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Dopo un week end di scontri violenti, con una portata missilistica senza precedenti e una serie di danni non trascurabili nei confronti delle strutture civili israeliane, sembra che in Israele si sia tornati ad uno stato di calma apparente. È stato Hamas, dopo la morte di Hamad Hudri, ai vertici dell’organizzazione terroristica nonché l’uomo di collegamento tra la Striscia e Teheran, a chiedere un cessate il fuoco. Israele avrebbe accettato perché pericolosamente vicino ad un periodo dell’anno ricco di commemorazioni, dalla ricorrenza in onore dei soldati caduti e delle vittime del terrorismo (Yom Hazikaron), fino alle celebrazioni per il 71esimo anniversario dell’indipendenza della nazione.

LA STRATEGIA DI HAMAS

È stata proprio la scelta di negoziare un cessate il fuoco a seguito di un’escalation di missili provenienti da Gaza la causa principale della crisi di governo che ha colpito Israele nei mesi passati. A quel tempo, il leader del partito Yisrael Beitenu, Avigdor Lieberman, aveva deciso di lasciare la coalizione di governo di cui faceva parte come ministro della Difesa a causa della decisione di Netanyahu di accettare il cessate il fuoco di Hamas; lui avrebbe preferito non negoziare in alcun modo con il gruppo terroristico. Ora che le elezioni hanno decretato l’alba di un nuovo governo capeggiato da Netanyahu, il pragmatismo torna a farla a da padrone in una situazione che, nonostante sia di particolare instabilità e preoccupazione, non lascia molte alternative all’orizzonte. Israele sembra preferire, e come dargli torto, lasciare i soldati al confine senza provare a destabilizzare con un conflitto convenzionale il regime di Hamas. Farlo significherebbe lasciare un enorme buco governativo e istituzionale, che sarebbe probabilmente riempito dall’ennesima (e forse anche più violenta) realtà terroristica.

EUROVISION ALLE PORTE

Israele, inoltre, si prepara ad accogliere cantanti e ospiti internazionali per l’Eurovision, il festival musicale europeo che si terrà tra meno di dieci giorni a Tel Aviv. L’escalation con Gaza avrebbe potuto mettere in crisi la possibilità di tenere un evento del genere a pochi chilometri da una zona potenzialmente vicina a quelle più colpite dai missili di Hamas. Anche se una competizione musicale può sembrare una cosa banale, l’incapacità di tenere un evento internazionale al “sicuro” nella città più popolosa di Israele sarebbe stato un segnale negativo circa la stabilità della Nazione. Il “copione” degli scontri segue lo stesso filo conduttore ormai da mesi: attacco missilistico, raid mirati ai siti militari di Hamas in risposta, e richiesta di cessate il fuoco proprio da chi ha fatto partire l’attacco. Tutto lascia pensare ad una crisi di Hamas – sia economica che identitaria – che sembra ormai combattere solo in attesa di qualche concessione in più con cui far sopravvivere la popolazione.

IL COMMENTO DI NIRENSTEIN

“In primo luogo” ci spiega Fiamma Nirenstein, autrice, giornalista e fellow presso il Jerusalem Center for Public Affairs, “Questi ultimi giorni hanno dimostrato come, mentre Hamas attacca indiscriminatamente i civili, Israele abbia affinato le proprie capacità in materia di omicidi mirati”. A tal proposito l’esercito israeliano “ha ucciso con attacchi di precisione un numero non indifferente di esponenti di alto livello di Hamas, tra cui Hamad Hudri, ovvero colui che faceva da tramite per i finanziamenti iraniani”. I vertici di Hamas sono, in sostanza, monitorati attimo dopo attimo e localizzati senza troppe difficoltà. Queste azioni hanno un effetto deterrente, perché “dimostrano che l’esercito ha la capacità di sconfiggere l’organizzazione colpendo al cuore della struttura piramidale della stessa”.

UNA SCELTA DIFFICILE

Secondo l’esperta, la richiesta di cessate il fuoco è una sconfitta da parte di Hamas, la cui strategia sarebbe stata – in assenza della morte dell’uomo che garantisce il trasferimento dei finanziamenti dall’Iran – quella di chiedere come riscatto in cambio di una tregua una cifra non indifferente. Nel frattempo, continua l’esperta, nonostante la preoccupazione della popolazione civile e di chi ritiene che l’intervento israeliano dovesse essere più duro e risoluto, “Netanyahu sa che nel momento stesso in cui si dovesse estirpare la leadership di Hamas, un’altra altrettanto instabile e radicale ne prenderebbe il posto”. Neanche l’Autorità Nazionale Palestinese dialoga tranquillamente con Hamas, e al momento sembra esserci una disputa aperta anche con Israele, a causa dell’interruzione dei fondi (125 milioni di dollari, il 16% del Pil ) destinati allo “stipendio” dei terroristi finiti in carcere.

PRIORITÀ? LA PACE

“La strategia di Israele è fatta sia di deterrenza che di un atteggiamento umanitario che mira ad evitare in qualsiasi modo l’eventualità di una guerra”, rimarca la Nirenstein, affermando come “ora che l’Iran è in grossa difficoltà a causa delle sanzioni e del pugno duro americano, anche Hamas sta affrontando un importante periodo di crisi. Quest’ultimo ha dunque tentato una sorta di ‘estorsione’ mettendo in difficoltà la sicurezza di Israele nei giorni che precedono l’Eurovision e la festa dell’Indipendenza, e sperando in un ritorno economico”. Per quanto concerne la popolazione di Israele, in particolare delle zone colpite, “è arrabbiata in parte per la scelta ‘pacifista’ di Netanyahu, ma si prepara a festeggiare l’indipendenza nella consapevolezza del fatto che sia propria questa scelta – ovvero quella di non iniziare una guerra con Hamas – a garantire al meglio l’incolumità di civili e soldati” conclude l’esperta.

L’escalation in Israele nasconde la crisi di Hamas. Parla Fiamma Nirenstein

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