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Nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno dimostrato l’intenzione di alzare il livello di ingaggio contro l’Iran: hanno designato i Pasdaran come organizzazione terroristica (mossa unica contro un’unità regolare della forze armata di un paese sovrano); hanno diffuso pubblicamente l’intenzione di lavorare per portare a zero l’export petrolifero iraniano (principale degli asset economici della Repubblica islamica); hanno alzato un sistema di taglie e sanzioni per disarticolare il gruppo libanese Hezbollah che ha stretti collegamenti con la teocrazia di Teheran.

Qual è l’obiettivo profondo di questo forcing? Sembra un tentativo di scacco all’Iran, dopo la durissima mossa d’apertura dello scorso anno con cui Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo multilaterale sul nucleare iraniano stretto nel 2015. Lo chiediamo a Nicola Pedde, direttore dell’Institute of Global Studies (IGS) di Roma, tra le voci più esperte sull’Iran in Italia (ultimo libro: “1979 rivoluzione in Iran. Dal crepuscolo dello scià all’alba della Repubblica Islamica”, uscito recentemente per l’anniversario della rivoluzione khomeinista).

“L’obiettivo è giustificare un’escalation della crisi portando l’Iran a compiere un passo falso, come potrebbe essere la chiusura dello stretto di Hormuz”, mossa minacciata dagli iraniani, che vorrebbero chiudere la strozzatura sul Persico che fa da crocevia a tutte le principali esportazioni petrolifere dall’area; sarebbe una rappresaglia di Teheran per la stretta sul petrolio imposta dagli Usa: qualcosa come, se noi non possiamo esportare noi, mettiamo un blocco navale affinché nessuno esporti.

“È una situazione che mette in forte imbarazzo la comunità internazionale – prosegue Pedde – sia quella che sostiene l’Iran (come l’Ue, che vuol fare uno strumento finanziario di salvaguardia per mantenere in piedi l’accordo del 2015, ma non ha capacità e forza per farlo), tanto quanto l’Iran”. Perché l’Iran? “Perché qui si materializza l’errore di calcolo strategico del presidente Hassan Rohani che, non immaginando il fallimento del Jcpoa (acronimo tecnico dell’accordo sul nucleare, ndr), a questo punto si trova in uno spazio di manovra estremamente limitato”.

“La linea interventista sposata dagli americani punta a far sviluppare in Iran le anime più reazionarie e aggressive, che sono comunque una minoranza, per farle andare contro la moderazione di Rouhani e indurre il governo a mosse avventate. Perché è ovvio che un Iran dialogante e rispettoso del Jcpoa non dà i presupposti per uno scontro”, spiega Pedde.

All’interno di questo quadro, rientra anche la nuova nomina alla guida dei Pasdaran voluta dalla Guida Suprema, Ali Khamenei? “Il cambio al vertice delle Irgc (acronimo inglese delle Guardia della rivoluzione iraniana, ndr) è dovuto alla posizione critica in cui si è messa anche la Guida, a cui i Guardiani rispondono. Khamenei ha appoggiato Rouhani nel Jcpoa, e ora si trova, come il presidente, in difficoltà”.

Ci sono divisioni interne dunque? “C’è una componente radicale che vede nello scontro con gli Usa, ammesso che questo rimanga in forma limitata, il modo per perpetuare i propri interessi, che sostanzialmente ruotano soprattutto attorno al mondo delle imprese militari. Erano la minoranza interna che si opponevano al Jcpoa, e ora sono quelli che hanno preteso dalla Guida di avere al comando dei Pasdaran un generale che abbia una visione molto più spinta, più dura e arrogante, che si faccia carico, vocale, di questa linea di risposta anti-Usa”.

Quello che Pedde ci tiene a precisare, però, non è tanto il contraccolpo sull’Iran o la gestione della politica aggressiva giocata dagli Stati Uniti in allineamento con quelli che attualmente sono gli alleati preferiti, Israele e Arabia Saudita, ma il rischio che “il problema assuma una dimensione regionale”.

“All’interno dell’amministrazione americana, ci sono compartimenti come Esteri, Difesa e Intelligence, che vedono con estremo timore questa escalation, allora mi chiedo: noi “, è una domanda che per quanto noto rimbalza anche tra i corridoi di Bruxelles.

“Se dovesse scoppiare il conflitto con l’Iran, abbiamo chiaro cosa può comportare? Abbiamo fatto valutazioni o accettiamo in silenzio: potremmo andarci a imbarcare in una delle operazioni più pericolose della nostra storia”, chiosa il direttore del think tank romano.

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