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In vista delle prossime europee (maggio 2019), la gran parte degli osservatori da per scontati due risultati su scala continentale: che i sovranisti faranno un buon risultato ma non sfonderanno; che il semplice duopolio Ppe/Pse non basterà più a governare l’Europa. Per definire nomi e assetti della futura governance Ue occorrerà quindi attendere il voto con esiti ad oggi molto più aperti che in passato.

Sino alla volta scorsa, la competition tra i due principali partiti ed il numero di governi dei singoli Paesi a loro riconducibili, erano i parametri del “cencelli” usati per regolare cariche e peso in Parlamento Europeo, Commissione, Consiglio. Se e quanto continuerà ad essere cosi dipenderà in gran parte da quanto Pse e Ppe saranno capaci di reggere complessivamente. Ad oggi, in molti Stati i partiti aderenti al Pse hanno perso terreno e, a parte qualche eccezione, non godono di buona salute pur avendo in Frans Timmermans come spitzenkandidat un ottimo candidato ed un programma più attento al rapporto con i cittadini. La compagine dei Popolari invece, sembra presentarsi più pronta non solo perché elettoralmente più attrezzata, ma anche perché con maggiori opzioni nel post voto.

In particolare, negli ultimi 20 anni il Ppe ha dimostrato una capacità di leggere e gestire meglio il fenomeno che più ha impattato sull’Unione: l’allargamento ai Paesi dell’est.

Dal 1990, anno di unificazione della Germania, il cancelliere Helmut Kohl che ha guidato il Paese dal 1982 al 1998, forte della sua leadership e della forza economica tedesca, ha impresso a tutto il Partito Popolare Europeo una linea di integrazione dei partiti non comunisti dell’est ed al momento stesso la trasformazione del Ppe da partito popolare (democratico e cristiano) a rassemblement unitario del centrodestra europeo. I democristiani tedeschi hanno così accompagnato l’adesione dei movimenti di ispirazione cristiana dei Paesi che uscivano dalla dittatura, dentro la grande famiglia europea del Ppe che nel tempo ha sempre più diluito la propria identità diventando un partito contenitore con confini flessibili ma con un punto fermo (ad oggi intoccabile) l’adesione a principi liberali su cui impegnare i propri iscritti.

Una “dottrina” che nel tempo ha avvicinato al Ppe gruppi e classi dirigenti, allontanandoli da tentazioni autoritarie e derive pericolose ma impegnandole su principi europei: quando nel 2000 Georg Haider con la sua Fpo diede vita alla cancelleria più a destra che l’Austria abbia mai avuto (lui stesso oltre all’ostilità della Ue venne dichiarato da Israele “persona non gradita”), fu proprio grazie all’accordo prima e alla rottura poi con i democristiani della Spo di Wolfgang Schussel che quella esperienza nacque e morì, provocando una frattura nel partito di destra che marginalizzò gli estremisti a vantaggio dei democristiani europei. Bastone e carota che hanno indebolito la destra austriaca.

Negli anni ’90, prima ancora che i Paesi dell’est aderissero all’Ue, il Ppe accolse tra le proprie fila i partiti cattolici di quei territori (il 1996 è l’anno di adesione di Fidesz di Orban al Ppe, mentre l’Ungheria diventa Stato dell’Unione dal 2004) e, come ha scritto Micol Flammini sul Foglio nelle settimane in cui si discuteva l’espulsione del premier ungherese dal Partito Popolare Europeo, “che sarebbero stati i tedeschi a salvare Orban era prevedibile, il loro orientamento rappresenta la linea definitiva nel Ppe”. Proprio la linea impostata da Kohl in avvio del processo di integrazione, proseguita dalla Merkel e oggi sostenuta da Hannegret Kramp-Karrenbauer (neo segretaria della Cdu tedesca) e da Manfred Weber (candidato alla presidenza della Commissione per il Ppe), trasformando l’espulsione in una sospensione. La stessa impostazione (nella versione bastone) che ha portato nel settembre del 2018 il Parlamento Europeo, su spinta del Pse ma con l’accordo (dei tedeschi) del Ppe, a votare una mozione di censura proprio a Viktor Orban per alcuni provvedimenti adottati in Ungheria in palese contrasto con i valori fondanti dell’Ue.

In questo caso la linea di bastone (mozione di censura del Parlamento Ue) e carota (mancata espulsione dal Ppe), ha prodotto che Fidesz contrariamente a quanto si ipotizzava, non ha aderito al fronte antieuropeo promosso da Matteo Salvini e Marine Le Pen proprio in vista dell’appuntamento delle elezioni europee evitando di rafforzare un’area politica palesemente ostile all’Unione Europea.

Quanto e come durerà questa impostazione nel futuro? Molto dipenderà dai risultati elettorali e dalle scelte di Weber e del Ppe, verosimilmente primo partito europeo il 28 maggio, e da come questo intenderà impostare i rapporti con gli altri avendo, grazie alla “dottrina Kohl”, la possibilità di avere sulla scacchiera degli equilibri, un’opzione di relazione che può condizionare il duopolio Ppe/Pse.

HELMUT KOHL

Perché la dottrina Kohl è (ancora) uno dei motori della politica europea

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