormente le cose. Al di là degli hacker russi nel mirino degli investigatori di Mueller, è bene accendere i riflettori su ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro: sbaglia, ad esempio, chi riduce l’innovazione del 5G a una guerra commerciale. La sfida è innanzitutto culturale tra chi ritiene positivo il controllo dello Stato sui cittadini – come con il Social Credit System in Cina – e chi vuole difendere le conquiste del secondo novecento, ovvero le libertà politiche e civili, la segretezza della corrispondenza e la riservatezza della vita privata coniugando la sicurezza della comunità e dei singoli cittadini con la tutela delle libertà e della loro privacy.

Lo scontro tra Usa e Cina sul 5G? Innanzitutto culturale. Parla Mayer

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