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Non è compito di un reporter che si occupa di Esteri delineare uno scenario futuro (fortunatamente! La politica italiana riserva sempre troppe sorprese inaspettate, nda), ma che sia voto o nuovo esecutivo, resta chiaro che c’è un obiettivo che serve come l’ossigeno per questo Paese. Darsi una collocazione internazionale. Chiara. Decisa. Forte.

E darsela nel senso giusto, ossia quello diretto verso Occidente. Le sbandate che hanno portato il Mise a muovere l’intera nazione su un territorio delicato e rischioso come quello dell’adesione (politica, o meglio geopolitica, checché se ne dica) alla Via della Seta di Pechino, la Bri, non sembrano più sostenibili. Lo dimostra quello che ha fatto ieri l’ambasciatore cinese a Roma, il quale ha convocato i giornalisti per accusare e minacciare gli Stati Uniti sul dossier Hong Kong. Dall’Italia la Cina attacca Washington. Un’affermazione incredibile fino a poco tempo fa, e invece.

È questo il senso, sballato e sgangherato che l’esecutivo ha fatto prendere al paese. La politica dello struzzo, la paura di prendere posizioni chiare, è inammissibile, rischia di condannarci all’irrilevanza internazionale (che magari non sarà così, è vero: ma solo per ragioni geografico-strutturali, siamo una portaerei in mezzo al Mediterraneo d’altronde, eppure, come fa notare un fuoriclasse come Dario Fabbri su queste colonne, abbiamo paura di quel nostro mare, non lo usiamo in modo strategico).

È dannoso nascondersi – tant’è che l’altro ieri ci siamo trovati nel grottesco, con un ministro della Difesa di questo Paese che giustificava il guerrafondaio libico Haftar mentre sgancia le bombe sopra i nostri medici militari a Misurata, dicendo che in fin dei conti erano bombardamenti di “precisione” che non ci hanno colpito. Ancor meno inconcepibili sono quelle esposizioni politiche (la Cina evidentemente ormai si sente talmente a suo agio qui, che usa l’Italia come piattaforma di lancio per le invettive contro gli Usa: d’altronde nessuno dal governo ha speso una parola su situazioni delicate come Hong Kong, Taiwan, Xinjiang, ed è questo il conto politico che Pechino presenta con l’adesione alla Bri). Oppure le goffaggini con la Russia, scatti in avanti rispetto ai nostri partner: avventuristici e mal coordinati.

Ora il prossimo esecutivo deve recuperare terreno con gli Stati Uniti sui dossier in crisi (Venezuela, Iran, F35, e Cina appunto, ma anche Russia, Tap, EastMed e via dicendo). Poi dovrà intestarsi un ruolo in Europa (cercando spazi che vadano oltre al continuo complesso di inferiorità rispetto Francia e Germania). E ancora essere presente in ambiente Nato. L’Italia ha la possibilità di avere un posto determinante nei processi occidentali e ha dimensioni strategiche che può possedere. Ha spazi: la speranza è che il prossimo governo comprenda come sfruttarli senza mollare la guida del faro occidentale.

F-35 e non solo. Ora i partiti prendano posizione (chiara) sulla politica estera

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